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Chi è Unabomber? Riaperta l’inchiesta: 11 dna a confronto

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Riaperta l’inchiesta su Unabomber, il bombarolo che terrorizzò il Nord Est tra il 1993 e il 2006: gli furono attribuiti 31 attentati. Ma il colpevole non venne mai acciuffato

La Procura di Trieste chiede il dna a 11 persone, per raffrontarlo con quello recuperato sui resti di alcuni ordigni. Tra loro c’è anche l’ingegner Elvo Zornitta, incastrato in passato da una prova artefatta in laboratorio e scagionato infine con tante scuse

Ecco cosa sta succedendo

ZORNITTA: NON SONO UNABOMBER

A chiedere la riapertura del caso di Unabomber era stata una delle vittime che ci aveva rimesso di più, Francesca Girardi, che aveva solo 9 anni quando raccolse da terra un evidenziatore giallo sul greto del Piave a Fagarè di San Biagio di Callalta, Treviso, e se lo vide esplodere in faccia. Perse la funzionalità dell’occhio destro e la mano destra. Era il 25 aprile 2003.

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Fece un appello in un documentario, poi rivelò di essere certa di poterlo riconoscere: «Un uomo ci guardava da lontano. Sono certa che l’abbiano notato anche altre persone, vanno riaperte le indagini. Ce l’ho impresso nella memoria da vent’anni: era brizzolato, con i capelli corti, gli occhiali e una camicia colorata, floreale, tipo quelle hawaiane. Mia madre si era accorta che un estraneo girava da quelle parti. Mi ricordo quel giorno come fosse ieri, non potrò mai scordarlo. Lui era lì, ci guardava giocare e ha scelto proprio noi due. Ha lasciato l’evidenziatore dove sapeva che l’avremmo trovato, ma solo dopo averci visti tornare dalla pausa per la merenda. Prima quel pennarello non c’era e lo ha detto pure una signora che era lì. Quando Marco e io abbiamo ripreso a giocare lo abbiamo notato subito e siamo corsi per afferrarlo. Volevamo usarlo per scrivere sul pilone. Ho vinto io, è l’unica gara in cui abbia trionfato in vita mia».

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Al bombarolo furono attribuiti tra i 31 e i 33 attentati tra il 1993 e il 2006.

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UNDICI DNA PER TROVARE UNABOMBER

E ora il procuratore di Trieste Antonio De Nicolo e il pm Federico Frezza hanno chiesto al gip un incidente probatorio per confrontare il dna ritrovato su dieci vecchi reperti con il dna di 11 persone, dieci dei quali già indagati e archiviati in passato.

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Tra loro c’è anche l’ingegner Elvo Zornitta, scagionato solo dopo che riuscì a dimostrare che il lamierino che lo portava sulla scena del crimine nella chiesa di Sant’Agnese a Portogruaro il 2 aprile del 2004, era stato manomesso in laboratorio con un paio di forbici dal poliziotto ed esperto di balistica Ezio Zernar. Un incubo durato cinque anni che gli ha stroncato la carriera e per il quale ha rifiutato lo scorso autunno un risarcimento da 300 mila euro dallo Stato: «Troppo poco».

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Ma il dna lo chiedono anche al fratello Galliano, a Luigi Pilloni, di Gaiarine (Treviso), ai gemelli di Sacile Lorenzo e Luigi Benedetti, a Claudio e Dario Bulocchi, fratelli di Fontanafredda, a Luigi Favretto, di Tarcento, ad Angelo La Sala di Sequals, a Cristiano Martelli di Azzano Decimo (Pordenone) e a Giovanni Fausto Muccin di Casarsa della Delizia (Pordenone).

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Zornitta, che fornì il suo dna già 16 anni fa, è l’unico a non farne un cruccio: «Nessun problema – dice al Corriere della Sera – speriamo che trovino finalmente questo disgraziato. Ho sentito che vogliono estrarre il Dna da un pelo trovato sull’uovo di un ordigno del 2000. Mi sembra un elemento che può aiutare. Se poi prendono quello dell’attentato del lamierino del 2004 magari si scopre che è la stessa mano».

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Ma tutti gli altri sono scioccati proprio per ciò che capitò a lui. Muccin, chimico in pensione, dice al quotidiano di via Solferino: «Per me questa vicenda è sconvolgente, ora mi sento osservato anche se non c’entro nulla con quel disgraziato. E devo pure prendermi un avvocato per difendermi, io che da buon friulano sarei anche un po’ tiratino coi soldi. Vorrei capire perché. Io il Dna io lo do ma non mi fido perché se vogliono incastrarti t’incastrano anche se sei innocente, basta vedere quello che è successo a Zornitta che abita non distante da qui, eh».

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Luigi Benedetti, che sta all’estero per lavoro: «Per me è stato uno choc. Il Dna? Non lo so se lo darò, vedremo, se hanno delle prove sì, ma, insomma, ne devo parlare con il mio avvocato». L’unico nome nuovo è quello di Luigi Pilloni, operaio sessantenne: «Non ho fatto nulla di male e non voglio dovermi giustificare».

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GLI AVVOCATI

A difendere buona parte di loro è al momento l’avvocato d’ufficio Alessandra Devetag, che al Gazzettino dice: «È sconcertante che un caso venga riaperto sulla base di un accesso agli atti concesso senza alcuna cautela. I reperti sono stati visionati da giornalisti, il rischio di contaminazione è enorme. Come è possibile che i reperti siano stati visionati senza che accanto ai giornalisti vi fosse personale qualificato? Era necessaria una cautela, non sono queste le basi su cui far dipendere ipotesi di reato di questa importanza».

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L’avvocato Leopoldo Da Ros assiste Lorenzo Benedetti, uno dei due gemelli: «Loro sono tranquilli, ma infastiditi da tanto rumore. Non è accettabile. Le verifiche nei loro confronti si sono chiuse con un’archiviazione. Peraltro sono privi di qualsiasi capacità tecnica o manuale necessaria per realizzare ordigni come quelli di Unabomber: uno fa l’agricoltore, l’altro è un artigiano metalmeccanico, figuriamoci».

Il gip Luigi Dainotti ha accolto la richiesta della Procura e nominato periti Elena Pilli dell’Università di Firenze e il colonnello dei Ris di Parma Giampietro Lago. L’udienza formale per l’incarico è prevista per il 13 marzo.

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