Delittisocietà

“Vi racconto quel genio del mio compagno di classe Guglielmo Gatti. Ed ecco perché l’ho sempre considerato innocente”

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Guglielmo Gatti, condannato per aver fatto a pezzi gli zii, potrebbe presto usufruire di permessi premio. Non ha mai confessato, ma ha rinunciato a chiedere la revisione per rispetto delle sentenze. Attilio Negrini, suo ex compagno di classe, non ha mai creduto alla sua colpevolezza: “Era il genio della scuola. Ma con un fisico come il suo era impossibile immobilizzare, uccidere e trasportare i due malcapitati anziani”. Su Cronaca Vera, in due puntate, tutta la storia, con le immagini del giovane Gatti…

 

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La seconda parte del servizio che Cronaca Vera ha dedicato al giallo di Brescia e al caso di Guglielmo Gatti

 

BRESCIA – Nell’estate calda del 2005 fu il giallo che tenne banco su tutti i giornali: la scomparsa di Aldo Donegani, 77 anni, e Luisa De Leo, 61, in realtà fatti a pezzi nel garage della loro villetta e gettati in alcuni sacchi in un dirupo al Vivione, con le teste buttate nei boschi di Provaglio d’Iseo. Per quell’orrendo massacro venne condannato all’ergastolo il nipote Guglielo Gatti, che viveva nell’altra parte della villetta, da tempo orfano di entrambi i genitori e studente fuori corso di ingegneria. Non fu mai chiaro il movente e lui, accusato da alcuni testimoni che lo avrebbero visto al Passo del Vivione, si protestò sempre innocente. Nel 2015 rifiutò di chiedere la revisione dato che non lo avevano mai creduto i giudici precedenti.

In una cella singola a Opera, dove passa il suo tempo leggendo, Gatti, oggi 57enne, è un detenuto modello e come fa sapere il suo avvocato Luca Broli, a breve, avendo scontato già 16 anni, potrebbe usufruire di permessi premio.

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I coniugi Donegani

 

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L’EX COMPAGNO

Non tutti sono stati però convinti delle sue responsabilità. Già all’epoca del suo arresto, un ex compagno di classe al liceo Luzzago di Brescia, Attilio Negrini, espresse enormi perplessità che tuttora nutre e confida a Cronaca Vera: «Non eravamo amici. Ma era uno studente modello, curioso di tutto, appassionato soprattutto alla matematica e alle materie scientifiche. In terza liceo già conosceva il programma di matematica degli anni successivi, insomma, era considerato il genio della scuola. Nel rapporto con i compagni mi è sempre sembrato piuttosto tranquillo. Ricordo quando, arrivato a un passo dall’aver “risolto” il cubo di Rubik senza “istruzioni”, durante l’intervallo mi spiegò l’ultima decisiva mossa per invertire alcuni colori e completare le sei facce».

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Attilio Negrini

 

Negrini, quattro figli, è oggi autore di un thriller, La moneta dell’inganno (Tabula Fati) che vede come protagonista un curato, don Giuseppe Bonetti, alle prese con una complicata indagine tra gesti simbolici e massoneria. Ma talvolta la fantasia non è complessa come la realtà. E il caso di Gatti è stato infatti, a suo giudizio, chiuso troppo in fretta: «Mi sembrava impossibile che fosse lui l’assassino. Non ho mai avuto l’impressione che potesse cadere in preda a raptus. Tant’è che l’unico gesto di rabbia che rievocammo in una cena di classe pochi anni dopo l’omicidio degli zii, lo ricordavano tutti, essendosi probabilmente trattato di un unicum: una mattina gli si macchiò il maglione di lana di inchiostro e il suo gesto di rabbia, se vogliamo un po’ anomalo, fu quello di togliersi di scatto il maglione e gettarlo nel cestino della spazzatura. Quando giocavamo a calcio, Gatti stava in porta, non correva più di tanto, stava fermo ad aspettare il pallone. Era poco atletico, non magro, un po’ sovrappeso, a mio avviso con un fisico come il suo era impossibile immobilizzare, uccidere e trasportare i due malcapitati anziani. Se Gatti fosse l’assassino, non potrebbe comunque aver fatto tutto da solo, questa fu una delle mie prime impressioni quando appresi che da nipote intervistato diventò il mostro indagato».

