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L’idea green dell’Ue: tassare le auto dei poveri e dei lavoratori

Com’è noto, nel 2035 ci sarà la fine del motore termico e 250 milioni di vetture in Europa – il 42% dei veicoli circolanti – finiranno al palo. Più o meno tutte le grandi case automobilistiche hanno annunciato chiusure di stabilimenti e centinaia di migliaia di posti di lavoro continuano a perdersi. Ma agli invisibili burocrati di Bruxelles non importa. La farsa va avanti.

Ma che si tratti di farsa sarà ormai chiaro a chiunque, dato che le auto elettriche nel Vecchio Continente costituiscono appena il 15% del mercato. Per non parlare dell’Italia, dove le macchine green in giro sono appena il 3,4% e il numero delle colonnine di ricarica è semplicemente ridicolo. Così, la Commissione europea ha pensato ad una soluzione ad hoc per il nostro governo, atto a favorire la diffusione dei mezzi verdi: tassare le auto non elettriche. Nei Pniec (Piani nazionali per l’energia e il clima), come riporta Quattroruote, chiede infatti all’Italia di «contrastare le emissioni attraverso un quadro favorevole alla diffusione dei veicoli elettrici, in linea con l’ambizioso obiettivo presentato nel piano, anche tramite incentivi fiscali stabili come una tassazione delle auto di proprietà e delle auto aziendali basata sulla CO2». E cioè: più vecchia è l’auto (e cioè più alte sono le sue emissioni) più il proprietario deve essere tassato.

Possiamo già ribattezzarla la tassa sui poveri e sui lavoratori. L’Italia vanta infatti il parco auto più vecchio d’Europa, sicchè per l’erario si tratterebbe di una grande occasione per spremere ancor di più i cittadini senza sforzi e in nome della transizione ecologica. Ovvero, come al solito, per il nostro «bene». Ma naturalmente se gli italiani non comprano auto elettriche ci sono dei motivi, pure piuttosto evidenti. Il primo: costano molto di più delle altre. E grazie ai demenziali dazi imposti dall’Ue alla Cina che vanno dal 17,8% al 45,3%, le pagheremo sempre di più: la Cina non è infatti soltanto un Paese che esporta fiumi di auto elettriche, no. Non soltanto: è il principale esportatore delle batterie che le fanno funzionare. E quando Pechino deciderà di alzare i loro prezzi rispondendo ai dazi, un’utilitaria green costerà quasi come un appartamento.

Il secondo motivo per cui nessuno le compra è di difficile comprensione per i burocrati di Bruxelles. Ossia: può permettersi di usare l’auto elettrica solo chi non la utilizza per lavorare. D’altra parte solo un idiota può pensare che, ad esempio, chi fa consegne possa consentirsi il lusso di girare in lungo e in largo per trovare una colonnina, mettersi in coda e fare un cruciverba in attesa del pieno di energia. Dunque, ad essere vessato sarà chi i soldi per cambiare l’auto non li ha, e cioè i poveri. E, in generale, chi con l’auto ci lavora.

Certo, la brillante idea della Commissione Europea potrebbe trovare terreno fertile in Regioni come Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e in parte il Lazio (oltre alle grandi città) dove vigono già divieti per la circolazione dei mezzi inquinanti, a meno – manco a dirlo – di non pagare il (molto limitato) servizio Move-in. Tali divieti ogni anno alzano l’asticella per fermare la circolazione: a seconda delle zone si va da Euro 0 fino a Euro 6. In queste aree tenere un diesel non ha più senso, tantomeno comprarne uno nuovo, dato che si sa che in 5-6 anni si sarà colpiti dalla mannaia delle amministrazioni. Così, chi vive nelle altre Regioni, può far incetta di diesel usati prelevandoli a prezzo di svendita dove ci sono le sanzioni. Ma la tassazione generica sulle emissioni suggerita dalla Commissione Europea stavolta colpirebbe anche loro. Anzi, loro di più: dato che stanno rimettendo in circolo auto vietate altrove proprio per quanto inquinano.

Ma, ovviamente, bisogna leggere tra le righe: se uno attraversa lo Stivale pur di aggiudicarsi un diesel usato, significa che evidentemente ricco non è. Probabilmente necessita di un mezzo per lavorare. E sicuramente non ha tempo di giocare all’ideologia green.

Edoardo Montolli

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Edoardo Montolli

Edoardo Montolli, giornalista, è autore di diversi libri inchiesta molto discussi. Tre li ha dedicati alla strage di Erba: "Il grande abbaglio"; "L’enigma di Erba" e "Olindo e Rosa" Ne Il caso Genchi (Aliberti, 2009), tuttora spesso al centro delle cronache, ha raccontato diversi retroscena su casi politici e giudiziari degli ultimi vent'anni. Dal 1991 ha lavorato con decine di testate giornalistiche. Alla fine degli anni ’90 si occupa di realtà borderline per il mensile Maxim, di cui diviene inviato fino a quando Andrea Monti lo chiama come consulente per la cronaca nera a News Settimanale. Dalla fine del 2006 alla primavera 2012 dirige la collana di libri inchiesta Yahoopolis dell’editore Aliberti, portandolo alla ribalta nazionale con diversi titoli che scalano le classifiche, da I misteri dell’agenda rossa, di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti a Michael Jackson- troppo per una vita sola di Paolo Giovanazzi, o che vincono prestigiosi premi, come il Rosario Livatino per O mia bella madu’ndrina di Felice Manti e Antonino Monteleone. Ha pubblicato tre thriller, considerati tra i più neri dalla critica; Il Boia (Hobby & Work 2005/ Giallo Mondadori 2008), La ferocia del coniglio (Hobby & Work, 2007) e L’illusionista (Aliberti, 2010). Il suo ultimo libro è I diari di Falcone (Chiarelettere, 2018)

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