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Paolo, l’eroe ucciso dall’ignoranza

Nino D’Angelo: “Perdonaci Paolo, scusami se ti hanno dato il mio nome”.
E’ una tragedia mascherata da melodramma la vicenda riguardante il suicidio del quindicenne Paolo Mendico, studente di Latina trovato impiccato dopo anni di insulti ed umiliazioni da parte dei compagni di classe.
I capelli biondi proprio come il grande cantautore napoletano, la passione per il basso e la batteria, quel suo essere introverso. Ogni pretesto diventa un proiettile conficcato nell’anima troppo sensibile di un ragazzino qualsiasi.
Un ragazzino come potrebbe essere nostro figlio, con le sue piccole manie, le sue passioni, i suoi lunghi attimi di silenzio interrotti da sogni così improbabili da sembrare credibili.
Le parole, le sciabole, si sono susseguite implacabili sul suo corpo già martoriato.
Nessuna pietà per chi si accontenta di sognare. I lupi in agguato, in branco, ad attaccare fragorosi come se ogni stilettata non fosse stata altro che un pretesto per vincere la noia o, peggio, per sentirsi più forti.
L’insicurezza, la paura, sottaciuta dietro la merdosa protezione di un manipolo di parassiti dei sogni.
E così se ne va Paolo.
Dentro una bara troppo bianca, con i compagni che appaiono e scompaiono, le lacrime di due genitori ora orfani di ricordi, battaglie, urla contro l’ingiustizia dell’essere così normali da sembrare inadeguati.
“Femminuccia”.
“Nano da giardino”.
Gli eroi fasulli sfornavano epiteti, insulti, prese per il culo a raffica. Si sentivano diversi da lui.
Erano il branco dei forti. Protetti da una coltre di superiorità che offriva loro quel delirio di onnipotenza capace di decidere lacrime e risate, presente e futuro. Vita e morte.
La solita intollerabile storia del bullismo.
La caccia alla preda apparentemente più debole, più sacrificabile. Per sentirsi già grandi, per sentirsi meno nullità di quanto già si appare. I lupi si proteggono, si coprono le spalle.
Dieci contro uno. Spinte e risate.
I lupi sono codardi: da soli smettono di ululare e uggiolano terrorizzati.
Gli insegnanti poi, se inconsapevoli, andrebbero esiliati da ogni istituto scolastico per incompetenza.
Il bullismo è la piaga che va debellata. Se l’ignoranza dei genitori viene trasmessa ai figli che si puniscano sia i figli che i genitori. Se la scuola dell’obbligo non educa alla civiltà che lo faccia la legge, per una volta.
Soffro nell’immaginare il cuore straziato dei genitori di Paolo, innocenti testimoni di una “guerra tra bambini”. Troppo piccoli per sparare e troppo piccoli per morire sul fronte.
Ora Paolo non sogna più. Non sarà mai un musicista, non troverà l’amore della sua vita, non diventerà mai padre, non finirà neppure quegli studi che ora appaiono così stupidi.
Paolo resta e deve restare un simbolo contro la paura. Dev’essere una canzone da cantare, una liberazione.
“ Canzoni che ti salvano la vita. Canzoni che ti fanno dire – No, cazzo, non è ancora finita! -. Che ti danno la forza per ricominciare. Che ti tengono in piedi quando senti di crollare.”
Ed è così che deve andare.
Insegniamo ai bambini che il branco è, e sarà sempre, per i codardi. Paolo e gli altri veri eroi stanno sulla collina a cavallo, con il cappello a tesa larga, la pistola incollata alla fondina ed il sorriso di chi si prepara a galoppare ancora, e ancora, verso il prossimo sogno. Senza mai avere paura.

Alex Rebatto

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Alex Rebatto

Alex Rebatto, classe 1979. Ha collaborato nei limiti della legalità con Renato Vallanzasca ed è stato coautore del romanzo biografico “Francis”, sulle gesta del boss della malavita Francis Turatello (Milieu editore), giunto alla quarta ristampa. Ha pubblicato il romanzo “Nonostante Tutto” che ha scalato per mesi le classifiche Amazon. Per Algama ha pubblicato il noir "2084- Qualcosa in cui credere"

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