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Riformare la giustizia? Una mera illusione

La più grande illusione regalata ai cittadini, dopo quella di assicurare indennizzi per i danni dovuti al lockdown, è quella di dire che a breve avranno una giustizia giusta. Una riforma che finalmente velocizzi i processi, garantisca le pene, ma anche la presunzione d’innocenza. Chiariamolo subito: non cambierà nulla.

Il “sistema” messo in luce dall’ex magistrato Luca Palamara sulle correnti in magistratura che decidono le sorti della categoria è un sistema granitico. E non da oggi. Le correnti non decidono solo il Csm, ma anche l’assegnazione dei magistrati nei gabinetti ministeriali, come già emerse oltre dieci anni fa. Non cambiò nulla. Sembrava dovesse crollare tutto dopo il libro scritto da Palamara con il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti. Invece, con le migliaia di chat uscite sui giornali, è venuto giù solo lui, come se il “sistema” fosse una persona sola.

TOH, AVEVANO RAGIONE I COMPLOTTISTI

Si parla ora, a ragion veduta, di separazione delle carriere, perché i giudici siano divisi dalla pubblica accusa e rappresentino una sicura terzietà nel processo. Ma tale riforma era già passata: era la riforma Castelli. Solo che fu mandata in soffitta una manciata di giorni prima di entrare in vigore il 31 luglio 2007 dalla successiva riforma dell’allora ministro della giustizia Clemente Mastella. Finì insomma in niente. Il ministro della giustizia attuale, Marta Cartabia, aspira a ridurre del 40% i tempi dei giudizi civili, che sono infiniti, e del 25% quelli penali. D’altra parte i dati della Corte di Strasburgo per i diritti dell’Uomo sono impietosi: siamo di gran lunga il Paese più sanzionato per le lentezze processuali.

Per raggiungere tale obiettivo, sul tavolo le forze politiche hanno messo diverse proposte. Ad esempio, l’abolizione dell’impugnazione dell’appello da parte del pm in caso di assoluzione dell’imputato. Ma anche questa è una proposta datata: la fece l’avvocato Gaetano Pecorella nel 2006 e fu attaccata dalla magistratura associata, tanto che finì affossata.

Talebani d’occidente

Se tale ipotesi era però sensata, ad essa se ne aggiunge oggi una molto pericolosa, con la cancellazione totale del processo d’appello. Perché pericolosa? Perché in Italia i processi sono sì lunghissimi, ma in compenso sono fatti malissimo. L’Italia non primeggia infatti a Strasburgo soltanto per sanzioni sulla lentezza dei processi. È anzi al vertice delle condanne per aver trasgredito la seconda parte dell’articolo 6 sui diritti della difesa. E sono così tante le violazioni al diritto di difesa che nel 2011 la Corte Costituzionale emise una sentenza, la 113, con cui si sanciva la possibilità di chiedere una nuova celebrazione del processo in caso di condanna al nostro Paese da parte di Strasburgo proprio per quell’articolo.

MEZZO SECOLO DI GIUSTIZIA ITALIANA A STRASBURGO: UN’ECATOMBE

Questi casi sarebbero peraltro esponenzialmente di più cancellando del tutto l’appello, se è vero quanto sostenuto dai Radicali Italiani, i quali riportano come il 45% delle sentenze di primo grado venga riformato, parzialmente o totalmente, nel corso del secondo grado. Il che comporta un numero altissimo di persone finite in carcere ingiustamente. Nel 2020 lo Stato ha dovuto sborsare 38 milioni di euro per risarcire i malcapitati, 27 dei quali riguardavano le sole Corti d’appello di Bari, Catanzaro, Palermo, Roma e Reggio Calabria. Chi paga per questi errori? Non certo chi ha sbagliato, ovvero chi ha messo in prigione persone innocenti.

I veri numeri della giustizia in Italia: i dati allarmanti di Strasburgo

Matteo Salvini vorrebbe raccogliere le firme per un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Ma anche questo c’è già stato, nel 1987, sulla scia del caso di Enzo Tortora. E fu vinto a larghissima maggioranza, oltre l’80%. Non cambiò nulla neanche allora. Una legge, la 18 del 2015, voluta da Matteo Renzi e che ridefinisce la colpa grave del magistrato «è rimasta praticamente inapplicata, pur essendo un pannicello caldo» come spiega a Il Giornale l’avvocato Claudio Defilippi, tra i massimi esperti di revisioni processuali e ingiuste detenzioni: «Le toghe rischiano poco o nulla. Bisogna anche potenziare l’ufficio giudiziario che verifica la progressione in carriera dei magistrati e istituire una commissione di controllo sugli errori giudiziari». Criticare l’operato di un magistrato si rivela spesso un’operazione suicida e certo sarebbe il caso, a nostro giudizio, creare una sezione a parte per giudicare le querele subite e proposte da pm e giudici. Così come, sempre a nostro modesto giudizio, bisognerebbe separare le carriere anche dei magistrati che vengono distaccati nei gabinetti ministeriali da quelli che stanno in tribunale. Non una separazione delle carriere per due, dunque, ma per tre, ognuno con un proprio Csm di riferimento. Altrimenti, che separazione dei poteri è se quello giudiziario è intrinseco all’esecutivo?

Bonus e incentivi: attenti a chiederli. Li vorranno indietro

Non basta. Se stiamo ai dati della Corte di Strasburgo, l’Italia primeggia largamente tra gli Stati occidentali nell’intrusione illecita nella vita famigliare (in cui si contano numerosissime sentenze sanzionate a Strasburgo per sottrazione illecita di minori) e nella proprietà privata. La situazione è insomma devastante. Ora ci dicono che in sette mesi potremmo avere finalmente una giustizia giusta. Ma sarà già tanto se riusciranno ad abolire la “brillante” riforma Bonafede sulla prescrizione, che consente alla magistratura di prendersi tempi ancora più comodi dopo aver incredibilmente affibbiato le colpe delle lentezze processuali agli avvocati.

Perché a noi, che di ingiuste detenzioni ed errori giudiziari scriviamo da una vita intera, queste promesse ricordano un po’ la storia dei bonus, poi diventati ristori, quindi sostegni. Che non si sa più quanti siano, che dovevano sollevarci dalla miseria, ma che si traducono con un solo vocabolo: elemosina.

Dal Momento di Cronaca Vera, in edicola il 19 maggio 2021

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