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La genesi del pensiero unico

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Stando al pensiero unico va tutto benissimo, a partire dal lavoro. Le cose sono piuttosto diverse. Ma è difficile, evidentemente, raccontarle…

 

Sta cominciando ad essere difficile capire come vadano le cose in Italia, leggendo i giornali ovviamente. Perchè dal vivo lo sappiamo benissimo: vanno il peggio possibile. Nei giorni scorsi tutti hanno titolato entusiasti sulle ultime rivelazioni Istat, sul tasso di occupazione più alto dal 1977, ovvero il 60,1%.

Una notizia all’apparenza straordinaria. Concludeva il rapporto: «A giugno 2022, dopo il calo registrato a maggio, il numero di occupati torna ad aumentare per effetto della crescita dei dipendenti permanenti, superando nuovamente i 23 milioni».

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In realtà, a leggere il rapporto, l’occupazione rispetto al primo trimestre è aumentata appena dello 0,4%, ovvero 86 mila unità. E che cosa sosteneva il precedente rapporto di maggio? Che il numero dei dipendenti a tempo indeterminato era diminuito e che la crescita in un anno di circa 460 mila unità era composto «in oltre la metà dei casi, da dipendenti a termine che arrivano, in complesso, a maggio 2022 a superare il 3 milioni 170 mila, il valore più alto dal 1977».

Insomma la differenza occupazionale continuano a farla i precari e gli autonomi, ossia le partite iva. A nessuno è venuto in mente di sottolinearlo. Strano.

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Stando poi alle anticipazioni dell’ultimo rapporto Svimez sull’Italia «una prolungata situazione di tensione nei mercati finanziari» dovuta all’instabilità politica, può «determinare una perdita di Pil, nel biennio 2022-2023, di circa sette decimi di punto percentuale a livello nazionale».

Non solo: nel 2022, per tale studio, l’inflazione dovrebbe incidere per l’8,4% nel Mezzogiorno e del 7,8% al centro nord. Ma ci sembrano addirittura previsioni ottimistiche. In una segnalazione al Parlamento italiano, l’Arera, Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, sostiene che, in assenza di interventi straordinari per riequilibrare domanda e offerta, le bollette luce e gas raddoppieranno a partire dal primo ottobre, come se non bastassero gli assurdi e incredibili rincari subiti dagli italiani fino adesso.

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Se così fosse, decine di migliaia di aziende (ad essere molto cauti) saranno costrette a chiudere. E non c’è bonus o elemosina di Stato camuffata da aiuto che tenga. Ma non vi è nemmeno persona dotata di un minimo di raziocinio che non si accorga che il nostro salto nel baratro sia dovuto alle sanzioni alla Russia, per le quali sono soprattutto le nostre economie, e non quella di Mosca, a risentirne.

Fatte in fretta e furia per obbedire ai diktat americani e della Nato, sono state accompagnate, in Italia, da una narrazione a senso unico del conflitto, così come a senso unico era stata raccontata la pandemia, proclamando presunti successi di una gestione in realtà disastrosa: dalla mancata attuazione di un piano pandemico peraltro scaduto da anni alla mancata zona rossa nella bergamasca, fino alle ridicole imposizioni dei vaccini. Gestione che ci ha portato ai primi posti per mortalità del mondo.

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E il motivo di tanta genuflessione ai governi in carica, sta forse in un dettaglio raccontato dal sito specializzato Datamediahub. Ricordate uno dei cavalli di battaglia del M5S, ovvero l’abolizione degli aiuti all’editoria? Preparatevi a ridere.

Scriveva il sito lo scorso dicembre: «Dopo essersi progressivamente ridotti dal 2010 in poi, a partire dal 2019 i contributi diretti, di soppiatto, sono tornati a crescere negli ultimi tre anni. Nel 2021 sono stati più di 88 milioni di euro». E sottolineava: «Complessivamente, tra il 2020 e il 2021, i contributi all’editoria sono più che raddoppiati rispetto al 2019».

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A giustificazione dell’aumento dei fondi ai giornali, il Dipartimento per l’informazione e l’editoria aveva pubblicato uno studio, in base al quale nei Paesi del Nord Europa dove maggiore è il sostegno pubblico, c’è anche maggior libertà di stampa. Ad esempio, la Finlandia, che dieci anni fa riceveva un sostegno pro capite annuo pari a 130,7 euro contro i 43,1 dell’Italia, è oggi al primo posto per libertà di stampa nel Word Press Freedom Index.

Peccato che in quella classifica l’Italia non sia superata solo dal Nord Europa. Ci sono, ad esempio, Namibia, Capo Verde, Ghana, Botswana, Papua Nuova Guinea, Romania, Niger, Trinidad e Tobago, Malta, Burkina Faso, Taiwan, Samoa, Haiti, Corea del Sud, Comore, Sudafrica, Giappone, Argentina, Moldavia e Ungheria. E ne abbiamo citati solo alcuni, dato che l’Italia appare al posto numero 57.

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Come dire che, da noi, più aumentano i fondi del governo all’editoria, più si fa strada il famigerato “pensiero unico” di cui tanto si parla. Ma leggere per tre anni sperticate lodi ai governi mentre le evidenze raccontavano al contrario e il Paese affondava non è stato e non è salutare per nessuno. A partire dai giornali.

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