Un equivoco inficia il giudizio sulla serie televisiva “Il Mostro” di Stefano Sollima, finalmente uscita sulla piattaforma Netflix dopo lunga attesa.Le quattro puntate disponibili abbracciano la “pista sarda”, ovvero, come ben sanno gli appassionati, il filone di indagine più lungo e tormentato sul caso del Mostro di Firenze, che si contraddistingue per aver posto nel mirino dell’inchiesta, tra il 1982 e il 1989, almeno cinque persone diverse.Una linea investigativa, dunque, stagionata, visto che dal suo abbandono, con l’archiviazione da parte del giudice istruttore Mario Rotella, sono trascorsi ben 38 anni. Naturalmente la serie non è finita qui, ma prevede la messa in onda, come d’uso, di altre stagioni negli anni a venire. Così è certo che verranno trattate la pista Pacciani ( già accennata nel finale della quarta puntata) e quella dei “compagni di merende”, la verità giudiziaria vigente, anche se parziale, sul caso. Diamo per scontato che, per par condicio, verrà presa in considerazione anche l’altra pista approdata all’esame della magistratura, quella che ha avuto come indagato Giampiero Vigilanti dal 2017 fino al 2023, conclusasi anch’essa con due archiviazioni. Sarebbe il massimo che Sollima raccontasse almeno i più interessanti altri filoni di indagine proposti dagli analisti sul caso del Mostro. Le ipotesi di soluzione avanzate, infatti, come ho evidenziato nel mio saggio “Mostro di Firenze. Enciclopedia di un delitto”, recentemente pubblicato in edicola e in formato digitale, sono almeno una dozzina.Per una valutazione completa e con cognizione di causa della serie di Sollima bisognerà dunque aspettare.E’ tuttavia possibile esprimere un primo parere. Sollima ci consegna un prodotto, per intensità di coinvolgimento e aderenza sostanziale ai fatti, all’altezza delle sue altre prove nella fiction televisiva basata su “true crime”. Ricordiamo in particolare la bella serie “Gomorra”. Apprezzabile soprattutto l’attenzione nel delineare la personalità dei protagonisti della “pista sarda” e il contesto sociale, culturale e affettivo, affatto sui generis, in cui vivevano. È questo che lo spettatore si trova principalmente di fronte assistendo alla prima stagione della serie, mentre gli aspetti più macabri e “grandguignoleschi” della vicenda del Mostro sono trattati con misura.Il cineasta romano sembra decisamente voler esplorare il perché dei delitti del “serial killer delle coppiette” più che lo spaventevole “come” della sua azione omicida. Da questo punto di vista la “pista sarda” ne esce rinvigorita e rivalutata, perché di soggetti che potevano nascondere perverse pulsioni assassine nell’ambiente della colonia sarda di Signa, località del primo e interpretativamente decisivo delitto del Mostro, potevano essercene più d’uno.
Se è certamente vero, insomma, che privilegiare la “pista sarda” nel risolvere il mistero del Mostro sarebbe una forzatura arbitraria, è altrettanto vero che questo filone d’indagine fu solido e non può escludersi che possa tornare in auge a fronte della scoperta di nuovi elementi investigativi, eventualità perfettamente possibile in una situazione in cui una verità completa e convincente nel caso del Mostro, sia dal punto di vista giudiziario che storico, non è stata ancora raggiunta.
Nel modo in cui la serie di Sollima dà conto delle sfaccettature della “pista sarda”, in cui di volta in volta emersero individui concretamente papabili come Mostro, salvo poi veder sfumare la loro incriminazione, ci sembra di intravedere uno sforzo di esplorazione ad ampio raggio, senza trascurare alcuna prospettiva, che, se confermata, aumenterebbe il valore dell’opera del regista capitolino.
Rino Casazza
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