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TROPPI DUBBI

Ma non c’è solo questo in un processo tutto indiziario e in un’indagine mediatica: «Gatti fu avvistato un po’ dappertutto in Val Camonica, ma la testimonianza chiave fu quella di un ragazzino minorenne e dei suoi genitori, che lo videro sulla strada del Passo del Vivione dove poi furono ritrovati i corpi. Parte dei corpi… In fase processuale, lo ricordo bene anche se non ho trovato dei riscontri in rete, il ragazzino confermò la sua testimonianza, i genitori no». Il padre si dimostrò in effetti incerto, riportano le cronache, la madre parlò di una “lieve somiglianza”. Rammentarono che a loro fu mostrata solo la foto dell’imputato. «Se io credo di avere visto un uomo sospetto in un tratto di strada, di sfuggita, per pochi attimi, cosa che a me sembra impossibile – manco mi ricordo chi ho incrociato mezzora fa – ma poi accade che in quel luogo vengono trovati i cadaveri, perchè, ammesso che la mia testimonianza fosse indebolita da alcuni dubbi, non dovrei confermarla nel processo avendone avuta la prova? Perchè solo il minorenne la riconfermò?».

Ci fu poi la testimonianza di un albergatrice: «Sì. Dissero che Gatti quella notte, di ritorno dal Vivione, dormì in un albergo di Breno. A parte che la cosa mi parve subito strana: perchè alloggiare fuori casa a 40 minuti dal proprio letto? Perchè lasciare una traccia? Ma attenzione. Gatti sarebbe arrivato all’albergo di Breno alle 3 di notte, un dettaglio molto strano… quanto ci ha messo per scaricare i sacchi nel bosco? Nelle 5 ore di buio prima delle 3, che cosa fece a zonzo per la Val Camonica? Ma poi, riportarono i giornali, non fu registrato».

E ancora, i cadaveri: «Al Vivione nei sacchi mancavano delle parti dei due cadaveri. Alcuni resti furono trovati nel bosco di fianco alla superstrada che va verso il lago d’Iseo. Ma dopo alcuni mesi ci fu un altro sopralluogo coi cani nella stessa zona e fu ritrovato il cranio di una delle vittime. Domanda: Perchè una seconda ricerca a distanza di tanto tempo? Come mai i cani non trovarono un cranio contenente materiale organico e lo trovarono invece a distanza di mesi quando non potevano che essere rimasti solo pezzi di ossa? Mistero. Quando ancora era solo testimone della scomparsa, Gatti rilasciò a Nunzia Vallini, oggi direttore del Giornale di Brescia, un’intervista in cui disse «L’auto è presente in garage» con una tranquillità incredibile. Quel garage, secondo l’accusa, era stato il teatro del duplice omicidio. Io credo che se dopo aver compiuto una “mattanza” come la definì il Procuratore Tarquini, parlassi di quel luogo pensando ai corpi straziati, al sangue che schizza, la mia voce cambierebbe di tono, il mio sguardo cambierebbe aspetto. Nulla. Gatti pochi giorni dopo la “mattanza” riesce a descrivere quel luogo semplicemente come un garage. Un altro fatto increscioso fu che i giornali sottolinearono come Guglielmo Gatti non avesse mai avuto una fidanzata e questa cosa fu considerata quasi una prova del fatto che non fosse tanto “normale”, quindi, era implicito che rappresentasse in pieno la figura dell’assassino, chissà perché. Credo che se la vicenda si fosse svolta nel 2021, il non avere mai avuto una ragazza, ammesso che fosse vero, sarebbe stato considerato un elemento a suo favore se per caso avesse aggiunto di avere “altri” interessi, cosa ovviamente non vera, e i media gli avrebbero lanciato una miriade di scialuppe di salvataggio…»

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