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Paolo Cochi: “Simonetta Cesaroni? Solo il dna può dirci chi sia l’assassino”

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Nella relazione finale della commissione antimafia si parla anche del delitto di Simonetta Cesaroni in via Poma, sul quale vengono forniti spunti alla magistratura. Ma il noto documentarista Paolo Cochi dubita vi siano elementi validi.

Cochi, che ha dedicato al caso anche un libro e un documentario, sostiene che le nuove piste indicate siano in realtà già state vagliate e portino ad un vicolo cieco

simonetta cesaroni 2

Nella relazione finale della commissione antimafia una ventina di pagine sono dedicate all’omicidio di Simonetta Cesaroni, assassinata il 7 agosto 1990 negli uffici dell’Aiag, uno dei coldcase più intricati della cronaca nera italiana.

I parlamentari hanno riletto le carte e ascoltato, tra gli altri, la sorella della vittima, Paola Cesaroni, l’avvocato della famiglia, Federica Mondani e lo scrittore Igor Patruno. Quindi hanno sollecitato la Procura a ripartire con le indagini da quanto riportato nel documento. Ma che cosa racconta?

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SIMONETTA CESARONI: GLI ATTI DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA

Vi è scritto che l’assassino aveva gruppo sanguigno di tipo A. E si segnala una puntata integrale di Chi l’ha visto? in cui veniva intervistato con volto oscurato un professionista di sangue A rh positivo, sul quale si suggerisce un approfondimento. Ma è solo l’inizio. Passa sotto il riflettore un appunto scritto per la Digos da un poliziotto nel 1992 riguardante l’alibi del presidente dell’Aiag,

l’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno. Stando a tale appunto, il legale, contrariamente a quanto da lui sostenuto, il pomeriggio del delitto non si sarebbe trovato nella sua tenuta di Tarano (dove sarebbe giunto dopo aver accompagnato la figlia e un’amica di quest’ultima in aeroporto), ma proprio a Roma.

Lo aveva raccontato la portiera del suo stabile, Bianca Limongiello: “La ricorda bene la circostanza in quanto era rientrata da una vacanza in Puglia il 21 sera, ed ha riferito quanto a sua conoscenza al dottor Igor Patruno nel gennaio 2022 (…). Secondo la R. L., la portiera era particolarmente spaventata in quanto, avendo visto uscire il Caracciolo attorno alle 17,30 – dal momento che i media indicavano l’omicidio come avvenuto in quella fascia oraria – temeva che egli potesse configurarsi quale responsabile diretto del fatto delittuoso. Ella avrebbe perciò deciso di non rendere spontanee dichiarazioni agli inquirenti”.

simonetta cesaroni

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Si passa quindi a Salvatore Volponi, il quale, insieme a Ermanno Bizzocchi, era il titolare della società di contabilità della Reli, alle cui dipendenze lavorava Simonetta all’interno dell’Aiag. Volponi ha sempre asserito che era Bizzocchi ad occuparsi dei rapporti con Caracciolo, ma, recita l’appunto “la portiera avrebbe inoltre raccontato alla signora R. L. come Salvatore Volponi fosse solito passare a Largo della Gancia e citofonare all’avvocato Caracciolo, il quale scendeva e insieme si allontanavano a piedi. Se confermato, ciò evidenzierebbe un rapporto d’amicizia e non meramente professionale tra Caracciolo e Volponi”.

La commissione chiede così di sentire tutte le persone citate nell’appunto e sottolinea un ulteriore dettaglio: nel colpo al caveau della banca interna del tribunale di Roma messo a segno dall’ex Nar Massimo Carminati e in cui furono svaligiate 147 cassette di sicurezza, c’era anche quella dell’avvocato di Sarno. Un fatto che “da un lato renderebbe ancora più utile accertare quale fosse il contenuto sottratto dal Carminati; dall’altro, indurrebbe a ritenere che il Caracciolo di Sarno avesse un ruolo di potere ed una riserva di influenza tutt’altro che trascurabili quando, nel 1990, avvenne il tragico delitto di Simonetta Cesaroni”.

Simonetta Cesaroni, parla Paolo Cochi: “Così sbagliarono le indagini su via Poma” – GUARDA

E ancora ci sono orari delle telefonate che cambiano: telefonate dirette al factotum dell’avvocato e che chiedevano di lui alle 17 e non più alle 20. E telefonate anonime ricevute dalla vittima. Ma ci sono davvero elementi utili alla svolta?

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L’ESPERTO

Cronaca Vera ne ha parlato con Paolo Cochi, autore del documentario dal titolo “Via Poma oltre la Cassazione. Cronaca di un delitto senza giustizia”, dal quale ha tratto un libro  omonimo, scritto in collaborazione con l’avvocato Paolo Loria e il criminologo Francesco Bruno, pubblicato da Runa editrice.

E Cochi non è entusiasta delle conclusioni della commissione: «E ci voleva la commissione Antimafia per affermare ciò che da decenni si è sottolineato e cristallizzato più volte, nei testi e nelle relazioni di illustri criminologo, investigatori ed esperti del caso. Gli ultimi articoli mi sembrano Saggi di arte giornalistica di come riempire cartelle. Una serie infinita di elementi già presenti agli atti di indagine e già più volte sviscerati. Dal sangue di gruppo A dell’assassino, al presunto alibi-falso dell’avvocato Caracciolo» il quale, sottolinea il documentarista «non aveva il gruppo A e nemmeno traccie del suo DNA fu rinvenuto in alcun reperto della vittima».

L’ultimo giorno di Simonetta Cesaroni – GUARDA

Quanto ai «presunti scoop sull’orario anticipato dell’omicidio», aggiunge «non si può di certo sostenere sulla base dei ricordi di una persona intercettata vent’anni dopo». Ricorda che tutto ciò fu «ampliamente sviscerato nel processo Busco e da chi aveva già approfondito la vicenda, come la famosa nota della Digos del 1992 sull’avvocato in questione».

La tua idea?

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«Era nell’aria questo “rilancio” mediatico, visti i tentativi di alcuni speculatori che operano in rete, cercando di fomentare le folle di internauti appassionati del caso, proapettando scoop e potenziali  soluzioni del caso, con elementi rispolverati dalle vecchie carte. Ed infine si tira in ballo Carminati per il furto al caveau dell’avvocato Caracciolo. Ma al di là di tutto, il dato pregnante rimane quello del gruppo sanguinio  che non poteva di certo appartenere all’ex presidente dell’Aiag».

Da dove potrebbe arrivare una vera svolta?

«L’unico supplemento di indagine non potrà che determinare, a mio avviso, il coinvolgimento, attraverso il prelievo del DNA ad alcuni soggetti all’epoca non verificati e non rientranti tra i 31 già esaminati».

 

 

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