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John Fitzgerald Kennedy e il mistero della pallottola magica

A 60 anni dall’omicidio del presidente degli Stati Uniti Kennedy, la rivelazione shock di un ex agente dei servizi segreti, presente a Dallas il giorno dell’attentato, rischia di riaprire il caso

Con il suo racconto Paul Landis smentisce la teoria della “pallottola magica” che ha sempre, incredibilmente, retto fino ad oggi e che avrebbe compiuto un percorso lungo e tortuoso, colpendo pure il governatore John Connally e rimanendo perfino integro

L’approfondimento di Cronaca Vera

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DALLAS (Stati Uniti) – Per 60 anni chi ha dubitato della versione ufficiale sul delitto del Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy è stato visto come un complottista. E per 60 anni ha così incredibilmente retto la versione di un proiettile che, come per magia, e con un percorso tortuoso, uccide il presidente, ne attraversa il corpo, ferisce una seconda persona e poi fuoriesce ancora restando integro. Ma oggi la rivelazione di un agente segreto in servizio quel giorno a Dallas, Paul Landis, mette in chiaro che le pallottole sparate furono almeno tre.

DELITTO KENNEDY, LA VERSIONE UFFICIALE

Riassumiamo, per capirci, la vicenda. Alle 12,30 del 22 novembre 1963 Jfk viene assassinato mentre viaggia in corteo a Dallas, Texas, con la moglie Jacqueline, il governatore John Connally e la moglie di quest’ultimo a bordo della limousine presidenziale. Lo centrano due proiettili di fucile, alla base del collo e alla testa. Per il delitto finisce in manette Lee Harvey Oswald, ex militare, che sarà ucciso due giorni più tardi nella centrale di polizia di Dallas da tale Jack Ruby, proprietario di un locale notturno con legami sulla malavita.

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In quelle 48 ore Oswald si è sempre protestato innocente. Inevitabile che si parli di un complotto, anche internazionale. Sul caso viene così istituita una commissione, guidata dal presidente della Corte Suprema Earl Warren, che stabilirà che nè Oswald, nè Ruby «facevano parte di una cospirazione, nazionale o straniera, per assassinare il presidente Kennedy». Oswald avrebbe agito da solo, senza alcun mandante. E fu l’unico a sparare al presidente. Resta però un aspetto, davvero surreale, che non sarà mai chiarito.

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Per chiudere la vicenda la commissione Warren sostiene infatti che uno dei due proiettili sparati quel giorno colpì Jfk da dietro, uscì dalla gola, ferì Connally non si sa come a schiena, petto, polso e coscia, causando un totale di 7 ferite. E rimase integro. La versione diverrà nota come “la teoria del proiettile magico”. E trovava fondamento in un dettaglio, ovvero in un proiettile rinvenuto integro sulla barella dell’ospedale di Connally: nessuno sapeva da dove provenisse e si concluse che si fosse staccato dal corpo del governatore mentre i medici correvano in suo soccorso. Non essendo stato trovato un altro bossolo, si finì col dichiarare che si trattava dello stesso che aveva ucciso il presidente.

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LA NUOVA VERSIONE

Ma ora uno degli agenti segreti della sicurezza di Jacqueline Kennedy, Paul Landis, ha fatto clamorose dichiarazioni in un libro dal titolo The Final Witness e confermato tutto al New York Times. Paul, 88 anni, mai sentito dalla commissione Warren e che quel giorno era di servizio accanto alla limousine presidenziale, ricorda il rumore del primo sparo. Soprattutto, racconta che fu lui a trovare il proiettile poi finito sulla barella del governatore: era conficcato sul sedile dietro al quale era seduto Jfk.

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Dice di averlo messo in tasca, di essere poi andato in ospedale e di averlo messo sulla barella del presidente, ipotizzando che potesse aiutare i medici a capire la dinamica dell’attentato: «Non c’era nessuno lì a proteggere la scena, e questo è stato un grosso, grosso fastidio per me. Tutto è successo così in fretta. E avevo solo paura che fosse una prova, me ne sono reso conto subito. Una prova molto importante, e non volevo che sparisse o si perdesse».

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In qualche modo sarebbe dunque poi finito sulla barella di Connally. Forse. Di certo, James Robenalt, storico ed esperto di Kennedy, ritiene che si tratti della prova definitiva che Kennedy e Connally furono colpiti da due proiettili diversi. Non solo. La testimonianza, che rischia ora di far riaprire seriamente il caso, apre a nuovi dubbi su quanti colpi furono sparati effettivamente quel giorno e da quante furono le persone a farlo.

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Ma perchè Landis avrebbe taciuto per tutto questo tempo? Stando all’interessato, non avrebbe mai letto in 60 anni la dinamica ricostruita dell’assassinio e le teorie del complotto che ne seguirono. Per questo mai avrebbe saputo della storia del proiettile rinvenuto sulla barella di Connally. Tuttavia, nessuna delle persone intervistate presenti al pronto soccorso del Parkland Hospital ha mai menzionato la sua presenza in ospedale. E c’è così anche chi «solleva dubbi sulla sua condotta quel giorno». Il mistero, insomma, è tutt’altro che risolto.

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