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Diego Gugole, il ragazzo che ha sterminato i genitori: “Non mi piaceva lavorare”

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Diego Gugole, l’agghiacciante storia di un giovane che ammazza papà e mamma per prendersi i soldi con cui pagare la caparra della sua nuova casa 

Dopo essersi costituito, agli inquirenti ha detto: “Dopo il delitto sono andato al bar a vedere la partita”

La ricostruzione del caso nell’approfondimento di Cronaca Vera

diego gugole

CHIAMPO (Vicenza) – Diego Gugole, 25 anni, aveva elaborato il piano da «circa un mese». Un piano folle e atroce: ammazzare papà e mamma per prendersi il loro denaro e comprarsi una casa. Lo ha realizzato a metà.

Ha ucciso papà Sergio e mamma Lorena Zanin. Ha preso dei soldi per pagare la caparra. Avrebbe poi dovuto nascondere i corpi nell’appartamento della nonna, cancellando le tracce dei delitti con la vernice. Ma, dopo i delitti, è andato al bar a vedere la partita.

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Ci ha riflettuto un po’. Ed è andato a costituirsi dai carabinieri, confessando tutto: «Non mi piaceva lavorare, volevo i soldi per una macchina e per una casa».

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Una storia di duplice delitto in famiglia surreale, che ha ricordato a molti le gesta veronesi di Pietro Maso, il quale sterminò i genitori per fare la bella vita, tentando invano di depistare le indagini.

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LA STORIA DI DIEGO GUGOLE

Ma Diego non ci ha alla fine provato. Ha fatto tutto da solo: si è trasformato in assassino per poi andare a raccontare tutto alle forze dell’ordine, che ancora non sapevano nulla dell’accaduto. Ha parlato ai carabinieri attoniti senza mai mostrare commozione. Dicendo che dopo aver ucciso «avevo sete. Sono andato in un bar e ho ordinato una Coca Cola. C’era la televisione, davano la partita e sono rimasto per un po’ lì, a guardare la Champions».

Forse era soltanto deluso dall’idea che il suo piano non fosse poi così infallibile. Ha ricordato lucidamente gli omicidi: «A lui ho sparato due colpi mentre era seduto a tavola. Mamma era uscita per accompagnare i nonni da qualche parte. L’ho aspettata e ho sparato circa quattro volte ma uno dei proiettili ha centrato il televisore in salotto».

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Ha spiegato nei dettagli cos’avesse in testa: dopo i delitti ha trasferito del denaro dal conto del padre sul suo per avere la caparra per comprarsi la casa nuova. Usando l’App del cellulare si è inviato 16mila euro dal conto bancario di famiglia al proprio.

Dieci li ha bonificati all’impresario edile per l’abitazione che voleva ad Arzignano, che avrebbe saldato usando l’eredità. Il materiale per cancellare le tracce lo aveva preso (vernici, pennelli e sacchi per i cadaveri). Così come era già pronta la prima scusa per la telefonata di una vicina di casa che non riusciva a trovarli: «Voleva sapere dove fossero i miei genitori, perché avevano una riunione di condominio e non riusciva a contattarli. Le ho risposto che erano partiti per un viaggio».

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Disoccupato da un anno, sostiene che «ultimamente non mi piaceva lavorare». Ma non voleva farlo sapere in giro. Tanto che un anziano del paese che abita nel condominio adiacente, ha detto ai cronisti: «Gli ho chiesto cosa ci facesse ancora a casa, a quell’ora del pomeriggio. E Diego mi ha risposto che faceva il turno serale in conceria».

Una bugia come le tante che raccontava a papà e mamma. Mentiva su tutto. Dicono che gli amici lo chiamassero il “Mona”, che non è esattamente un complimento. Però strampalato non vuol dire criminale. Apparentemente la sua era peraltro una famiglia perfetta, sempre presente alla messa domenicale al gran completo, anche se pare che Sergio e Lorena volessero farlo vedere da una psicologa.

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DETTAGLI

Al Corriere della Sera Umberto Fracca, il presidente del comitato che organizza l’annuale Sagra dell’Assunta, ricorda: «Diego era molto legato alla madre e infatti lo canzonavamo affettuosamente dandogli del mammone, e lui rideva. Ci dava una mano a montare e smontare le baracche e a preparare i panini. È sempre stato generoso. Per come lo conosco, sono convinto che qualcuno gli abbia inculcato nella testa l’idea di uccidere i genitori».

Il papà, pensionato, aveva lavorato in conceria. Diego dice che non litigavano. Però ha ucciso entrambi. Quando gli hanno riferito che lo avrebbero trasferito di carcere, si è preoccupato solo della sua felpa, che si sarebbe potuta rovinare: «è firmata Balenciaga».

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Sui social postava foto di vacanze in Liguria, selfie con le ragazze, cose di qualsiasi ventenne. Qualcuno ora rammenta che frequentasse brutte compagnie, gente «che gira con la droga». Ma niente spiega ciò che ha commesso.

Il suo avvocato, Rachele Nicolin, ha già detto che chiederà la perizia psichiatrica. Intanto Diego ha ribadito la sua confessione, fatta al pm Francesca De Munari, al gip Antonella Toniolo. Non si è risparmiato nulla: ha spiegato che l’arma, una 9 millimetri di fabbricazione polacca, l’aveva presa al mercato nero qualche giorno prima dei delitti: «L’ho comprata a Cologna Veneta, ho chiesto un po’ in giro e alla fine me l’ha venduta un marocchino di cui non so il nome».

Agli inquirenti non resta che cercare nei suoi telefonini per vedere se a qualcuno fosse a conoscenza del suo delirante progetto. Al quale ha rinunciato troppo tardi.

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