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La vergogna di Bergamo, cuore della pandemia di Covid, dove non ci sono più medici di famiglia

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A Bergamo migliaia di persone devono rivolgersi alla farmacia se hanno bisogno del medico di base: li chiamano i pazienti “orfani”. Sono i risultati della “brillante” politica di Roma e Milano a due anni e mezzo dallo scoppio della pandemia 

 

La strage provocata dal Covid a Bergamo nel 2020 è entrata a far parte delle grandi tragedie dell’umanità. Quando la mortalità salì del 464% rispetto all’anno prima, le immagini dei camion che portavano le bare fuori dalla città fecero il giro del mondo. Trenta mesi fa qui moriva un contagiato su cinque.

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Una cittadina bergamasca, Sara Agostinelli, faceva a pezzi il luogo comune sulla sanità lombarda “fiore all’occhiello” dell’Italia con un semplice post su Facebook, raccontando ciò che stava succedendo realmente: «Qui ci auto-curiamo, da soli, quando va bene riusciamo ad avere qualche indicazione telefonica, perché anche i medici di famiglia non ce la fanno a seguirci tutti. Le sirene non si fermano mai fuori dalla finestra, notte e giorno, e se chiami il 112 non riescono a risponderti prima di chissà quanto tempo. E ti portano in ospedale quando ormai sei grave. Perché non c’è posto. Perché non ce la fanno a curarci».

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L’Ordine delle professioni infermieristiche di Bergamo denunciava che il 27% di tutti i decessi dalla regione arrivava dal capoluogo orobico. I medici superstiti li definirono eroi. I politici giurarono che non sarebbe più successo e che la sanità sarebbe entrata al primo posto delle priorità. Naturalmente, mentivano.

In due anni e mezzo non sono stati nemmeno capaci di fare una manciata di assunzioni, troppo presi a spacciare bonus monopattini, banchi a rotelle, a obbligare la gente a vaccinarsi non si sa più quante volte, mantenendo l’Italia saldamente al 23mo posto al mondo per mortalità da Covid, con 2926 decessi per milione di abitanti: dietro solo a Paesi dell’est, sudamericani, e agli Stati Uniti, ovvero quelli che il vaccino lo hanno inventato.

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Sicchè nella Lombardia, perno dell’economia del Paese, mancavano a luglio di quest’anno 1166 tra medici e pediatri. E a Bergamo, simbolo planetario della tragedia da Coronavirus, la situazione è addirittura alla deriva: sono a migliaia le persone che non hanno più un medico di famiglia e non possono manco più averlo, perché i professionisti hanno raggiunto tutti il tetto massimo di assistiti.

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Li chiamano i pazienti “orfani” e per farsi visitare o avere una ricetta o farsi certificare una malattia per il lavoro devono rivolgersi ad alcune farmacie e aspettare che queste prenotino loro una visita da un medico che non hanno mai visto prima, anche a decine di chilometri di distanza. Immaginatevi gli anziani, quelli senza mezzi per spostarsi, le persone sole, cui ancora si paventa l’illusione che godano del diritto alla salute.

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Immaginatevi gli invalidi al 100% che non possono muoversi e hanno diritto a visite a domicilio del medico curante in caso di necessità, o coloro cui il medico di famiglia prescriveva farmaci e terapie croniche basandosi su una storia clinica evidentemente delicata. Costoro devono solo pregare che il loro dottore non vada in pensione o si trasferisca altrove, altrimenti, d’un botto – come sta già succedendo in questi giorni – in mille e rotti si trovano allo sbaraglio.

Per essere seguiti costantemente da un medico di fiducia come accadeva prima, coloro che versano in condizioni di salute non ottimali dovranno pagarsene uno, così come si devono pagare una Tac o un esame urgente per non doverseli fare a distanza di mesi. Guido Marinoni, presidente provinciale dell’Ordine dei medici di Bergamo, ha detto al Corriere della Sera: «Il cuore delle cure primarie è la continuità con il rapporto di fiducia e conoscenza che si crea tra medico e paziente. Un medico di base, oltre le visite, in media fa cento ricette al giorno ma sono pazienti che segue da anni. Farne anche una sola a un paziente sconosciuto è impegno ben diverso».

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E la roulette russa è già iniziata per tutta la regione, se si sta ai dati recentemente pubblicati dall’Espresso, secondo il quale dei 5919 medici di base lombardi, quasi la metà, ossia 2465, sono destinati al pensionamento entro cinque anni. I pellegrinaggi all’alba di ambulatorio in ambulatorio a Bergamo sono già cominciati. Presto la vergogna sarà estesa all’intero “fiore all’occhiello della sanità italiana”.

Per loro, probabilmente, la cura a qualsiasi malanno consigliata dai Palazzi romani e milanesi sarà sempre la stessa: l’ormai oliatissima “Tachipirina e vigile attesa” per la quale un medico non serve. E al limite, prima di crepare, ti fai l’ultimo giro al pronto soccorso.

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