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Anton Melyshi e la strage di Stradella: la vita delle persone in Italia non vale niente

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Anton Melyshi: il fratello gli sterminò la famiglia, uccidendo sua moglie, sua figlia e sua cognata. Dopo 13 anni lo Stato gli riconosce soltanto 100 mila euro di indennizzo

L’assassino venne assolto perché totalmente incapace di intendere e di volere. Ma gli indennizzi per i parenti delle vittime in Italia sono i peggiori in assoluto dopo la Grecia

Anton Melyshi

Anton Melyshi non potrà mai darsi pace. Quando aveva 30 anni, il fratello Alfred, sei anni più giovane, gli sterminò la famiglia. Non c’era alcun movente, se non la pazzia che lo aveva improvvisamente colpito, tanto che venne assolto per totale vizio di mente e portato in un ospedale psichiatrico giudiziario.

Ma Anton non ha dovuto soltanto subire la più orrenda delle mattanze per mano di sangue del proprio sangue. Fino ad oggi, tredici anni più tardi, non aveva nemmeno ottenuto un euro di risarcimento. E oggi che gli è stato riconosciuto, gli hanno dato appena 100 mila euro. «Abbiamo già fatto ricorso in appello a Roma ed eventualmente andremo in Cassazione e poi alla Corte di Strasburgo. Ma otterremo giustizia, perché non può essere questo l’indennizzo congruo per la vita delle persone» dice il suo avvocato Claudio Defilippi a Cronaca Vera.

LA STORIA DI ANTON MELYSHI

Entrambi i fratelli, di origine albanese, vivevano e lavoravano in Italia da tempo (Anton oggi è cittadino italiano). Proprio qui Anton aveva conosciuto una connazionale, Rina Ndojhi, che divenne sua moglie e da cui ebbe una bimba, Claudia. A Stradella giunse anche la sorella di lei, Ornela, che stava iniziando la carriera da modella. Andavano tutti d’accordo, non c’era nemmeno l’ombra di una lite, come ha ricordato lo stesso Anton a I Fatti Vostri.

Tutto fino ad una settimana prima della strage, avvenuta il 31 ottobre del 2009. Alfred aveva iniziato a comportarsi stranamente durante il turno di notte in fabbrica, quando si metteva a ridere da solo e a fare strani gesti. Un comportamento folle che ripetè anche due giorni prima della mattanza e che convinse il fratello a chiamare il 118. «Ma dopo venti minuti era tornato a casa. Aveva firmato un foglio…»

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Quindi, l’incomprensibile tragedia, mentre Anton si trovava fuori casa. Alfred, in preda ad un delirito psicotico, uccise a coltellate Ornela, 19 anni, Rina, 24, e la piccola Claudia, di appena 4. Poi tentò, invano il suicidio. Gli sarà diagnosticato un delirio a sfondo religioso e sarà assolto per vizio totale di mente, ma tenuto per dieci anni in un ospedale psichiatrico giudiziario. Tempo dopo Anton provederà a rivederlo, in ospedale, per cercare di capire: «Ma dopo cinque minuti non ce l’ho fatta e me ne sono andato».

Anton Melyshi

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LA CAUSA

Anton non si costituì parte civile al processo, anche perché sapeva che il fratello era nullatenente. Nessuno lo ha però mai risarcito. In Europa, come denunciamo da anni da queste colonne, esiste fin dal 2004 la direttiva 80 che obbliga i Paesi membri a indennizzare le vittime nel caso in cui i responsabili non siano in grado di farlo.

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L’Italia si è adeguata con enorme ritardo, prima con una legge che indennizzava cifre ridicole, sotto i diecimila euro e in base all’Isee delle vittime, poi istituendo un fondo. Alla prima richiesta di indennizzo di 250mila euro per ciascuna delle tre vittime, il tribunale di Roma rispose negativamente in quanto «non risulta che Melyshi Alfred sia stato condannato, in sede civile o penale, a risarcire il danno subito dall’odierno attore. Melyshi Alfred è stato assolto per vizio totale di mente. Tale pronuncia esclude la sua responsabilità penale, ma ciò non impedisce al danneggiato di poter conseguire il ristoro civilistico, secondo le regole dell’ordinamento interno».

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Ora, è evidente a tutti che Alfred non sia stato assolto perché non è stato lui, ma solo perché incapace di intendere e di volere. E che lo Stato non possa così svicolare dalle proprie responsabilità civili, essendo l’imputato nullatenente.

claudio defilippi

Così, dopo quasi 13 anni, il Comitato di solidarietà per le vittime dei reati intenzionali e violenti del Ministero dell’Interno ha accordato ad Anton un indennizzo complessivo di 100.000 euro, per la perdita della moglie e della figlia ed escludendo quella della cognata.

Dice Defilippi: «Lo riteniamo soltanto un acconto. In Italia la somma massima prevista a persona è di 60mila euro, che non è affatto una cifra congrua. In Germania gli indennizzi arrivano anche ad un milione e comunque la cifra dovrebbe essere almeno quantificata caso per caso. In Italia, invece, non si tiene nemmeno conto dei danni effettivamente subiti da chi ha avuto un famigliare ucciso. Per questo abbiamo già fatto ricorso in appello a Roma ed eventualmente andremo in Cassazione e poi a Strasburgo, per ottenere giustizia».

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Defilippi, come spiega lui stesso a Cronaca Vera, porterà ora avanti anche le istanze dei genitori di Rina. Peraltro, da quanto risulta al nostro settimanale, per ottenere l’indennizzo dai rispettivi Fondi, in Francia e in Germania per la gran parte dei casi non è neppure necessario attendere l’esito delle indagini di polizia o del procedimento penale, in quanto è sufficiente l’accertamento di un reato e non la condanna di un responsabile. Anche da questo si misura la civiltà di un Paese: per lo Stato italiano, invece, la vita delle persone vale al massimo 60mila euro.

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