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Voglio sapere cosa si prova ad uccidere

La scuola dei duri: da Sam Spade ai mocciosi con i coltellini

Questa storia dei coltelli in tasca ai ragazzini ha profondamente rotto il cazzo.
In una moltitudine di psicoterapeuti con gli occhialini e la pipa in bocca a sentenziare tematiche ottocentesche sullo sviluppo cognitivo, sull’abuso dei videogiochi violenti, dei social e su tutte le stronzate raccattate su libri di testo vecchi di settant’anni, ci si dimentica del vero meccanismo che porta alla violenza.
Ora, da quarantaseienne ingrigito e dai denti ingialliti dal fumo, mi soffermo ad osservare la spirale di rabbia e frustrazione dei ragazzi.
Gli stessi ragazzi che eravamo noi, con le nostre gelosie, i nostri rancori, le nostre pagine macchiate di sangue e speranze. Le stesse pagine, prima di carta ed ora sul display di un cellulare o di un tablet. La stessa mentalità sporca e rivoluzionaria, spesso insensata.
“A vent’anni si è stupidi davvero. Quante balle si ha in testa a quell’età”, cantava Guccini.
E si era stupidi davvero. Cinquant’anni fa come oggi.
La morte e la vita, stesso argomento.
Il futuro un miraggio ed il presente da superare come un ostacolo.
Beh, da uomo vissuto e da padre, provo ora profonda vergogna nei confronti dei nostri figli sconfitti dalla vita, insensibili nei confronti del prossimo, inermi davanti alle tragedie, moralmente spietati.
Non tutti, ma troppi.
E così capita, di nuovo, che un ragazzino neomaggiorenne a La Spezia se ne vada in giro per la scuola con un coltello in tasca per nascondere la propria insicurezza.
E capita poi che quell’insicurezza si trasformi in gelosia o, meglio, in un momento di lucida follia. Che insegua un suo compagno di scuola menando fendenti, obnubilato dalla rabbia, inconsapevole artefice di un futuro di scarafaggi nel piatto e ore d’aria.
Inconsapevole di un particolare: chiunque vada in giro con un coltello in tasca non è necessariamente fuori di testa o un duro, è semplicemente un debole.
Una testa di cazzo, fondamentalmente.
Uno che ha paura di affrontare la vita da vero uomo e maschera la propria debolezza dietro un pezzetto di ferro nascosto. Un codardo.
Incapace di farsi valere con le parole, magari persino con i pugni, e pensa di potersi guadagnare il rispetto degli altri con la paura.
La paura di un pezzetto di ferro. Miserabili vigliacchi.
Io, nel mio piccolo, di “duri” veri ne ho conosciuti tanti. Gente che uccideva puntando la pistola in faccia e premendo il grilletto. Insensibile e spietata marmaglia con il cervello spappolato da alcol, droga e soldi.
Gente che ha pagato e paga ancora, con gli stessi scarafaggi, lo stesso buco merdoso nel pavimento dove cagarci dentro, la stessa branda fradicia di piscio e lacrime.
I “duri” sono tutti morti o rinchiusi tra quattro mura a chiedere il permesso per potersi fare una doccia. I “duri” sono tutti sconfitti, con coltelli o pistole che siano.
Non è GTA e non sono i trapper ridicoli di oggi a scatenare il bisogno di attenzione di tanti ragazzini rincoglioniti che pensano che essere diversi significhi per forza prevaricare.
Le baby gang, i giovani accoltellatori: da soli siete morti, senza un coltellino siete morti. Come uomini siete morti.
Resta solo quell’immagine smargiassa di certi fenomeni da baraccone che sborrano nei documentari e poi piagnucolavano in carcere al secondo giorno di detenzione, chiedendo pietà.
In conclusione un aneddoto per alleggerire, per quanto possibile.
Con Vallanzasca, malauguratamente un duro vero, litigammo qualche volta. Il più delle volte ci limitavamo a prenderci per il culo.
Gli ripetevo spesso: “Tu sei un coglione. Eri bello, simpatico ed intelligente. Se non fossi stato così idiota chissà dove saresti potuto arrivare.”
Lui mi rispondeva come nella dedica riportata su “il Fiore del male”.
“Leggila quando arrivi a casa”, mi suggerì.
Quando la lessi gli mandai un messaggio: “Uno che non è un duro manderebbe mai a fare in culo Renato Vallanzasca come sto facendo io adesso?”
Rispose con l’emoticon della risata.
Che è l’unica cosa che si dovrebbe fare nei confronti di chi ritiene di essere un duro: ridergli in faccia.
Sempre.
Chiunque esso sia.

 

Alex Rebatto

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Alex Rebatto

Alex Rebatto, classe 1979. Ha collaborato nei limiti della legalità con Renato Vallanzasca ed è stato coautore del romanzo biografico “Francis”, sulle gesta del boss della malavita Francis Turatello (Milieu editore), giunto alla quarta ristampa. Ha pubblicato il romanzo “Nonostante Tutto” che ha scalato per mesi le classifiche Amazon. Per Algama ha pubblicato il noir "2084- Qualcosa in cui credere"

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