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Stranizza d’amuri e il delitto di Giarre

Riportato all'onore delle cronache dal bell'esordio come regista di Giuseppe Fiorello nel film Stranizza d'amuri, ripercorriamo quei tragici giorni che hanno visto due innamorati condividere la morte a causa di una vergogna apparentemente sopita dagli anni ma che oggi, incredibilmente, appare ancora così attuale.

Giarre, piccolo comune in provincia di Catania. Ventimila abitanti. 1980.
Riportato all’onore delle cronache dal bell’esordio come regista di Giuseppe Fiorello nel film Stranizza d’amuri, ripercorriamo quei tragici giorni che hanno visto due innamorati condividere la morte a causa di una vergogna apparentemente sopita dagli anni ma che oggi, incredibilmente, appare ancora così attuale.

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Giorgio Giammona aveva 25 anni e Antonio (Toni, per tutti) Galatola, 15.
Il primo, dichiaratamente omosessuale, prese a frequentare il giovane Toni e ne divenne amico fraterno. Poi il loro legame, come succede spesso, si mutò in amore.
Un amore sincero ed innocente. Come quello che è giusto aspettarsi tra due ragazzi.
Ma non in un contesto come quello. Non in epoche come queste.
Vennero sbeffeggiati e additati.
“Gli ziti”, dicevano i vecchi seduti al bar della piazza. I fidanzati.
Sarcasmo e disprezzo sottintesi in quelle due parole.

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In un piccolo paese come quello le voci, si sa, girano veloci. Ed ecco loro assegnati nuovi soprannomi. Giorgio, per tutti, era il “frocio patentato”. Quello che aveva traviato il percorso naturale di Toni.
Era colpa sua se quest’ultimo era infine diventato una “femmina”.
Cominciarono ad apparire scritte sui muri. L’omosessualità in piazza, derisa e osteggiata quasi fosse una minaccia alla mascolinità radicata nella genesi stessa dell’uomo.
Le famiglie dei due si trovarono circondate ed umiliate.
L’opinione pubblica stritolava il loro amore. Lo condannava e pretendeva una qualsivoglia redenzione.

Mentre ancora nelle radio echeggia la voce di De André che racconta di Andrea, i due ragazzi si consolano a vicenda.
Hanno un’unica soluzione per poter evadere da quell’inferno: fuggire.
Si organizzano e spariscono. Per due settimane la loro assenza alimenta e sopisce le indiscrezioni.
I loro corpi senza vita vennero scoperti due settimane dopo sotto un pino marittimo. Mano nella mano, con una pistola a terra lì accanto.
Si ipotizzò un suicidio/omicidio. Soffocati dall’odio avrebbero deciso di togliersi la vita e percorrere così, mano nella mano appunto, il tragitto conclusivo di un’esistenza “sbagliata”.
Poi saltò fuori una nuova tesi.

Francesco Messina, il tredicenne nipote di Toni, si dichiarò colpevole. Prima disse di essere stato costretto dalle due vittime a premere il grilletto, poi ritrattò e si assunse la responsabilità diretta del duplice omicidio.
Ventimila persone accorsero ai funerali dei due innamorati.
La verità sulla morte di Toni e Giorgio ancora oggi resta in dubbio. Troppi dubbi, troppe confessioni.
La verità è che non ci fu un colpevole materiale per quei delitti. Non apparentemente, almeno.

I colpevoli furono e sono ancora oggi tutti coloro che reputano l’amore come una condizione dettata dagli archetipi oscurantisti di un mondo così ingiusto da apparire perfetto.
E non ci basta più dare un volto all’omofobia. Ci serve solo sapere che Andrea, di nuovo, ha perso l’amore. La perla più rara.

Alex Rebatto

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Alex Rebatto

Alex Rebatto, classe 1979. Ha collaborato nei limiti della legalità con Renato Vallanzasca ed è stato coautore del romanzo biografico “Francis”, sulle gesta del boss della malavita Francis Turatello (Milieu editore), giunto alla quarta ristampa. Ha pubblicato il romanzo “Nonostante Tutto” che ha scalato per mesi le classifiche Amazon. Per Algama ha pubblicato il noir "2084- Qualcosa in cui credere"

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