
Questa è la storia apparentemente banale di due famiglie.
La prima risiede a Palmoli, in provincia di Chieti. Genitori anglo-australiani e tre figli di otto e sei anni. Qualche anno fa hanno preso una decisione controcorrente: si sono trasferiti in un bosco, hanno costruito la loro casetta in legno, hanno rinunciato all’elettricità, all’acqua corrente e a tutte le comodità che quest’epoca permette di avere. Il bagno a secco fuori dall’abitazione, un orto dove coltivare frutta e verdura e un insegnamento scolastico relegato alla responsabilità genitoriale. Niente internet, niente cellulari, nessuna contaminazione digitale. La vicenda ricorda un bel film del 2016 con Viggo Mortensen intitolato Captain Fantastic.
Quando la notizia e venuta fuori si è alzato il coro indignato di chi ritiene impropria una condizione sociale talmente fuori dalle righe da apparire anticonformista rispetto agli standard moderni.
E anticonformista, quindi non congruo con le abitudini consolidate, significa solo una cosa: necessità di allineamento.
Il giudice che ha preso in carico la faccenda, a tempo di record (perché quando ne va del benessere dei moralisti occorre essere celeri), ha sentenziato che quello stile di vita non può e non deve essere tollerato in alcun modo. Quindi i tre figli sono stati prelevati e sistemati in una comunità a prova di legge.
Questa la motivazione: “La deprivazione del confronto fra pari in età da scuola elementare può avere effetti significativi sullo sviluppo del bambino, che si manifestano sia in ambito scolastico che non scolastico.”
Tenete bene a mente queste parole mentre passo a raccontarvi la seconda storia.
C’è un’altra famiglia che risiede a Monza, tra la gente civile. Una realtà di lavoro, conti in banca, mutuo trentennale e spesa al sabato mattina presso il supermercato di zona. Internet, film in streaming, videogiochi, merendine e ogni santo giorno che dio manda in terra la sveglia alle sette e la corsa tra scuola e lavoro.
Una famiglia normale, stereotipata, persino banale.
Il figlio di 18 anni è un ragazzo qualunque: ascolta la trap attraverso gli auricolari, spara sullo schermo agli zombie, ha una preparazione scolastica adeguata.
Eppure la notte del 12 Ottobre decide di andare a Milano con quattro amici. Quattro coetanei. Casualmente incrociano in Corso Como un ventiduenne studente alla Bocconi, lo accerchiano, gli rubano cinquanta schifosissimi euro, lo pestano e, presi dall’entusiasmo, estraggono un coltello con una lama lunga nove centimetri e infieriscono sul corpo steso a terra.
Il ventiduenne viene soccorso alla svelta da dei passanti, arriva in ospedale e subisce diverse operazioni. Si salverà, pare. Ma è molto probabile possa rimanere paraplegico.
Un’esistenza distrutta per cinquanta euro e per la follia di una gang di “ragazzi normali”.
E mentre il bocconiano lotta tra la vita e la morte i “ragazzi normali” commentano gli sviluppi della vicenda a modo loro: “Speriamo muoia, così non parla”. “La prossima volta ci bardiamo, così non ci riconoscono”, “Gli vado a staccare i cavi.”
Ora proviamo a guardare il quadro in tutta la sua complessità.
Ricordate la motivazione della sentenza relativa all’allontanamento dei “bambini del bosco”?
Il loro essere troppo distanti dal caos, dalle realtà ineluttabili, dal mondo cosiddetto civile, ha costretto un giudice a considerarli inadatti al vivere canonico.
Una vita canonica che deve prendere le distanze da un orto, da un “insegnamento privato”, dalla privazione dei videogiochi, del cellulare, della compagnia dei coetanei.
I “bambini del bosco” non possono crescere in maniera adeguata.
Devono poter scegliere di vivere in città, magari a Monza, in una realtà approvata dall’opinione pubblica, frequentare una scuola “normale”, con dei compagni “normali”. Devono poter conoscere com’è il mondo che ignorano. Non servono le storie raccontate dal padre, alla sera, alla fioca luce di una candela.
E’ necessario che camminino con le loro gambe. Magari di notte. Magari in Corso Como dopo una serata in discoteca.
Magari con un coltello in tasca o piantato nella schiena.
Perché le “famiglie normali” devono garantire ai propri figli un futuro.
Magari in banca o in fabbrica. Magari a San Vittore o in un letto d’ospedale in bilico tra la vita morte.
Questo è quello che pretende la società cosiddetta civile: altri “ragazzi normali”.
Alex Rebatto