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Stefano Di Marino, la tragica scomparsa dell’ultimo gigante della narrativa popolare

Come Emilio Salgari, a cui veniva spesso paragonato, spezzò la penna con cui aveva fatto sognare tutti gli appassionati dell’avventura, allo stesso modo avrebbe fatto il suo degno “erede” milanese Stefano Di Marino. E c’è chi avanza dubbi sul suo suicidio

 

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Da Cronaca Vera in edicola dal 17 agosto 2021

 

E’morto precipitando dalla finestra di casa. Una fine terribile per Stefano Di Marino, il più prolifico scrittore di genere italiano, cui “Cronaca Vera” ha dedicato negli anni diversi servizi e pubblicato molti suoi racconti.

«Se è vero che la spy story, l’avventura e il noir sono i generi preferiti, ho scritto fantascienza, fantasy, e poi moltissimi racconti thriller, western, horror», ci disse in un’intervista. «Da anni poi scrivo racconti Gialli per il settimanale Confidenze…».

Stefano aveva 60 anni, e aveva pubblicato i suoi lavori utilizzando una miriade di pseudonimi. «Personalmente cominciai a usare degli pseudonimi perché i generi che mi piacevano di più, ovvero il thriller e la spy-story, erano generalmente anglosassoni e così l’editore era convinto che si vendesse di più», ci raccontò lui stesso.

«Ormai il thriller italiano è stato sdoganato. Per cui da un po’ di tempo li ho eliminati tutti, al di fuori di Stephen Gunn che uso da anni per la serie Il Professionista».

Letteratura ribelle

Stefano faceva parte di quella letteratura ribelle milanese, poco ligia ai salotti e molto più attenta ai cambiamenti nella città meneghina. Non a caso era nel gruppo insieme ad Andrea G. Pinketts, scomparso a 58 anni, nel 2018, a causa di un cancro. Con loro anche Andrea Carlo Cappi, altro autore dalla sconfinata produzione, che ricorda Stefano paragonandolo a Emilio Salgari e a Giorgio Scerbanenco.

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Stefano Di Marino e Andrea Carlo Cappi

 

«Era un narratore – per usare la definizione che preferiva – senza pari non solo nel panorama italiano, ma anche a livello mondiale», scrive Cappi sul suo sito Borderfiction Zone. «Un romanziere in grado di passare da un genere all’altro della narrativa popolare, anche se noto soprattutto per la sua immensa, trentennale produzione nel campo della spy story, spesso con connotazioni avventurose, ma con una profonda competenza sui retroscena del mondo dell’intelligence. Il più grande scrittore contemporaneo di letteratura di genere. “E allora – direte voi, se non siete tra i suoi fedeli lettori – perché non lo abbiamo mai sentito nominare? Perché non l’abbiamo mai visto come opinionista in tv? Perché nessuno ci ha detto che i suoi libri meritavano di essere letti?”. Perché in Italia di autori come lui non si parla. E non si deve parlare. Ma soprattutto di lui, che era (e rimane) il più grande».

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Stefano Di Marino e Andrea G. Pinketts

 

Stefano, colpito poche settimane fa dalla perdita del padre, ha lasciato un biglietto per giustificare il suo gesto. «Lasciate che vi spieghi perché ritengo che sia altamente improbabile che Stefano Di Marino abbia messo volontariamente fine alla sua vita, oltretutto in un modo così grossolano, cruento e poco affidabile come gettarsi dal terzo piano…», inizia così il lungo testo pubblicato in Rete dal collega scrittore (e già premio Scerbanenco) Giancarlo Narciso.

Ombre e dubbi

Narciso vuole vederci chiaro, secondo lui Stefano non era affatto depresso, non lo era mai stato, «ed era un maestro di arti marziali, quelle toste, come muai thai o savate. Aveva il culto del Bushido, della via del guerriero, e così come i suoi personaggi, ai quali, dopo oltre trent’anni di attività, inevitabilmente aveva finito per assomigliare».

Non ritiene nemmeno che si sia ucciso per la delusione di mancati riconoscimenti professionali, dato che «ha pubblicato fior di romanzi con Piemme, Nord, Tea e Sperling & Kupfer; a un certo punto, una ventina di anni fa, è stato inquadrato come scrittore politicamente scorretto e rinchiuso nel ghetto della stampa periodica tipo Segretissimo e Giallo Mondadori, cosa che non gli faceva certo piacere, ma di cui da tempo s’era fatto una ragione».

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Giancarlo Narciso

 

Narciso non ritiene nemmeno che fosse angosciato dal timore di non riuscire a prendersi cura della madre anziana, visto che con la morte del padre gli era arrivata l’eredità, «e per la prima volta nella sua vita non si trovava più in uno stato di ristrettezza economiche, anzi, le sue condizioni economiche erano diventate molto floride. Vorreste farmi credere che Stefano, per qualche dispiacere di cui nessuno di noi ha mai avuto sentore, in un momento in cui per lui la vita cominciava finalmente a sorridergli, sarebbe arrivato al punto di infischiarsene della madre, a cui teneva tanto, infliggendole un simile dolore?». Domande e parole che fanno riflettere, e che sembrano metterne in discussione ogni movente circolato sul suicidio.

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