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Strage di Erba, scandalizzarsi per la richiesta di revisione del processo è frutto di ignoranza

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Ultimamente un magistrato della Procura di Milano, Cuno Tarfusser, ha predisposto un’istanza per la revisione della sentenza penale definitiva, del maggio 2011, che ha condannato all’ergastolo i “coniugi diabolici” Olindo Romano e Rosa Bazzi per la strage di Erba, avvenuta nel dicembre 2006 .
Benché ci si trovi ancora in una fase preliminare, dovendo l’istanza essere esaminata ed eventualmente accolta dal giudice competente, la notizia, ripresa con grande clamore da tutti mezzi di informazione, ha calamitato l’attenzione dell’opinione pubblica.

Eppure, dovrebbe essere universalmente noto che le sentenze, anche se passate in giudicato  dopo la conferma da parte della Corte di Cassazione, non sono irrevocabili ma, appunto, esiste la possibilità, prevista dall’art. 628 del Codice di procedura penale, di ribaltarle attraverso lo strumento processuale del “giudizio di revisione”.

Strage di Erba, il monologo di Edoardo Montolli a Le Iene: “Parliamo di circo mediatico” – GUARDA

Si tratta di un rimedio di civiltà, presente negli ordinamenti penali di tutti gli stati di diritto, basato su una verità, filosofica e di buon senso, inoppugnabile: poiché gli uomini non sono infallibili, non lo sono, in quanto umani, neanche i giudici.

Non si tratta di un discorso di mero principio: l’errore giudiziario è stato constatato numerose volte nella storia lontana e recente della giustizia penale.
Per quando riguarda la strage di Erba, omicidio plurimo di eccezionale spietatezza, con quattro vittime tra cui un bambino, c’è un altro motivo per non stupirsi di un’istanza di revisione: dubbi sulla correttezza delle indagini e dei processi riguardanti questo crimine sono emersi in  dettagliate  e motivate inchieste giornalistiche.

Strage di Erba, la verità sul riconoscimento di Mario Frigerio – ESCLUSIVO

Ci riferiamo non solo e non tanto a quella condotta, negli ultimi anni, dalla trasmissione televisiva “Le iene”, ma anche e soprattutto a quella, risalente a 15 anni fa, coeva allo svolgimento del processo, portata avanti da Edoardo Montolli e Felice Manti, tradottasi nel libro Il grande abbaglio.
Evidentemente le critiche rivolte da “Le Iene” e dai citati giornalisti  alla soluzione giudiziaria del caso hanno avuto una diffusione di nicchia, mentre adesso, col fatto nuovo che  è addirittura un esponente della magistratura a ritenere fondato il sospetto di un errore giudiziario, la notizia ha raggiunto e interessato il vasto pubblico.

Strage di Erba, la lettera che il supertestimone Abdi Kais scrisse a Cronaca Vera nel 2008 – GUARDA

Ci saremmo aspettati, visto che ci troviamo nell’ambito di una legittima procedura giudiziaria e i dubbi sulla colpevolezza dei due condannati non sono una novità , che i media affrontassero il problema  in modo distaccato, confrontando nel merito le due posizioni , quella colpevolista assunta  dai giudici nei tre gradi di giudizio e quella innocentista derivante dalle inchieste giornalistiche e fatta propria dalla magistratura milanese.

Strage di Erba, gli audio mai entrati a processo a Le Iene e l’imbarazzante impreparazione dei giornalisti – GUARDA

Invece stiamo assistendo, da parte di una consistente frangia dei media, ad una reazione che si allinea a quella, istintiva, dell’uomo della strada che, conoscendo solo superficialmente il caso, non si capacita come si possa rimettere in discussione un’inchiesta conclusasi con un esito su cui si registra unanimità tra le forze dell’ordine intervenute nella fase delle indagini e  decine di magistrati e giudici popolari chiamati a decidere nei vari momenti della fase processuale.

Quarto Grado e la strage di Erba: le verità non raccontate in tv – GUARDA

La condanna di Olindo Romano e Rosa Bazzi,  ci si affretta a specificare, si fonda su tre indiscutibili “pistole fumanti”: una testimonianza oculare, la confessione degli imputati, e un’analisi genetica.
Più di così che cosa si potrebbe pretendere?
Ne deriva il sospetto che la richiesta di revisione sia  un tentativo temerario e provocatorio, con magari nascosti motivi ideologici o politici, di minare la credibilità della giustizia italiana.

