Delittisocietà

Strage di Erba, gli impreparatissimi colpevolisti dell’ultimo minuto: il caso di Piero Colaprico

Ho conosciuto Piero Colaprico quasi trent’anni fa. Fu Pietro Valpreda a presentarmelo, quando si accingevano a scrivere il primo romanzo a quattro mani. Essendo amico del primo «mostro d’innocenza» devastato dallo Stato, ho sempre pensato che il giornalista di Repubblica si approcciasse con molta prudenza e assoluto scrupolo ai casi dove di mezzo c’è la vita delle persone. Ma non lo avevo mai incrociato in una vicenda di cui mi occupavo. Almeno fino a quando non ha deciso di scrivere della strage di Erba. Da allora ho dovuto constatare di essermi totalmente sbagliato.

Colaprico, firma di lunghissimo corso di giudiziaria, ha percorso i corridoi del Palazzo di Giustizia per Repubblica fin dai tempi di Tangentopoli. Dicono anzi fosse proprio lui il giornalista che coniò tale termine.

E sul caso della strage di Erba ha fatto irruzione in un momento ben preciso. Non nel 2006, non nel corso dei processi, non negli anni successivi.

Lo ha fatto solo dopo la rottura tra il sostituto pg di Milano Cuno Tarfusser, ex vicepresidente della Corte Penale Internazionale, e il procuratore generale Francesca Nanni, per via della richiesta di revisione che il magistrato di Bolzano aveva depositato negli uffici di Milano su Olindo e Rosa. In attesa che Nanni la inviasse a Brescia.

I terrapiattisti di Erba

Colaprico attacca duramente Tarfusser. E il 20 luglio 2023 arriverà a vergare un articolo violentissimo, per i termini utilizzati:

La strage di Erba, l’omicidio di Yara e Garlasco: quando ai terrapiattisti della giustizia la verità non importa 20 luglio 2023 – Alternative fumose, idee e teoremi, utili solo al tornaconto personale di chi ha interesse alle vetrine pubbliche e televisive. Per liquidare sentenze e il lavoro degli investigatori bisogna dimostrarlo”.

Siamo diventati infine, tutti noi che sosteniamo l’innocenza di Olindo e Rosa (e ormai cominciamo ad essere tanti) i «terrapiattisti della giustizia» con teoremi utili solo al nostro tornaconto e alle vetrine tv.

Scrive Colaprico:

Era lo scorso aprile e la strage di Erba (11 dicembre 2006) sembrava tornare di grande attualità. Gli avvocati (e i loro consulenti) assicuravano via mass media l’invio imminente a Brescia della richiesta di revisione del processo.

E anche il sostituto procuratore generale di Milano Cuno Tarfusser – con una mossa inedita, per la quale è sotto procedimento disciplinare ed è stato recentemente interrogato dal procuratore della Cassazione – metteva nero su bianco che gli ergastolani “Olindo e Rosa” (come li chiamano tutte le tv) fossero innocenti. Ma la sua sgangherata (a nostro parere) rilettura pro Olindo Romano e Rosa Bazzi non solo era stata a lungo ferma sulla scrivania del procuratore generale (capo dell’ufficio) Francesca Nanni. Ma, come emerge in queste ore, non esiste in quegli uffici l’intenzione di inoltrare alla Corte d’Appello di Brescia i fogli di Tarfusser. Il quale avrebbe, in sostanza, persino tracimato dal suo incarico, mettendosi arbitrariamente in un ruolo che spetta ai suoi superiori.

Vediamo i fatti. La strage di Erba ha tra le vittime un bambino sgozzato, una madre e una figlia massacrate, una vicina di casa accoltellata e un testimone, il marito della vicina, che s’è salvato dal taglio della gola grazie a una malformazione fisica: lui, nell’aula del tribunale (e anche prima), riconobbe Olindo come il suo mancato assassino. Tutto chiaro sotto moltissimi aspetti. Per i giudici Olindo e Rosa meritano il carcere, viceversa per i programmisti tv meritano spazio e riletture varie. Ci può stare, ma è curioso notare che, dopo tanto clamore nella primavera degli ascolti, in estate sia calato un silenzio assordante.

