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Ridevano dei complottisti. E ora il Grande Fratello Fiscale è arrivato

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Chi lo dice ora ai complottisti che avevano ragione? Che il green pass costituiva davvero la prova generale del Grande Fratello Fiscale per tenere sotto controllo gli italiani?

grande fratello complottisti

Chi lo dice ora ai complottisti che avevano ragione? Che il green pass costituiva davvero la prova generale del Grande Fratello Fiscale per tenere sotto controllo gli italiani?

In Cina dal 2020, l’anno della pandemia, è entrato a regime il Sistema di Credito Sociale (SCS) pianificato nel 2014. Il sistema controlla e giudica, grazie al digitale, il comportamento dei cittadini: dal pagamento di fatture e contratti al tipo di spese effettuate fino alle loro relazioni interpersonali. In base al punteggio si può essere premiati con l’accesso facilitato a finanziamenti, affitti, viaggi e status sociale. O essere puniti con l’esclusione dalle scuole private, dai trasporti, da internet e pure dal lavoro.

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E in varie città d’Italia è adesso iniziata la sperimentazione del Citizen Wallet. Che cos’è? Scrive il Comune di Roma sul proprio sito: “Il sistema consente al cittadino virtuoso di ottenere punti che saranno in seguito convertiti in premi (beni e/o servizi sostenibili) offerti da Roma Capitale e dai suoi partner. Il ‘borsellino elettronico’ (wallet) sarà accessibile dalla Casa Digitale del Cittadino – My Rhome tramite le credenziali del Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID), della Carta d’Identità Elettronica o della Carta Nazionale dei Servizi (CNS).

I cittadini, pendolari, studenti o turisti che sceglieranno di aderire al Citizen Wallet, previa sottoscrizione dell’informativa, possono vedere l’accredito dei punti a partire dalle 72 ore successive alla messa in atto dei comportamenti cosiddetti eco-compatibili”.

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Massimo Bugani, che aveva lavorato al progetto di Roma e che ora cura una medesima sperimentazione al Comune di Bologna, dove riveste il ruolo di assessore all’Agenda digitale, diceva in marzo al Corriere della Sera qualcosa di più specifico: «Il cittadino avrà un riconoscimento se differenzia i rifiuti, se usa i mezzi pubblici, se gestisce bene l’energia, se non prende sanzioni dalla municipale, se risulta attivo con la Card cultura».

Ora, si dirà, che male c’è se il sistema, al momento, è solo premiale e facoltativo? Bene. Si sarà notato che l’accesso avviene tramite identità digitale. Domanda: che fine fanno i dati che comunichiamo con essa? A ottobre da queste colonne vi avevamo informato di una curiosa normativa inserita nel Decreto Capienze, grazie alla quale la pubblica amministrazione non deve più chiedere autorizzazioni al Garante per trattare i nostri dati personali.

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Li potrà usare tutti. In sostanza, qualsiasi nostra attività digitale potrà essere utile allo Stato per sostenere che il nostro stile di vita non sia congruo con la dichiarazione dei redditi.

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Il fisco avrà così sotto controllo non solo le nostre spese, ma le nostre abitudini, cosa compriamo, se andiamo al cinema o al ristorante. Un Grande Fratello che saremo noi a implementare.

Ad esempio, dal primo luglio anche i titolari di partita iva in regime forfettario saranno obbligati alla fattura elettronica, un sistema che non ha fatto recuperare un granché di evasione. Ma forse perché non era quello l’obiettivo.

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A dicembre, infatti, la fatturazione elettronica ha finalmente suscitato le rimostranze non dei complottisti, ma del Garante della Privacy che ha scritto nel registro dei provvedimenti n. 454: “La memorizzazione integrale dei file XML, corredati dei relativi allegati […] comporta comunque la concentrazione presso l’Agenzia delle entrate di miliardi di fatture elettroniche contenenti dati, anche appartenenti a categorie particolari o relativi a condanne penali e reati, riferiti a ogni aspetto della vita quotidiana, abitudini e scelte di consumo delle persone fisiche. […] determinano un’ingerenza, sistematica e preventiva, nella sfera privata più intima delle persone fisiche, non proporzionata all’obiettivo di interesse pubblico.”

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Chiaro? Se non lo fosse ancora, è appena entrato in vigore il decreto 36 sull’obbligo a munirsi di Pos per professionisti, aziende e commercianti. Ma non è l’unica novità introdotta. Di mezzo ci sono pure controlli su bancomat e carte: se prelevare troppo denaro risultava già sospetto, oggi è sospetto anche prelevarne troppo spesso. E per contro, come scrive Fenailp (Federazione Nazionale di rappresentanza di imprenditori e professionisti) “per la generalità dei contribuenti potrebbe destare sospetto il prelevare troppo poco. In assenza di altri redditi se non si preleva parte del proprio stipendio dal bancomat, lascia presupporre che si abbiano altre entrate non dichiarate. E questo fa pensare che ci sia evasione fiscale”.

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Prelevi troppo? Rischi la sanzione. Troppo poco? La rischi lo stesso. Vale per tutti, autonomi e dipendenti. Dove si arriverà? Verosimilmente ad un mare di contestazioni ingiuste, ma sulle quali il cittadino non sarà in grado di difendersi, potendogli contestare l’erario anche prelievi di anni prima.

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In un commento ad un articolo sul tema del Sole 24 Ore, un internauta ha scritto: «La segnalazione per riciclaggio dopo un versamento in contanti sul conto di mia madre novantenne (per lavori urgenti in bagno necessari a persona invalida) mi ha convinto. In futuro solo contanti, e che facciano tutte le leggi che vogliono!»

 

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