L’erba del vicino – la risposta a Selvaggia Lucarelli di Edoardo Montolli, cronista di ”Oggi” che da anni segue il caso erba – DAGOSPIA

Eppure, chiunque si occupi di cronaca giudiziaria dovrebbe sapere che ormai da tempo in tutto il mondo le succitate “pistole fumanti” non sono considerate tali.
Per quanto riguarda le testimonianze è accertato, sulla base di una vasta esperienza, corroborata da studi approfonditi di neurologia e psicologia della memoria, che il ricordo umano è soggetto a deformazioni involontarie che alterano significativamente la verità dei fatti.
Non stiamo parlando di “false testimonianze” maliziose, ma della convinzione in buona fede di aver visto qualcosa di diverso da quanto realmente accaduto.
Citiamo, a titolo d’esempio questa intervista al professor Giuseppe Sartori, neuropsicologo forense, il quale rammenta che uno dei primi  ad aver studiato e scientificamente inquadrato il fenomeno della memoria fallace fu, negli anni giovanili, il professor Cesare Musatti in questo libro.

Senza voler scendere in dettagli in questa sede, è proprio così impensabile che la testimonianza oculare che ha inchiodato in giudizio i coniugi Romano, quella di Mario Frigerio, l’unico miracolosamente scampato alla strage dopo aver riportato gravissime e quasi mortali ferite, possa risultare alterata per le condizioni psicofisiche estremamente precarie in cui , a pochi pochi giorni dal risveglio dal coma, è stata resa?

Come escludere che ci sia traccia, nei documenti dell’inchiesta, di un’origine non genuina e lineare del ricordo da parte dell’uomo -senza volergli muovere accuse di malafede, naturalmente!- riguardo all’aggressione subita da parte di Olindo Romano?
Veniamo alla confessione, storicamente considerata la “prova regina” nei processi penali.
Poiché chi ammette di aver commesso un delitto si danneggia gravemente esponendosi agli strali della giustizia, questo il ragionamento di chi assolutizza la confessione, essa va considerata indiscutibile.

Eppure sono di pubblico dominio studi statistici e di merito ( a titolo esemplificativo citiamo, tra i molti, questi contributi, disponibili sul web: Quelle (false) confessioni estorte con prove inventate e una (finta) comprensione     e  Perché gli innocenti confessano?  i quali rendono conto di come numerose condanne siano state annullate perché dovute a false confessioni.

Negli Stati Uniti l’associazione “Innocence Project” afferma documentatamente che su 325 casi testati di revisione della sentenza ben il 27%  è dipeso da confessioni che non hanno retto ad una verifica, costringendo a revocare la decisione presa. Non mancano naturalmente approfondite spiegazioni psicologiche e criminologiche di questo fenomeno, su cui magari torneremo in altri post.

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Nel caso di Erba, Olindo Romano e Rosa Bazzi in un primo momento si dichiararono innocenti, salvo successivamente confessare. In seguito ritrattarono, posizione che mantengono ancora oggi.
Già questa altalenanza di versioni dovrebbe indurre alla cautela, e suggerire di ricercare  riscontri obiettivi di quanto dichiarato dai rei confessi. Così in effetti fu fatto durante l’inchiesta, chiedendo ai due di raccontare nei dettagli la dinamica della strage.

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Senza di nuovo scendere in particolari, mentre gli inquirenti hanno ritenuto di aver accertato che Olindo e Rosa conoscevano aspetti riservati del crimine che solo i veri assassini potevano sapere, la difesa ha evidenziato un numero elevatissimo di errori, anche grossolani, nella loro ricostruzione, come se in realtà alla strage non avessero mai partecipato.
E’ evidente l’esigenza, in una situazione come questa, di reperire prove di altro tipo, testimoniali o materiali, che confermino, o smentiscano, la dubbia confessione.
Abbiamo visto che la testimonianza oculare a supporto della condanna dei coniugi Romano presta  anch’essa il fianco a critiche.

strage di erba
Da Cronaca Vera

Rimarrebbe il terzo caposaldo della loro  colpevolezza , la prova scientifica basata sull’analisi del DNA, nell’immaginario della pubblica opinione essa pure una “prova regina”.
Durante le indagini fu rinvenuta sul battitacco dell’auto di Olindo Romano una traccia ematica riconducibile ad una delle vittime della strage.
Si ritiene di dedurne che solo se Olindo Romano è l’assassino quella macchia ematica potrebbe trovarsi nella sua automobile. Evidentemente l’uomo, con le suole delle scarpe ancora sporche del sangue della vittima, è salito sul mezzo lasciandovene inavvertitamente una traccia.
Discorso chiuso, dunque?
Non è affatto così.