Colaprico si dilunga poi su delitto di Garlasco e su quello di Yara Gambirasio. Poi riprende il suo j’accuse ai «terrapiattisti della giustizia»:

Eppure Rosa, Olindo, Alberto, Massimo, nonostante le condanne e le spiegazioni del perché si è arrivati alla conferma delle sentenze, sembrano continuare a essere esposti come bandiere. Ma di che cosa? Non certo del giornalismo che, obbligatoriamente, deontologicamente, non dovrebbe procedere per tesi e teoremi, ma per fatti, analisi e per una visione il più possibile a 360 gradi.

Inoltre, nessuno sano di mente può negare l’esistenza di errori giudiziari, ma per liquidare le sentenze confermate sino in Cassazione e il lavoro di decine di investigatori non basta suggerire qualche alternativa fumosa, bisogna dimostrarla.

Gli avvocati di “Rosa e Olindo” garantivano di avere elementi per riaprire il caso. Ripetiamo: era aprile e assicuravano che a fine settimana, a inizio della prossima, presto, ormai ci siamo, avrebbero presentato l’istanza di revisione. Ma, a parte i fogli di Tarfusser, a Brescia non è mai arrivato nulla dai legali, è luglio, e nessuno delle tv gli chiede conto.

Questa filippica sulla deontologia professionale, Colaprico la ripete nella sua prefazione al libro Sangue e Fango di Paolo Moretti, alle cui bufale raccontate ho già dedicato un VIDEO nel podcast Il grande abbaglio, documentandone le bugie.

La prefazione si chiama ancora I terrapiattisti di Erba, perchè si vede che questo termine per deridere chi la pensa diversamente, gli piace molto.

Perchè certo un terrapiattista è uno che, per definizione, non sa nulla di scienza. E in generale di ciò che afferma.

L’imbarazzante articolo sulla strage di Erba di Piero Colaprico

Senonché, lo stesso Colaprico, il 17 aprile 2023, appena depositata a Milano la richiesta di revisione firmata da Tarfusser, aveva pubblicato un articolo sulla strage di Erba, che vale la pena evidenziare. Perché, come sostiene lui, il giornalismo, deontologicamente, non procede per tesi e teoremi, ma per fatti e analisi.

Riportiamo dunque ciò che scrisse per riassumere la vicenda, una vicenda che ritiene di conoscere al punto dal dare dei «terrapiattisti della giustizia» a chi la pensa diversamente. Solo che il suo testo contiene un numero imbarazzante di strafalcioni. E mi fermerò ad evidenziare ognuno di essi. Il titolo è “La strage di Erba, Olindo Romano e Rosa Bazzi colpevoli: il castello delle prove che il pg non può smontare.”

E il testo è questo:

Il sostituto procuratore generale di Milano Cuno Tarfusser, si sa, ha chiesto di riaprire il caso. Ma, a differenza di quello che scrive a pagina 15 della sua richiesta di revisione, non è per niente «pacifico che sono tre, solo tre, le prove che inchiodano (rectius inchioderebbero) i coniugi Romano/Bazzi». Cioè, accanto alle loro confessioni (prima prova), alla macchia di sangue di una delle vittime sull’auto della coppia (seconda), e al riconoscimento ad opera dell’unico superstite (terza, e già bastano; rectius, basterebbero), c’è dell’altro; ma Tarfusser lo ignora. Ci sono sia i sopralluoghi sulla scena del crimine sia la corrispondenza tra le dichiarazioni dei due coniugi ergastolani e i numerosi riscontri oggettivi. E proveremo a elencarne qualcuno.

Erba, 11 dicembre del 2006. È il primo giorno di gelo. La strage avviene nel cortile di via Diaz 25, un’ex cascina ristrutturata. Ci abitano una ventina di famiglie. I vigili del fuoco arrivano alle 20.29. Alle 20.49 viene avvisata la polizia: nel domare l’incendio che si era sviluppato nella casa di Raffaella Castagna, moglie del piccolo gangster Azouz Marzouk, è emerso l’orrore.

NOTA1: Ovviamente la polizia non è mai stata stata avvertita, né ha svolto indagini nella vicenda. Vengono avvisati i carabinieriGià questo denota che manchino le basi. Ma andiamo avanti.

Quattro morti. La strage è avvenuta tra le 20 e le 20.20. I detective provano a ragionare. Da dove sono scappati gli assassini? C’è sangue ovunque sulle scale e sulle maniglie delle porte, ma nel cortile niente. Pulito.

