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La barzelletta dei 19 milioni di evasori e l’evasione fiscale creata dallo Stato

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La storia di come lo Stato s’inventi un’evasione fiscale dal nulla grazie alla legislazione italiana

 

«Sono 19 milioni le persone che hanno debiti con il fisco. Le abbiamo individuate, ma a chi conviene metterle tutte in cella?» Questa frase è stata attribuita più o meno da tutti a Ernesto Maria Ruffini, direttore dell’Agenzia delle Entrate, alla presentazaione del suo libro al Festival Internazionale dell’Economia.

Voglio pensare che sia stata udita male, perché non posso immaginare che i giornalisti paladini della libertà presenti all’evento possano aver impunemente sopportato un’arroganza di questa natura, dove nientemeno che il direttore dell’Agenzia delle Entrate si permette di ipotizzare il carcere per chi ha debiti con il fisco, confondendolo, o facendo finta di confonderlo, con l’evasione fiscale, che è un reato ben preciso e che passa attraverso il vaglio dei tribunali e non certo per il solo giudizio dell’erario.

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Perché, ovviamente, dire che ci siano in Italia 19 milioni di evasori fiscali, di cui 16 milioni di persone fisiche, sarebbe prima di tutto ridicolo. Secondo l’Osservatorio statistico su lavoratori dipendenti e indipendenti dell’Inps, nel 2020 erano attivi nel mondo del lavoro circa 25 milioni di persone, dei quali 14 milioni di dipendenti privati e 3 milioni e mezzo pubblici.

Sicchè, o si ipotizza che una gran parte dei dipendenti siano evasori, smontando il consueto luogo comune per il quale i dipendenti non possono evadere, o ancora si ipotizza che gli evasori siano da cercare tra i disoccupati, che sarebbe una clamorosa novità, oppure i numeri non tornano per nulla. Considerando che sono circa 50 milioni le persone in età lavorativa, 19 milioni di evasori significherebbe dire poi più di un italiano su tre. Ridicolo, appunto.

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Invece, semplicemente, tra quei 19 milioni di cartelle, ci sono multe, sanzioni per ritardi, sanzioni per omessa denuncia di redditi anche di una manciata di euro, sanzioni per dimenticanze, sanzioni per leggi di cui si ignorava l’esistenza.

D’altra parte, è stato proprio Ruffini, nello stesso giorno a dire, come riporta Il Giornale: «Abbiamo circa 800 norme tributarie, stratificate nel tempo e un Testo unico, che dalla sua approvazione nel 1986 è stato modificato più di 1.200 volte: in media 1 ogni 10 giorni. In un contesto simile il rischio è duplice: il contribuente onesto fatica a raccapezzarsi, il disonesto invece, proprio grazie alla confusione, ha la possibilità di riuscire a nascondersi».

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E così funziona già meglio. E siccome non risulta che 16 milioni di italiani siano sotto processo o già condannati per evasione fiscale, se ne ricava che la stragrande maggioranza di coloro che ricevono le famigerate cartelle non siano riusciti a «raccapezzarsi» nella jungla di 800 norme tributarie.

Ma si potrebbe andare ben oltre, parlando dei numeri dell’evasione fiscale, stimata in 30 miliardi l’anno, dimostrando come lo Stato la crei dal nulla. E lo facciamo con un piccolo esempio tra i tanti possibili: un lavoratore autonomo emette una serie di fatture da pagarsi a 90 giorni, per, mettiamo 20 mila euro. Scaduti i termini, l’azienda non lo paga. Lui può rincorrerla per tribunali, ma le fatture ormai le ha emesse. E, passato il periodo di tempo giusto nel quale tuttavia il lavoratore non ha visto il becco di un quattrino, per lo Stato “è come” se i soldi li avesse presi: intesi come iva, eventuale ritenuta d’acconto e contributi.

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Sicchè lo Stato e gli enti previdenziali gli chiederanno quasi il 40% di quei 20 mila euro che non ha mai visto, ma che “è come” se li avesse visti. Sarà inutile documentare di non averli mai incassati. Nessuno li ha pagati, nessuno li ha presi, ma lo Stato vorrà comunque la sua grossa fetta di denari.

Se il lavoratore autonomo non li ha, come quasi sempre accade, ecco arrivare l’Agenzia della Riscossione: e stavolta chiederà molto di più, anche il 70%, dato che quelle cifre, cifre fantasma, sono andate a ruolo. Il lavoratore autonomo chiederà di rateizzare e i numeri saliranno ancora, ad un ritmo di interessi fino al 6,5% l’anno, magari per dieci anni.

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Dunque, il nostro lavoratore autonomo non mai ha visto un solo euro, ma è costretto a pagare alla fine allo Stato addirittura molto più di quanto avrebbe incassato, dietro minaccia di pignoramenti di conti, auto, case e fatture di fornitori. Un debito con il fisco di fatto non c’è mai stato, ma il fisco lo ha creato artificialmente a causa di una legislazione che lo consente.

Alcune domande sorgono spontanee: quei 16 milioni di persone con cartelle esattoriali sono dunque 16 milioni di persone che avevano veri debiti con il fisco o tra loro vari milioni “è come” se avessero debiti con il fisco?

Sono persone che non pagano le tasse o sono persone il cui importo esorbitante e moltiplicato delle sanzioni impedisce di pagarle?

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E qual è la parte reale di tassa non pagata rispetto alla cartella esattoriale? Perché sarebbe molto facile parlare di evasione alle stelle se una cartella, ad esempio, raddoppiasse, triplicasse o quadruplicasse gli importi dovuti con sanzioni, more, e tasse su sanzioni e more.

Infine, resta un dubbio: se io non ho mai preso un soldo – e lo posso documentare – su determinati importi e lo Stato pretende da me lo stesso su quegli importi una percentuale che sale di anno in anno e dietro minaccia di portarmi via tutto, che nome dovrei dare a questa pretesa? Perchè, nel privato, questa pratica un nome ce l’ha.

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