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E ora, per l’Ue (ma soprattutto per l’Italia) sono davvero dazi amari…

I dazi al 30% imposti da Donald Trump sull’export dei prodotti Ue porteranno danni all’Europa per 380 miliardi di euro. Al momento, dal primo agosto, colpiranno (salvo ripensamenti) il 70% delle merci, ma potrebbero allargarsi al 97%. La risposta da Bruxelles è finora stata ridicola: controdazi da 21 miliardi e l’ipotesi di ulteriori balzelli per prodotti americani da 72 miliardi. Con un’extrema ratio nel cosiddetto «bazooka»: restrizione al commercio di servizi e finanziari, agli investimenti diretti in Ue, come l’acquisizione di aziende o la partecipazione al capitale, e agli appalti pubblici. Fino alle restrizioni per l’accesso ai diritti di proprietà intellettuale.

Era prevista anche la web tax, per colpire i servizi digitali delle Big Tech, ma poi l’hanno trasformata in una tassa sulle aziende che fatturano oltre 50 milioni di euro e operano nell’Ue e dunque non solo americane. La replica è insomma grottesca, non solo perchè andrebbe a rinunciare ai ricchi capitali americani. Ma soprattutto perchè già ora, per rifarsi dei dazi di Trump, l’Ue, in piena sindrome di Tafazzi, colpisce le sue stesse aziende che, ovviamente, presto dislocheranno fuori dall’Unione o faranno ricadere l’imposta sul consumatore finale, cioè noi.

E sempre noi cittadini pagheremo per le imposte statunitensi: agli imprenditori che perderanno una gran fetta di fatturato americano non resterà infatti altro che alzare i prezzi sul mercato interno. Perchè la verità è che l’Europa è rimasta col cerino in mano: si è fatta trascinare in una guerra immotivata non sua, quella contro la Russia, rinunciando al gas e al petrolio di Mosca a basso prezzo a discapito delle bollette dei propri cittadini. E ora si trova a farsi dare del ladro dall’alleato Trump («Gli Usa sono stati derubati per decenni dagli amici» ha scritto su Truth), a dover destinare il 5% del Pil in spese militari della Nato (leggasi sempre Stati Uniti) e pure a perdere 380 miliardi l’anno.

In questa demenziale situazione l’Italia è, come sempre, in pole position: Giorgia Meloni esalta i suoi strabilianti rapporti con Washington. Ma secondo la Cgia di Mestre, i dazi ci porteranno più danni che a chiunque altro, eccetto la Germania: 36 miliardi, l’equivalente di una finanziaria. Pensa se i suoi rapporti fossero stati pessimi. Di certo, la soluzione non può essere una gara al rialzo sulle tasse, perchè ci perderemmo sempre noi cittadini.

Un governo capace di alzare la voce rimetterebbe invece totalmente in discussione l’acquisto del gnl americano, per il quale abbiamo fatto accordi a cifre astronomiche facendolo diventare il secondo fornitore di gas del Paese. E, data ormai l’irrecuperabile fornitura russa, si rivolgerebbe al mercato mediorientale, sicuramente assai più conveniente.

Sul fronte europeo, poi, un governo vero si batterebbe disapplicando le norme sui motori green (appena il 3,4% dei veicoli circolanti) e sulla transizione ecologica: l’Europa non è foriera di terre rare per le batterie. E ciò che c’è nel sottosuolo ucraino (oltre ad alluminio, grafite, petrolio e gas naturale) se lo è già aggiudicato guardacaso proprio Trump nello speciale accordo con Zelensky raggiunto in aprile, ovviamente a nostro discapito.

Rischiamo così di essere pure sempre più dipendenti da una parte dalla Cina produttrice di batterie, contro la quale, gli ottusi di Bruxelles hanno messo dazi fino al 45,3%. E dall’altra dagli umori della Casa Bianca e dalle guerre che si inventa facendole pagare a noi. Soprattutto, usandoci come deposito e snodo strategico: in Italia ci sono un gran numero di basi Nato.

E vanno bene. Ma ce ne sono almeno sette esclusivamente americane, dislocate sul nostro territorio per via di un accordo (chiamiamolo così) tuttora classificato e risalente al 1954: Vicenza, Livorno, Napoli, Gaeta, Sigonella, Ghedi e Aviano. Pare che le aree su cui tali basi insistono siano state finora concesse ad uso gratuito. Ecco, iniziamo a mettere fuori un congruo canone agli Usa per le loro strutture. In fondo, ci illudono i politici, mica è casa loro. E i soldi provenienti dalla concessione li mettiamo nelle spese di Difesa da aumentare, invece di tagliare su sanità e altro.

Ma ci vorrebbe un governo vero, che non teme il braccio di ferro con l’Alleato. In effetti una volta c’era. Capitò con la crisi di Sigonella nel 1985, esattamente quarant’anni fa. Non è finita benissimo.

 

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Edoardo Montolli

Edoardo Montolli, giornalista, è autore di diversi libri inchiesta molto discussi. Tre li ha dedicati alla strage di Erba: "Il grande abbaglio"; "L’enigma di Erba" e "Olindo e Rosa" Ne Il caso Genchi (Aliberti, 2009), tuttora spesso al centro delle cronache, ha raccontato diversi retroscena su casi politici e giudiziari degli ultimi vent'anni. Dal 1991 ha lavorato con decine di testate giornalistiche. Alla fine degli anni ’90 si occupa di realtà borderline per il mensile Maxim, di cui diviene inviato fino a quando Andrea Monti lo chiama come consulente per la cronaca nera a News Settimanale. Dalla fine del 2006 alla primavera 2012 dirige la collana di libri inchiesta Yahoopolis dell’editore Aliberti, portandolo alla ribalta nazionale con diversi titoli che scalano le classifiche, da I misteri dell’agenda rossa, di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti a Michael Jackson- troppo per una vita sola di Paolo Giovanazzi, o che vincono prestigiosi premi, come il Rosario Livatino per O mia bella madu’ndrina di Felice Manti e Antonino Monteleone. Ha pubblicato tre thriller, considerati tra i più neri dalla critica; Il Boia (Hobby & Work 2005/ Giallo Mondadori 2008), La ferocia del coniglio (Hobby & Work, 2007) e L’illusionista (Aliberti, 2010). Il suo ultimo libro è I diari di Falcone (Chiarelettere, 2018)

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