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NOTA 2: Se non c’è sangue nel cortile, come sono arrivati a casa loro Olindo e Rosa senza lasciare sangue? Il cronista non se lo chiede.

Una fuga dal terrazzo? Niente sangue nemmeno là. E quindi?

NOTA 3: E quindi Colaprico non lo sa. Ma proprio sul terrazzo di casa Castagna il sangue c’è. Eppure se n’è discusso in tutti i processi: si tratta della macchia F43, già nella relazione del Ris, all’epoca scientificamente non interpretabile:

strage di erba
Dalla relazione dei Ris

Torniamo sul luogo delle morti incrociate. Sulle scale c’è un uomo, è ancora vivo, è Mario Frigerio, con la gola tagliata. Una malformazione l’ha però salvato. Non lontano, c’è la dentiera di sua moglie, Valeria Cherubini. Significa che è stata colpita sulle scale, un colpo al viso, poi un killer mancino l’ha inseguita, le ha inferto coltellate lungo la schiena. Valeria ha poi ricevuto vari fendenti al capo, è corsa sino a casa sua, al piano superiore, finché ha perso il respiro.

NOTA 4: Sulla morte di Valeria Cherubini, l’inseguimento e la sua corsa per le scale mi sono già dilungato nei libri Il grande abbaglio e in Olindo e Rosa. Nessuno, per le sentenze di merito, l’ha “inseguita” fino al suo appartamento. La richiesta di revisione sostiene che la donna non sarebbe mai potuta salire per due rampe di scale in totale apnea (non c’è sangue nei polmoni) con 43 colpi in corpo, 8 dei quali le avevano fracassato il cranio, nè gridare “aiuto” con la lingua tagliata e la gola squarciata.

Le vittime avrebbero dovuto incontrarsi davanti al giudice di pace con la coppia di Olindo Romano e Rosa Bazzi, che protestavano da tempo per la maleducazione dei rumorosi vicini. Dove sono quei due allora? Nonostante il palazzo sia pieno di luci blu, sirene, pompieri e militari, gli sposi, più volte cercati dai carabinieri, aprono la porta di casa, pianoterra, scala B, solo alle 2,30 di notte. Non chiedono che cosa sia successo.

NOTA 5: Anche questo è falso. È pieno così di intercettazioni in cui Rosa e Olindo parlano con amici e vicini del loro arrivo e della paura che un incendio avesse distrutto la loro casa. Si possono ascoltare in questo VIDEO. E ci sono anche le sommarie informazioni ai carabinieri, come quella di Nicola Mariani, dai cui genitori faceva le pulizie Rosa, incontrato al loro arrivo alla corte di via Diaz.

Lei mostra, senza che nessuno glielo chieda, lo scontrino di una pizzeria dove ha cenato con Olindo.

NOTA 6: Olindo e Rosa erano stati al Mc Donald’s, non in pizzeria. Manco questo sa.

NOTA 7: Che avessero mostrato lo scontrino senza che nessuno lo chiedesse lo sostengono i carabinieri. In realtà si tratta di uno scontrino stropicciato che Rosa aveva in tasca, come dichiarato da Olindo nell’interrogatorio, perché al Mc Donald’s lui prendeva nell’ordine anche il caffè, che consumava più tardi. Lo scontrino da presentare lo teneva Rosa.

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La lavatrice – siamo in piena notte – è in funzione.

NOTA 8: Si sa da 5 giorni dopo la strage, 16 dicembre 2006 (rapporto del comandante Gallorini), che nei panni appena lavati in lavatrice non c’è sangue. Ma la leggenda tiene banco ancora per chi, dopo 17 anni, si ostina a non leggere gli atti. Il motivo l’ho spiegato in un post precedente e in un VIDEO in cui documento come sia nata: si tratta di un fax del generale Garofano mai emerso ai processi e inviato in Procura mezz’ora prima degli arresti in cui si sosteneva erroneamente che in lavatrice ci fossero panni sporchi di sangue.

E lei ha una ferita a un dito e piccoli lividi sul dorso della mano sinistra e all’avambraccio.

NOTA 9: Sul cerotto che ha Rosa non ci sono tracce delle vittime. Evidentemente Colaprico lo ignora.

