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L’ultimo giorno di Simonetta Cesaroni

L'assassino è ancora senza nome

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Il documentarista Paolo Cochi ricostruisce l’ultimo giorno di Simonetta Cesaroni, assassinata a Roma, in via Poma, il 7 agosto 1990. Cosa successe davvero negli uffici dell’AIAG?

 

Simonetta Cesaroni

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Paolo Cochi, documentarista e scrittore esperto di crimini controversi, ha dedicato un’analisi al delitto di Simonetta Cesaroni con un documentario, uscito nel 2017, dal titolo “Via Poma oltre la Cassazione. Cronaca di un delitto senza giustizia”, dal quale ha tratto un libro con lo stesso titolo, scritto in collaborazione con l’avvocato Paolo Loria e il criminologo Francesco Bruno, pubblicato da Runa editrice. Lo abbiamo dunque interpellato sugli aspetto, a tutt’oggi oscuri, dell’ultimo giorno di vita della vittima.

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Libro di Paolo Cochi su Simonetta Cesaroni
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Gli abiti di Simonetta Cesaroni

«Prima di uscire di casa per prendere servizio alla sede regionale dell’AIAG in via Poma, Simonetta si apparta per tenere una conversazione telefonica. Non si è mai saputo con chi e di cosa abbia parlato», esordisce Cochi.

Com’era vestita quel giorno per andare al lavoro?

«Con un abito grazioso, adatto alla sua giovane età, ma non particolarmente chic, né provocante. Di insolito, c’è che portava tutti i gioielli del suo guardaroba: anello, braccialetto, orecchini e collana».

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Questo che cosa può significare?

«Non possiamo saperlo. Forse doveva incontrare una persona con cui voleva fare bella figura, ma non c’è testimonianza che avesse in programma un simile incontro. Quel giorno, negli uffici dell’AIAG, doveva lavorare da sola. Tuttavia, c’è il mistero della cartellina».

Simonetta Cesaroni su Cronaca Vera
L’uccisione di Simonetta Cesaroni raccontata sul numero 937 di “Cronaca Vera”.

 

Di che cosa si tratta?

«La sorella riferisce che quando la accompagnò in auto alla stazione della metropolitana, Simonetta aveva con sé una cartellina. Poiché la documentazione necessaria per il lavoro si trovava tutta presso l’ufficio, potrebbe aver contenuto un curriculum da consegnare in un colloquio di presentazione. Questa cartellina poi è scomparsa».

Torniamo ai movimenti di Simonetta. Intorno alle 15.30 la sorella la lascia alla metropolitana. Dopo che cosa accade?

«Nessuno la nota sul metrò e nemmeno nel tragitto dalla fermata di arrivo sino a Via Poma, dove i portieri non la vedono entrare, né altri inquilini la incrociano dentro il palazzo. Le tracce riprendono intorno alle 17.15, quando fa una telefonata alla signora Berrettini, impiegata con cui divideva la stanza, chiedendo lumi su un codice del programma di contabilità. La Berrettini chiede aiuto alla signora Baldi, responsabile amministrativo dell’AIAG, che fornisce la risposta e la Berrettini la comunica a Simonetta».

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Raniero Busco, ex di Simonetta Cesaroni
Tutto è tornato in discussione dopo l’assoluzione di Raniero Busco, fidanzato della vittima

 

Cosa c’è da dire su questo giro di telefonate?

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«Al tempo non esisteva la registrazione delle chiamate, per cui dobbiamo fidarci della testimonianza di chi ha effettivamente chiamato o risposto. Quindi la Berrettini e la Baldi, e il marito di quest’ultima, il signor Sibilia, anch’egli dipendente dell’AIAG, che raccoglie la chiamata della Berrettini passandola alla moglie. È strano che Simonetta abbia chiamato la Berrettini, ben sapendo che non era esperta sul problema da risolvere. Quel che accade dopo lo scambio di telefonate, conclusosi alle 17.30 circa, possiamo solo ricavarlo dall’esame della scena del crimine.

Simonetta si sposta nell’ufficio del direttore, dove il suo misterioso aggressore la stordisce con un violento ceffone e poi la trafigge con ventinove coltellate, inferte con un’arma mai sicuramente identificata, forse un tagliacarte trovato sul posto. Simonetta, quando viene colpita, indossa solo il reggiseno, semiabbassato, e i calzini.

Dopo averla trucidata l’assassino, o qualcun altro accorso ad aiutarlo, pulisce la scena dal sangue, utilizzando – si presume – i vestiti di Simonetta, che non saranno ritrovati, a parte le scarpe e il corpetto dell’abito, depositato sul suo ventre almeno quaranta minuti dopo l’aggressione, come chiarisce la perizia sulle macchie ematiche. Uno sbaffo di sangue sul telefono nella stanza della signora Maria Luisa Sibilia, una delle impiegate, indicherebbe che l’assassino, o un suo aiutante, abbia fatto una telefonata da quell’apparecchio».

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Chi ha scoperto il cadavere?

«Intorno alle 20, la sorella di Simonetta e il suo fidanzato, preoccupati per l’irreperibilità della ragazza, si recano dal suo datore di lavoro, Salvatore Volponi, per farsi accompagnare dal cliente presso cui operava Simonetta, ma questi mostra di non conoscerne né il nome, né l’indirizzo esatti. Soltanto alle 23.30, dopo laboriose ricerche, il quartetto composto da Volponi, suo figlio, la sorella di Simonetta e il suo fidanzato raggiunge l’appartamento di via Poma.

Trovano la porta chiusa dall’esterno, a più mandate, e la aprono con le chiavi della portineria. Volponi è il primo ad arrivare nella stanza del delitto accorgendosi subito, nonostante il buio e le imposte chiuse, di Simonetta stesa a terra e grida: “Bastardo!”, all’indirizzo dell’assassino».

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Il video dell’intervista di Rino Casazza a Paolo Cochi sul delitto di Simonetta Cesaroni:

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