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I misteri di Alessia Pifferi, parla la criminologa Roberta Sacchi

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Alessia Pifferi, una donna malata o una perfida assassina? Il caso di Alessia Pifferi sta facendo discutere l’Italia.

Il giallista Rino Casazza ha raccolto per Cronaca Vera l’autorevole parere di una nota criminologa

alessia pifferi

È in corso il processo contro Alessia Pifferi, iniziato lo scorso maggio di fronte alla Corte di Assise di Milano. La donna, trentasettenne, è accusata di omicidio pluriaggravato per aver, nel luglio del 2022, lasciato da sola in casa, per sei giorni, la figlia Diana di 18 mesi, con solo un biberon di latte e una bottiglietta d’acqua.  Al ritorno la madre l’ha trovata morta per disidratazione e inedia. Immediatamente sottoposta a custodia cautelare, la donna nella scorsa primavera è stata rinviata a giudizio.

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Il caso ha suscitato l’indignazione dell’opinione pubblica poiché si è ben presto saputo che la donna aveva abbandonato a sé stessa la figlia in così tenera età per trascorrere un periodo a casa del compagno.

Al processo l’accusa sostiene che la Pifferi considerava la figlia un intralcio alla propria libertà al punto da non farsi scrupolo di metterne a repentaglio l’incolumità, mentre la difesa reputa la donna inconsapevole del pericolo di morte cui esponeva la bambina in quanto incapace di intendere e di volere.

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Abbiamo intervistato la nota criminologa e psicologa forense Roberta Sacchi, che è intervenuta sul caso nella trasmissione televisiva Pomeriggio Cinque.

La parte prevalente dell’opinione pubblica, inorridita dalla morte di una creatura indifesa, è sdegnata di fronte a quello che considera un escamotage avvocatesco per salvare l’imputato dalla prigione invocandone l’infermità di mente.

«La richiesta di perizia psichiatrica non è un escamotage, è un accertamento che tutela la persona che potrebbe aver commesso un reato in condizioni mentali deficitarie, senza rendersi conto delle conseguenze delle sue azioni. Anche la società è tutelata, perché quella persona può rappresentare un pericolo per tutta la comunità. È poi sbagliato ritenere che se una persona viene dichiarata incapace di intendere e volere il giorno dopo esce liberamente. Non è così perché insieme alla capacità di intendere e volere viene valutata la pericolosità sociale. La persona socialmente pericolosa che ha commesso un reato ma non è imputabile per vizio di mente entra in un circuito restrittivo-riabilitativo da cui può uscire solo quando gli esperti (psicologi e psichiatri) ritengono che non sia più pericolosa. Una strada spesso più lunga della pena ordinaria».

alessia pifferi

Il giudice ha disposto una consulenza super partes per fare più chiara luce sulle capacità cognitive di Alessia. Quali sono gli esami che si somministrano in questi casi, e qual è la loro affidabilità scientifica?

«La perizia in questi casi è un’operazione complessa. Innanzitutto i periti raccolgono eventuale certificazione medica (ad esempio condizioni alla nascita, ritardi nello sviluppo, motivazioni della necessità del sostegno a scuola, ricoveri) che possono spiegare carenze strutturali. Poi conducono una serie di colloqui clinici, sia a tema libero che attraverso domande strutturate.

Infine si somministrano dei test. Sicuramente viene somministrato un cosiddetto test di livello, che misura il quoziente intellettivo, ovvero il risultato, espresso in termini numerici, di una serie di abilità cognitive che compongono l’intelligenza quali la percezione, la memoria, il linguaggio, il bagaglio culturale, l’attenzione e la concentrazione, la logica, la velocità di elaborazione del pensiero, il pensiero concreto e astratto, la comprensione verbale, ecc.

L’affidabilità di questi test è altissima in quanto basata sul confronto tra la prestazione di quel soggetto e quella ottenuta da migliaia di soggetti “normali” della stessa età, sesso e livello di istruzione. La perizia prevede inoltre test per valutare le caratteristiche di personalità del soggetto ed eventuali psicopatologie, e test proiettivi per l’indagine della struttura di personalità più profonda. In entrambi i casi si ricavano anche indici cognitivi. Il più noto è il test di Rorschach, quello delle macchie d’inchiostro, per intenderci. Anche questi test sono molto affidabili perché si basano sull’estrazione di indici normali e patologici. È di fatto impossibile “barare” perché tutti questi test comprendono scale di validazione, cioè indici che ci dicono se il soggetto ha risposto in modo autentico».

Un’ultima domanda. La perizia di parte sostiene che Alessia avrebbe un’età mentale di 7 anni. Una bambina di quell’età cui fosse affidato un infante come la figlia di Alessia, potrebbe non rendersi conto che, lasciandola sola per una settimana, la sottoporrebbe a rischio di morte?

«A 7 anni il concetto dello scorrere del tempo, della sua dimensionalità, è grossolano. La signora Pifferi potrebbe non aver ben chiara la differenza tra un giorno e sette giorni e potrebbe non avere la capacità logico-matematica di calcolare quanto latte serve al bambino in un giorno e quanto, quindi, in sette giorni. Inoltre il concetto della morte si sviluppa intorno agli 8-9 anni e comunque i bambini a quell’età non pensano che la morte riguarda tutti in modo universale ma solo le persone anziane o malate. Poi c’è la questione distraibilità. Un bambino di 7 anni può prendersi cura di un fratellino piccolo ma poi, attratto da un gioco o da un amichetto, lo “abbandona” come fosse un giocattolo».

Rino Casazza per Cronaca Vera

Alessia Pifferi, l’intervista di Rino Casazza all’ex legale Luca D’Auria:

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