La morte del bimbo di due anni è stata esattamente causata da colpi «inferti con la mano sinistra (…) essendo stata impegnata la destra dell’aggressore ad afferrare il braccio per immobilizzare il piccolo con la faccia sulla seduta del divano». C’è stata «una minima azione di difesa operata dal piccolo, prima di essere colpito a morte sul divano del soggiorno»: Rosa è mancina.

NOTA 10: La relazione preliminare del dottor Scola, depositata il giorno degli arresti, 8 gennaio 2007, parlava di una persona destrimane. Solo dopo le confessioni, gli assassini diventano due e quella che ha colpito Youssef mancina. Colaprico, ovviamente, non lo sa.

… Come sono entrati Olindo e Rosa, armati di spranga e coltello, nella casa della famiglia che odiavano? Hanno staccato il contatore della luce, in modo che qualcuno scendesse al piano terra per riattivarlo. Sono loro che lo dicono. Nessuno lo sapeva prima.

NOTA 11: Ma come nessuno lo sapeva prima? Sarebbero questi i dettagli che nessuno poteva conoscere? I riscontri oggettivi alle loro confessioni? Che il contatore della luce fosse staccato era pure scritto sull’istanza di fermo. E a Olindo e a Rosa lo dicono i magistrati. Peraltro, entrambi confesseranno di aver commesso la strage con la luce accesa, dettaglio su cui Rosa insisterà fino alla fine. Rimando a questi VIDEO dove si possono ascoltare integralmente le confessioni commentate.

I carabinieri controllano. Il contatore risulta staccato.

NOTA 12: E qui andiamo oltre ogni immaginazione: ovviamente sono i carabinieri che hanno constatato che il contatore era stato staccato. Poi il fatto è stato scritto sull’istanza di fermo.

Poi i magistrati lo hanno comunicato a Olindo e Rosa. Poi ancora Olindo e Rosa hanno confessato.

Ma hanno detto che c’era la luce.

Secondo dettaglio. Mentre Rosa sgozzava il bambino, Olindo sprangava mamma e figlia: sono morte subito? No. Le hanno finite, spiegano i due, soffocandole con i cuscini. E i cuscini sono in effetti accanto ai corpi.

NOTA 13: Nessuna delle due donne risulta morta soffocata. La questione dei cuscini, cruciale, l’ho raccontata nel VIDEO in cui evidenziavo le bufale scritte da Paolo Moretti: erano proprio in una foto mostrata ad Olindo.  

Terza coincidenza, l’incendio è stato appiccato con dei libri. I riscontri dei vigili del fuoco confermano.

NOTA 14: Anche questo dettaglio era notissimo e riportato da subito sui giornali, oltre che evidenziato dalle foto scattate dai carabinieri. Colaprico potrebbe leggere, se non gli atti, almeno i giornali. Ad esempio, il Corriere della Sera del 13 dicembre 2006, due giorni dopo la strage, un articoletto dal titolo esemplificativo “I libri bruciati”:

strage di erba

Se Olindo e Rosa, definiti i mostri della porta accanto, smentiscono le loro confessioni, restano i fatti concreti, il perfetto mosaico di prove coincidenti, le sentenze passate in giudicato. Oggi, gli avvocati Fabio Sghembri e Paolo Sevesi assicurano di avere due nuovi testimoni e rileggere un processo si può, anzi si deve: se c’è un ragionevole dubbio.

NOTA 15: L’avvocato di Olindo e Rosa si chiama Fabio Schembri e non Sghembri. Paolo Sevesi non è mai stato legale dei coniugi.

E se il dubbio fosse irragionevole? Infine, una questione da libri di giurisprudenza: il procuratore generale di Milano si chiama Federica Nanni e non Cuno Tarfusser, che è un sostituto. Solo la prima (che anni fa aveva ottenuto la revisione per un’ingiusta condanna, quella di Daniele Barillà, che sembrava un boss e aveva avuto la sfortuna di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato) può chiedere a Brescia la revisione del processo. Per adesso, tutto è fermo. Proprio come si fermò, quell’11 dicembre 2006, il cuore di quattro vittime.

NOTA 16: Il procuratore generale di Milano si chiama Francesca Nanni e non Federica.

