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Viaggio in America

Impressioni su un mondo parallelo tra New York e Memphis

Otto ore di rotture di palle: Quei bravi ragazzi, Shrek, Nick Raider sul tablet, L’avvocato di strada di Grisham sul Kindle.
New York, Time Square. Luci, pubblicità, anteprima di serie Netflix sui maxischermi, odore di marijuana legalizzata per le strade. Dei neri in comitiva che ridono. Uno si ferma con la bici davanti ad un semaforo, tira fuori un microfono e canta una Hit. La gente applaude e si unisce al coro.
Metropolitana complicata: tutti bevono merda allungata di Starbucks, un ragazzo di colore con le treccine si siede in disparte, strappa fogli da un giornale, forza la porta e rovescia sui binari carta e bottiglie di plastica, poi vaga per il vagone appendendo al muro le parole crociate.
7Eleven, catena di supermercati per poveri: una Bud in lattina sei dollari.
Il grattacielo del New York Times svetta. Una tana per giornalisti di lusso.
Stanza d’albergo al trentasettesimo piano. Tre ascensori, dieci minuti di attesa, poi venti.
“Vaffanculo. Scendiamo a piedi.”
Sempre grattaceli. Illuminati di notte, inutilmente maestosi di giorno. L’Empire State Building, il Top of the rock (operai in sospeso. Prima per due briciole ora per quaranta dollari a foto), il Trump Tower. Un imitatore del presidente all’ingresso si presta a foto e smorfie da pagliaccio.
Quartiere di lusso. Il “palazzo borsa” di Vuitton, Tiffany di Hepburn.
La Statua della libertà raggiungibile su un traghetto. Verde ed iconica. Pensi agli immigrati e soprattutto, vergognandoti giusto un po’, ad Hollywood.
La caserma dei pompieri set dei Ghostbusters, l’elegante Dakota davanti al quale hanno ammazzato Lennon e Central Park. Little Italy dove provano a parlare italiano meglio di tanti amici che conservo a Milano, Chinatown, il Bronx (risse per strada e degrado) e la scala di Joker, il cottage di Poe, il ponte di Brooklyn ed il Manhattan Bridge di C’era una volta in America.
Il World trade Center, due fontane di lacrime dove c’erano le torri gemelle. I nomi delle vittime e tanto, tanto, tanto silenzio.
Quattro sbirri incazzati arrestano una donna di colore in abiti discutibili, l’ammanettano e la trascinano alla loro auto sotto lo sguardo indifferente dei passanti.
Aeroporto LaGuardia, per voli interni.
Due ore per Nashville: Nick Raider e Grisham.
E’ festa nazionale. Un gran casino per le strade.
Autobus scoperti e ragazzi che cantano. Locali che inondano le strade di musica. Vestiti da cowboy, minigonne a fiori.
Ci fiondiamo in un locale in legno con il tavolo appiccicoso.
“Qua ci sono le migliori alette di pollo dell’universo.” E, cazzo, se sono formidabili.
Museo di Johnny Cash. La tipa all’ingresso imita il protagonista ed è brava.
Chitarre, abiti, oggetti di scena di Hurt. Anelli, bibbie. Tanta, tanta America.
Noleggiamo con qualche casino una Nissan. Benzina, nessun navigatore. La radio ha cinque frequenze salvate e rimbalziamo tra quella Country e quella Beatles.
Tre ore e mezza di strada, qualche centinaio di miglia. Opossum ed armadilli spappolati ai lati della strada accanto ai copertoni saltati via dai tir in corsa.
Memphis, albergo di periferia davanti al Mississippi (che scopro ora si scriva con due P). Topi morti sulla riva e disperati che pescano. L’ambiente è pericoloso, degli schizzati urlano e non c’è un buco aperto per poter mangiare qualcosa. Ci rifugiamo da un cinese lurido con l’epatite C nascosta nel menù tra i dessert.
Si va a letto presto. La colazione dell’albergo ci ha rotto le palle: uova, bacon, hamburger.
La Sun Records apre alle undici, saliamo in auto e perdiamo tempo. Giriamo nei dintorni di Graceland e vediamo l’aereo oltre la rete. Le casette attorno sono da film, con il loro giardino, le loro auto parcheggiate bene ed il loro mastodontico PIL.
Alla Sun ci sgridano perché Daniela ci traduce a voce troppo alta le parole della guida.
Americani del cazzo”, pensiamo.
Il pianoforte del Million Dollar Quartet originale. Perkins, Jerry Lee, Cash ed Elvis nella foto. Puoi sederti ma se tocchi il piano sei uno stronzo. Uno stronzo blasfemo.
Puoi stringere il microfono sul quale Elvis ha inciso “That’all right”. Il primo passo sulla strada della leggenda.
Venti minuti di strada e si torna a Graceland. Un tablet con la guida in italiano, un pulmino che porta all’ingresso della villa, le foto e l’ingresso nella magione. Poca gente, tutti americani o quasi.
Le stanze viste mille volte nei documentari, gli abiti, i ricordi. Poi le tombe. La nonna, la mamma, il papà, la figlia ed Elvis. C’è silenzio. Sulla tomba del Re qualcuno ha messo una foto di papa Leone.
Un giro sul Lisa Marie, una tappa tra magliette e calamite, una notte in albergo davanti a Graceland e altre trecento e rotte miglia per Nashville. Siamo in ritardo per l’aereo. Il cimitero è mezz’ora fuori dalla rotta.
Ci andiamo lo stesso, e che cazzo!
Bandierine americane ovunque. Io e il piccolo pisciamo nascosti dietro una jeep.
L’ultima residenza di Johnny Cash e June Carter Cash è in evidenza. Ci fermiamo per qualche minuto senza dire una parola, con un amore che brucia l’anima, poi schizziamo sulla Nissan e raggiungiamo l’aeroporto.
Due ore: Tex Willer e Grisham.
Ancora New York per gli scampoli. Il parco di Little Island e la spiaggetta con gli anatroccoli, un’ultima birra. Qualcosa che dimentico ed un’ultima notte illuminata dai soliti schermi.
JFK, controlli, foto, altre impronte.
Shrek 2, Grisham, Van de Sfroos su Spotify e qualcuno che riesce a dormire.
E ancora, dopo qualche giorno, il fottuto Jet lag che mi lascia sveglio fino alle tre e mezza del mattino.
L’America. Il gigantesco circo della metropoli e l’anima cruda della provincia.
Elvis e i drogati sdraiati in metropolitana.
E’ un bel film da vedere. Sai che è tutto finto, ma vale il prezzo del biglietto.
Probabilmente.

Alex Rebatto

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Alex Rebatto

Alex Rebatto, classe 1979. Ha collaborato nei limiti della legalità con Renato Vallanzasca ed è stato coautore del romanzo biografico “Francis”, sulle gesta del boss della malavita Francis Turatello (Milieu editore), giunto alla quarta ristampa. Ha pubblicato il romanzo “Nonostante Tutto” che ha scalato per mesi le classifiche Amazon. Per Algama ha pubblicato il noir "2084- Qualcosa in cui credere"

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