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Le analisi del DNA, anche quando sono condotte con precisione a accuratezza – quella di cui stiamo parlando viene contestata anche sotto questo profilo, ma tralasciamo – scontano il problema della “contaminazione”. Ne ho parlato, ad esempio, in questo post su Fronte del Blog: Yara Gambirasio: l’errore investigativo americano che potrebbe riaprire il caso.
Il DNA, pur appartenendo ad una persona ed una soltanto, può essere inavvertitamente trasportato da un luogo all’altro da chiunque vi entri a contatto. Se qualcun altro oltre a Olindo può essersi sporcato le suole delle scarpe col sangue della vittima, di cui era cosparso l’appartamento in cui è avvenuta la strage,  e poi è entrato nell’auto di Olindo, diventa impossibile stabilire che sia stato proprio il reo confesso a rilasciare l’impronta ematica.
Ebbene, questa è la situazione in cui ci troviamo nel caso di Erba.

La difesa ha fatto notare come alcuni carabinieri che hanno effettuato l’ispezione sul luogo del massacro hanno poi ispezionato anche l’automobile di Olindo. Risulta chiaramente da un verbale.
Bisogna dunque ricercare altri riscontri certi della testimonianza oculare incriminante e delle confessioni controverse dei coniugi Romano.

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Questa è l’unica strada  per far luce sul caso. Con la conseguenza che se questi riscontri mancano, o addirittura ne esistono di contrari prima trascurati per il decisivo e preponderante valore  attribuito alle presunte “pistole fumanti”,  allora, per quanto possa sembrare  inconcepibile – ma, come insegna  Sherlock Holmes, eliminato l’impossibile ciò che resta, quantunque improbabile, deve essere la verità – “i coniugi diabolici” sono innocenti.

La posta in gioco, ovvero l’ingiusta detenzione  a vita di due persone,  merita, ed anzi rende doveroso, un riesame della vicenda. Si obietta che una simile svolta sarebbe un’offesa alla memoria delle vittime e una inaccettabile sofferenza per i loro  famigliari, ma è  interesse di tutti,  anche e soprattutto di chi ha subito la perdita dei propri cari, che a questa disgrazia non si accompagni quella, altrettanto grave, di rovinare la reputazione e la vita di chi non ne è responsabile.

Rino Casazza 

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Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si è trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora al Teatro alla Scala Di Milano. Ha pubblicato un numero imprecisabile di racconti e 15 romanzi che svariano in tutti i filoni della narrativa di genere, tra cui diversi apocrifi in cui rivivono come protagonisti, in coppia, alcuni dei grandi detective della letteratura poliziesca. Il più recente è "Sherlock Holmes tra ladri e reverendi", uscito in edicola nella collana “I gialli di Crimen” e in ebook per Algama. In collaborazione con Daniele Cambiaso, ha pubblicato Nora una donna, Eclissi edizioni, 2015, La logica del burattinaio, Edizioni della Goccia, 2016, L’angelo di Caporetto, 2017, uscito in allegato al Giornale nella collana "Romanzi storici", e il libro per ragazzi Lara e il diario nascosto, Fratelli Frilli, 2018. Nel settembre 2021, è uscito "Apparizioni pericolose", edizioni Golem. In collaborazione con Fiorella Borin ha pubblicato tre racconti tra il noir e il giallo: Onore al Dio Sobek, Algama 2020, Il cuore della dark lady, 2020, e lo Smembratore dell'Adda, 2021, entrambi per Delos Digital Ne Il serial killer sbagliato, Algama, 2020 ha riproposto, con una soluzione alternativa a quella storica, il caso del "Mostro di Sarzana, mentre nel fantathriller Al tempo del Mostro, Algama 2020, ha raccontato quello del "Mostro di Firenze". A novembre 2020, è uscito, per Algama, il thriller Quelle notti sadiche.

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