NOTA 17: Quanto alla lezione da libri di giurisprudenza, esattamente come avevo scritto con Felice Manti su Il Giornale, Francesca Nanni ha infine inviato la richiesta di revisione a Brescia, com’era ovvio che fosse.

Restano due domande.

La prima: per quale ragione un cronista giudiziario di così lungo corso, ma che nulla sa evidentemente dei fatti, ha deciso di buttarsi con tanta virulenza sul caso, accusando chi ha dubbi di essere nientemeno che un terrapiattista?

La seconda: se a quasi 18 anni dalla strage questo è il livello di conoscenza del caso di notissimi giornalisti che si professano colpevolisti, quale può essere il livello di informazione dell’opinione pubblica che si basa sui loro articoli?

Diciamo, da terrapiattisti?

Edoardo Montolli

IL VIDEO SULLA LEGGENDA DELLA LAVATRICE DI ROSA:

IL VIDEO SULLE BUFALE DEI COLPEVOLISTI:

Qui sotto i link alle bufale sulla strage di Erba:

Strage di Erba, la bufala dell’esclusiva di Giallo sulla Bibbia di Olindo

Strage di Erba: il generale Garofano e la bufala sul guanto di lattice

Strage di Erba, le nuove bufale di Quarto Grado

Quarto Grado e la strage di Erba: le verità non raccontate in tv

Strage di Erba, la ricostruzione grossolana del Corriere della Sera

A dieci anni dalla strage di Erba, la ricostruzione “imperfetta” del Corriere della Sera

Strage di Erba, gli audio mai entrati a processo a Le Iene e l’imbarazzante impreparazione dei giornalisti

La strage di Erba e l’imbarazzante articolo di Selvaggia Lucarelli: quando le fantasie diventano notizie

Strage di Erba, l’ultima bufala del Corriere della Sera: le impronte di Olindo sul contatore

IL LIBRO OLINDO E ROSA:

Olindo e Rosa, il libro su Amazon – guarda

Olindo e Rosa, l’ebook per Kindle – guarda

Olindo e Rosa, l’ebook in epub – guarda

PER APPROFONDIRE

  1. Il libro IL GRANDE ABBAGLIO – CONTROINCHIESTA SULLA STRAGE DI ERBA, di Felice Manti e Edoardo Montolli – GUARDA
  2. Il podcast di Fronte del Blog, con documenti e audio esclusivi – YOUTUBE | AUDIBLE | SPOTIFY | APPLE PODCASTS
  3. Lo speciale di Fronte del Blog sulla strage di Erba – GUARDA
  4. Lo speciale de Le Iene sulla strage di Erba – GUARDA
  5. Lo speciale del settimanale Oggi sulla strage di Erba – GUARDA
blankOlindo e Rosa: Il più atroce errore giudiziario nella storia della Repubblica (I tachioni)blank

 

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Edoardo Montolli

Edoardo Montolli, giornalista, è autore di diversi libri inchiesta molto discussi. Due li ha dedicati alla strage di Erba: Il grande abbaglio e L’enigma di Erba. Ne Il caso Genchi (Aliberti, 2009), tuttora spesso al centro delle cronache, ha raccontato diversi retroscena su casi politici e giudiziari degli ultimi vent'anni. Dal 1991 ha lavorato con decine di testate giornalistiche. Alla fine degli anni ’90 si occupa di realtà borderline per il mensile Maxim, di cui diviene inviato fino a quando Andrea Monti lo chiama come consulente per la cronaca nera a News Settimanale. Dalla fine del 2006 alla primavera 2012 dirige la collana di libri inchiesta Yahoopolis dell’editore Aliberti, portandolo alla ribalta nazionale con diversi titoli che scalano le classifiche, da I misteri dell’agenda rossa, di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti a Michael Jackson- troppo per una vita sola di Paolo Giovanazzi, o che vincono prestigiosi premi, come il Rosario Livatino per O mia bella madu’ndrina di Felice Manti e Antonino Monteleone. Ha pubblicato tre thriller, considerati tra i più neri dalla critica; Il Boia (Hobby & Work 2005/ Giallo Mondadori 2008), La ferocia del coniglio (Hobby & Work, 2007) e L’illusionista (Aliberti, 2010). Il suo ultimo libro è I diari di Falcone (Chiarelettere, 2018)

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