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La missione “Dalla Russia con amore” all’Italia giovò o servì solo all’intelligence russa?

Nella primavera 2020 tra i medici russi che vennero a Bergamo per combattere il Covid c'erano anche agenti segreti

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Monta la polemica per l’intervento dei medici della Russia all’inizio della pandemia in Italia. A chi servì realmente quell’operazione?

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Qualche settimana fa, il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, voce pesante all’interno del Partito Democratico italiano, riferendosi agli aiuti ricevuti, dalla realtà bergamasca due anni fa, in piena pandemia da Covid, dalla Russia, via social, pose il seguente quesito“Aiuti, propaganda o spionaggio”?

Nelle scorse ora, dopo l’attacco rivolto dal presidente Putin, al Ministro della Difesa italiano Guerini (“Nel 2020 Guerini ci chiese aiuto per combattere il Coronavirus, oggi ci è ostile”. Guerini subito difeso dal premier Mario Draghi), il quotidiano La Stampa è tornato su quella, discussa, per certi versi paradossale, missione della Russia in Italia e a Bergamo.

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La missione della Russia

“La cosiddetta missione di «aiuti russi all’Italia per il Covid» era stata trattata direttamente da Vladimir Putin con Giuseppe ConteSabato 21 marzo del 2020 c’era stata una telefonata tra l’allora premier italiano e il presidente della Russia. La Stampa raccontò che i due avevano concordato che la Russia avrebbe mandato in Italia degli aiuti per la pandemia di Covid 19, ma un insolitamente laconico comunicato della presidenza del Consiglio sorvolava su questo aspetto.

Rivelammo che gli «aiuti» sarebbero arrivati con una spedizione militare russa, attraverso giganteschi aerei militari cargo a Pratica di Mare, con un security clearance (controllo doganale solo sulle merci).

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Da Twitter

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Dentro gli aerei vi sarebbero stati 22 autocarri militari e 120 medici militari russi, specialisti nella guerra batteriologica, alcuni provenienti da teatri di guerra (tipo i Paesi africani alle prese con Ebola) e sotto il controllo del ministero della Difesa di Mosca.

Scoprimmo che il capo della missione era Sergey Kikot, già in guerra in Siria per la Russia, il generale a cui la Russia affidò la difesa di Bashar Assad al processo a L’Aja, dall’accusa (ormai provata) di aver usato gas sui civili a Ghouta, in Siria.

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Lo stesso generale era incaricato in patria di vigilare sullo smantellamento dei laboratori chimici sovietici (poi riconvertiti nei «Novichok Labs»). Le nostre fonti sostennero, come fu riferito, che l’entità degli aiuti era limitata, «all’80% inutile», come poi i fatti confermarono (326 mila mascherine, il solo Egitto ne aveva mandate due milioni, e seicento ventilatori polmonari, alcuni dei quali – si apprenderà dopo – facevano parte di un lotto di ventilatori che finì sotto inchiesta negli Usa per gravi difetti: in sostanza, s’incendiavano).

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Da Twitter

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Venne fuori anche che il dono non era poi un dono (all’Italia era stato chiesto il pagamento del carburante dei voli). Tra l’altro, l’Italia ha già dei reparti NBC, chimici e batteriologici, all’avanguardia nella Nato: che bisogno c’era di farsi mandare quelli russi?

L’operazione fu chiamata dal Cremlino «Dalla Russia con amore», e diverse fonti di alto livello ce la presentarono come operazione di propaganda, con la sfilata (mai avvenuta prima in un Paese Nato) di camion militari e bandiere russe per seicento chilometri da Roma a Bergamo, e con possibilità molto seria di una operazione di intelligence, dissero diverse fonti on the record.

Molti dei militari arrivati erano inquadrati nel GRU, i servizi segreti militari di Mosca. Mesi dopo il New Yorker rivelò le parole di uno dei direttori dell’Istituto Gamaleya: il primo Dna del coronavirus – usato dai russi per elaborare il vaccino Sputnik – era stato isolato da un cittadino russo che si era ammalato in Italia il 15 marzo.

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Da Twitter

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Putin vide nel Coronavirus un’opportunità per incunearsi anche fisicamente nel teatro italiano. Il ministro della Sanità, Roberto Speranza, seppe della cosa all’ultimissimo momento. Farnesina e Difesa non ebbero la parola decisiva, che invece arrivò con certezza da Palazzo Chigi.

Non sorprende ora che venga minacciato il ministro Lorenzo Guerini, uno dei più istituzionali in quella opaca e pericolosa vicenda. In quella fase anche oligarchi russi erano all’opera. Alisher Usmanov – ex capo di Gazprominvest e poi di Metalloinvest, di casa da noi, oggi sanzionato col sequestro totale degli asset – fece importanti donazioni sul Covid alla Sardegna.Vi fu, in seguito, una forte propaganda russa per far produrre o adottare il vaccino Sputnik in Italia, e una collaborazione con l’Istituto Spallanzani: l’obiettivo non fu raggiunto, anche perché l’Ema non autorizzò mai il vaccino russo”.

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Già ma alla fine, la domanda del sindaco di Bergamo è più che mai attuale, ed è e rimane la seguente: Quale ruolo giocò la Russia nella nostra penisola due primavere fa?

Questo il parere del primo cittadino Gori rilasciato al Corriere della Sera in merito: “Alla causa bergamasca giovarono i russi: oltre ad aver sanificato le case di riposo, trenta medici lavorarono in Fiera e furono determinanti per il funzionamento di quell’ospedale. Altri medici italiani mi hanno testimoniato la competenza dei colleghi russi. In effetti, quando se ne andarono, tributammo loro il giusto ringraziamento.

Ma, se guardiamo alla composizione di quel contingente russo, fatto solo in parte da medici, è giusto chiedersi quali fossero i loro reali obiettivi. Quando parlo di intelligence la intendo in senso scientifico: il vaccino Sputnik sarebbe stato sviluppato partendo da un campione di virus prelevato in Italia. Già questo basta per dubitare che la missione fosse dovuta a pura generosità. Aggiungiamo che la Russia ha usato quella missione per propaganda, sottolineando la supposta inefficienza dei Paesi Nato”.

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Stefano Mauri

Stefano Mauri nato a Crema nel gennaio 1975, mese freddo e nebbioso per eccellenza. E forse anche per questo, per provare a guardare oltre la nebbia e per andare oltre le apparenze, con i suoi scritti prova a provocare, provocare per ... illuminare. Giornalista Free Lance, Sommelier, Food and Wine Lover, lettore accanito, poeta e Pierre appassionato, Stefano Mauri vive, lavora, scrive, degusta, beve e mangia un po' dappertutto. E ovunque si prefigge lo scopo di accendere se non una luce, beh almeno un lumino, che niente è come sembra, niente. Oltre a collaborazioni col mondo (il virtuale resta una buona strada, ma non è La Strada) web, Stefano Mauri, juventino postromantico e calciofilo disincantato, collabora con televisioni, radio e giornali più o meno locali. Il suo motto? Guardiamo oltre, che dietro le apparenze si cela il vero mondo.

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