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Andate al suo tavolo, voi che fate “lavoretti”

Dalla “pace fiscale” ai “Sostegni” usato al posto di “Indennizzi”, fino ai “lavoretti” di Nicola Zingaretti: c’è sempre un motivo se lo Stato non usa le parole giuste e cambia repentinamente i termini. Ecco come veniamo fregati… leggere per credere

 

Se a qualcuno ancora non fosse chiaro il disprezzo che alberga a Palazzo verso i comuni cittadini che lo mantengono, consiglio la visione dell’intervista di Nicola Zingaretti a “Mezz’ora in più”. Parlando dei baristi e delle persone che lavorano nelle palestre, devastati dal lockdown, si è espresso così: «Mi permetto di invitare a questo tavolo coloro che facevano quelli che si chiamavano i “lavoretti”…» Ignoro che mestiere faccia nella vita privata questo signore che fino a poco tempo fa era il segretario del Pd, erede del partito dei lavoratori. Per quanto ne so è in politica da poco dopo il diploma da odontotecnico e dal 2013 è governatore del Lazio, mantenuto, per queste mansioni, dalle tasse dei cittadini. Però uno che si permette di definire in maniera paternalistica “lavoretti” le fatiche di persone che alzano la saracinesca alle 5 di mattina e chiudono a sera, che non conoscono ferie e che ricavano col sudore il denaro rischiando del proprio, si commenta da solo. E fa capire anche perché a queste categorie il governo abbia riservato delle elemosine al posto degli indennizzi: in fondo fanno “lavoretti”, no? Ecco, è con le parole che ci fregano. Ci fregano sempre con quelle.

Recentemente Milena Gabanelli ci ha regalato una spassosa inchiesta su come ormai le parole delle istituzioni cambino a ritmo frenetico: la Dad, didattica a distanza, è già diventata Did, didattica integrata a distanza. Il ministero dell’Ambiente è diventato della Transizione ecologica, il Mit è diventato Mims. Non sappiamo perché cambino, ma un motivo ci sarà. L’elenco delle variazioni schizofreniche è infinito. Si pensi alla tassa dei rifiuti diventata Tarsu, poi Tia, quindi Tares e infine Tari. Ma noi seguitiamo a pagare sempre l’immondizia. Così per la famigerata Ici, col continuo balletto che va avanti dal 1992: la mettono, la tolgono, la rimettono, la ritolgono e via dicendo: nel frattempo è diventata Imu, poi Iuc – dalla fusione di Tasi e Tari e Imu – poi Nuova Imu, che accorpa Tasi e Imu. E così vale per i piani regolatori, le Asl, i centri per l’impiego per lavoro. Una lunghissima quantità di nomi cambiati per indicare la stessa cosa.

Non si sa perché, ma qualche volta si scopre. Come quando Matteo Renzi annunciò l’abolizione di Equitalia, il ridicolo «bye bye Equitalia» lanciato dopo la catena terribile di suicidi di chi era stato spogliato di tutto dallo Stato. Il nome era compromesso e come tutti sappiamo è stato semplicemente variato in Agenzia della Riscossione. Perché per Lorsignori il problema è il nome, basta mutarlo e il gioco è fatto. Suona male parlare, ad esempio, di cancellazione dei crediti inesigibili. Così la chiamano “pace fiscale”, qualcuno abboccherà e loro ci faranno un figurone. Oppure, i famigerati “bonus”, poi diventati “ristori” nel medesimo governo Conte e ora “sostegni” con quello di Mario Draghi. Nomi sempre diversi.

Eppure, su questo punto una parola tecnicamente esatta ci sarebbe: lo scrisse il noto penalista Fabio Schembri su Fronte del Blog. Qual è la parola magica? “Indennizzo”. Annotava il legale: «Nel nostro ordinamento, l’indennizzo o indennità è la somma che viene corrisposta a un soggetto come ristoro patrimoniale per il sacrificio di un suo diritto che non deriva da un fatto illecito, ma da un comportamento autorizzato o imposto dalla legge. L’articolo 2045 del codice civile prevede che il danneggiato possa chiedere un’indennità la cui misura è rimessa all’equo apprezzamento del giudice, nei confronti di chi abbia compiuto il fatto dannoso costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona che non è stato dallo stesso volontariamente causato né altrimenti evitabile». Ora, il lockdown corrisponde esattamente a quanto previsto dal codice e sottolineato da Schembri: un comportamento autorizzato per salvarci dal pericolo. Ma cui deve seguire un equo “indennizzo”. Se nessuno usa questo termine tecnico, ovvero “indennizzo”, ma in sua vece utilizza le parole “ristori” o “sostegni”, la gente sarà indotta a pensare che si tratti di concessioni. E le concessioni, in sè, non comportano equità. Ma se è mio diritto avere un indennizzo, previsto dalla legge, io esigo che sia equo. Chiara la sottigliezza? Così, ecco che il governo “concede” ristori o sostegni a chi fa “lavoretti”, che infatti si traducono in poco più di una mancia. E i cittadini dovrebbero pure essergli grati.

Ho scoperto solo recentemente che questo addestramento a parole incomprensibili atte a confondere lo stanno applicando anche ai bambini. L’altro giorno ho infatti chiesto a mio figlio più piccolo, seconda elementare, come fosse andata la verifica a scuola. Mi ha dato il voto. C’era scritto PCS. «Cioè?» Mi sono letto la circolare inviata ai genitori: non ci saranno più numeri, ma nemmeno i classici giudizi. Hanno deciso di adottare quattro valutazioni: PCS, ovvero Prova Completamente Superata; PSU, Prova Superata; PPS, Prova Parzialmente Superata e PNS, Prova Non Superata. Dicono sia l’adeguamento alle “Nuove modalità di valutazione della scuola primaria”. Come si faccia la media non lo so. So però che da 10 i voti sono diventati 4 e sono acronimi di nessun apparente significato che devo tradurre con la circolare a fianco. Il bambino mi guarda, strizza gli occhi e mi fa: «Mi sa tanto che è una fregatura». E non ha ancora visto niente.

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