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Strage di San Polo, una sentenza rivoluzionaria fa finalmente giustizia

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Strage di San Polo, una storica sentenza obbliga lo Stato al “risarcimento” dei parenti della vittima di un omicidio poichè il colpevole era nullatenente. Fino ad ora veniva riconosciuto solo “l’indennizzo.”

L’avvocato Claudio Defilippi, che ha promosso la causa per i genitori di Domenico Tortorici, ucciso dieci anni fa da Mario Albanese: “Abbiamo ottenuto 150 mila euro. Ma non è finita”

strage di san polo

BRESCIA- Strage di San Polo, ginalmente un barlume di giustizia per i parenti delle vittime di omicidi. La Corte d’Appello di Roma ha deciso che i genitori di Domenico Tortorici, il 19enne ucciso dieci anni fa da Mario Albanese, hanno diritto non solo all’indennizzo, ma anche al risarcimento da parte dello Stato del risarcimento per “omessa e tardiva trasposizione della direttiva Ue sull’indennizzo ai parenti”.

L’uomo risultava nullatenente e in questi casi è il fondo delle vittime dei reati violenti a dover indennizzare i parenti, come stabilito da una normativa europea del 2004 che l’Italia ci ha messo anni ad applicare. Finendo peraltro per stabilire cifre infime come indennizzi.

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Alla coppia andranno così 150 mila euro, molto più di quanto previsto dalla normativa sui reati violenti. A ottenere la storica sentenza è uno dei massimi esperti in materia, l’avvocato Claudio Defilippi, che parla di fatto «rivoluzionario» e «sentenza pilota» per il futuro.

LA STRAGE DI SAN POLO

Era la notte del 4 marzo 2012. Mario Albanese, 34 anni, camionista originario di Modugno, in provincia di Bari, da due anni era separato da Francesca Alleruzzo, 45, da cui aveva avuto tre figlie. Lei risiedeva nel quartiere di San Polo. Mario arrivò armato di pistola. Uccise Francesca e l’amico Vito Macardino per la strada.

Poi entrò in casa e sparò alla figlia di lei, avuta da una precedente relazione, ovvero Francesca Matalone. E il fidanzato di quest’ultima, Domenico Tortorici. Entrambi avevano solo 19 anni. La strage fu commessa mentre in casa c’erano anche le sue bimbe di dieci, sette e cinque anni. Mario puntò infine la pistola contro se stesso.

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Non è chiaro se si fosse inceppata, di certo l’uomo venne bloccato da un carabiniere che abitava lì vicino, Ivano Gatti, che conosceva la famiglia e che a Brescia Oggi ha raccontato di recente: «Ho sentito sparare. Io l’avevo visto ma non potevo immaginare che avesse quelle intenzioni». Arrestato, il camionista fu mandato all’ergastolo. Ha ricordato ancora Gatti: «Mi aveva scritto poco dopo il fatto. Sapevo che era detenuto a Milano. Mi aveva scritto che era pentito, ma d’altro canto ormai l’aveva fatto. Ormai il disastro era stato fatto».

Quel che conta per la storia che narriamo oggi, è che Mario, condannato anche ad un cospicuo risarcimento, risultava non avere beni, tanto da essere ammesso al gratuito patrocinio per la difesa.

LA CAUSA

I genitori di Domenico, mai risarciti dal camionista, chiesero l’accesso al fondo delle vittime di reati violente, proprio per ottenere l’indennizzo (quello italiano è di gran lunga tra i più bassi d’Europa) dallo Stato, come previsto dalla normativa europea e dall’applicazione italiana. Ma il tribunale inizialmente respinse la richiesta, sostenendo che non fossero state fornite prove che la coppia avesse cercato prima di recuperare il denaro dal camionista.

Come evidenzia Defilippi, però, si trattava di un errore interpretativo bello e buono «proprio per il fatto che Albanese era già stato ammesso al gratuito patrocinio delle spese legali». La prova, dunque, che non avesse i soldi per risarcire, c’era già. Ed era proprio lo Stato ad averla fornita, ammettendolo al gratuito patrocinio.

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L’avvocato Claudio Defilippi

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Così ora la Corte d’Appello di Roma ha ribaltato il primo giudizio: «Ma è la prima volta – spiega il legale – che viene stabilito non un indennizzo, ma un risarcimento anche per le mancanze del legislatore, ovvero per omessa e tardiva trasposizione della direttiva Ue sull’indennizzo ai parenti».

L’avvocato sottolinea a Cronaca Vera come la vicenda non si chiuda qui: «La nostra richiesta era di 500 mila euro. E andremo avanti. Certo, i 150 mila euro costituiscono un passo avanti rispetto agli indennizzi liquidati in Italia per omicidio aggravato, intorno ai 60 mila euro. Addirittura erano di 8 mila euro all’epoca del governo Renzi. In ogni caso cifre lontanissime da quelle pagate in Francia e Germania». Della questione il nostro settimanale si è spesso occupato: 8 mila euro risultavano una presa in giro. Così come lo era il tetto ai guadagni di circa 11 mila euro l’anno. Ma Defilippi dovrà ora vedersela con un altro ostacolo: la burocrazia e i tempi di incasso effettivo: «Si tratta, in effetti, di un’altra nota dolente».

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