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Gli Stati Uniti e il vizio mai scomparso di spiare gli alleati. A che scopo?

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Tutti indignati per i dossier classificati su Macron sequestrati a Trump. Ma la vera domanda è: perché gli 007 avevano un dossier sull’alleato? E perché farne filtrare proprio ora l’ipotetico contenuto?

 

Ha fatto scalpore la notizia secondo la quale l’Fbi avrebbe sequestrato a Donald Trump, nel suo resort di Mar-a-Lago, un dossier riservato degli 007 americani sul presidente francese Emmanuel Macron. Secondo la rivista americana Rolling Stone era archiviato come “info re: President of France”. Subito dopo è circolata voce che Trump si sia vantato di conoscere i dettagli della vita sentimentale e privata del capo dell’Eliseo. Sicchè, tutti si sono indignati e hanno dato addosso all’ex presidente americano.

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In realtà ci dovremmo indignare del fatto che l’intelligence degli Stati Uniti spii la vita privata dei capi di Stato alleati e che ne abbia sapientemente fatto filtrare un possibile contenuto capace di distruggere l’immagine di Macron. A che scopo lo fa?

Scrive Repubblica: «La raccolta di informazioni da parte degli 007 su un alleato è considerata una procedura “altamente insolita”». Ma non è affatto vero, almeno non per gli americani. È una consuetudine che dura da decenni e che viene puntualmente acclarata e confessata a distanza di anni dai fatti con la promessa che non accadrà più.

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Ne ho fatto breve cenno in un libro, edito da Chiarelettere nel 2018, I diari di Falcone, basato sulle agende elettroniche del giudice ucciso a Capaci. Per restare solo all’Italia e ai tempi più recenti, possiamo partire dal 1985, anno della crisi di Sigonella. All’epoca il presidente del Consiglio Bettino Craxi era certo che gli americani controllassero in qualche maniera le stanze del potere. Non a caso, la mattina decisiva in cui autorizzò la partenza dell’aereo egiziano da Ciampino, sparì letteralmente, senza più rispondere al telefono e comunicando solo da cabine telefoniche con i gettoni, così come fece lo stesso ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi.

È altrettanto sicuro che proprio nel 1992 gli americani intercettassero Palazzo Chigi: lo rivelò il Tg3 undici anni piu tardi leggendo le carte ottenute grazie al Freedom of Information Act. Si scoprì che l’ambasciata americana aveva inviato alla Nato la registrazione di un colloquio avvenuto in autunno tra il premier Giuliano Amato e il ministro della Difesa Salvo Andò.

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E il “grande orecchio” yankee non ha mai smesso di funzionare in Italia se si pensa a quando L’Espresso pubblicò i documenti di WikiLeaks che mostravano lo spionaggio della National Security Agency ai danni del governo Berlusconi prima della sua caduta nel novembre del 2011.

Ma appunto, non c’è solo l’Italia nelle mire degli 007 americani. Nel febbraio del 1995 Parigi chiese il ritiro dei diplomatici americani dopo aver scoperto che la Cia compiva azioni di spionaggio nel ramo tecnologie, ricerche spaziali, armamenti, aeronautica, telecomunicazioni, militare, economico e politico. Lo riportò Le Monde, riferendo i dossier raccolti dalla Dst, il controspionaggio francese. Anche allora il caso si chiuse con la promessa che non sarebbe più successo.

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Nel 2013 esplose però il Datagate, con le rivelazioni di Edward Snowden e il bluff fu definitivamente scoperto: si ipotizzò che la Nsa avesse spiato qualcosa come trentacinque capi di Stato e che sicuramente da ben undici anni, ossia dal lontano 2002, il cellulare di Angela Merkel era sotto intercettazione. Il generale Keith Alexander, al vertice dell’Agenzia, non negò, rispose anzi che: «La Nsa ha raccolto le informazioni quando le e stato chiesto di farlo».

L’anno successivo un nuovo agente segreto statunitense fu scoperto a Berlino. E nel luglio del 2015 WikiLeaks svelò infine come la Nsa avesse intercettato anche i cancellieri precedenti. Scrisse in proposito L’Espresso: «Li hanno spiati tutti senza eccezioni. Dall’era del cancelliere Helmut Kohl a quella di Gerhard Schroder e, ora, di Angela Merkel, l’americana National Security Agency (Nsa) ha intercettato sistematicamente i telefoni della cancelleria tedesca, arrivando ad ascoltare Merkel dalla linea fissa degli uffici del suo partito, la Cdu, negli anni della Repubblica federale tedesca, fino al telefonino che la cancelliera ha avuto intestato fino alla data dell’1 gennaio 2014».

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Considerando che Kohl divenne cancelliere della Germania occidentale nell’ottobre del 1982, gli Stati Uniti avevano dunque origliato per oltre tre decenni cio che avveniva nel cuore del Vecchio continente: prima, va da sè, per arginare il pericolo comunista, ma poi? Non è chiaro.

E figuriamoci se è chiaro ora che è saltato fuori un dossier su Macron. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, ha scritto che il piano italiano sul risparmio energetico europeo sia stato «imposto a Roma da Bruxelles, che a sua volta agisce su ordini di Washington».

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L’Ue ha declinato a «follie» tali parole. E lo stesso ha fatto il ministro italiano autore del piano, Roberto Cingolani: «Si figuri se l’Italia può seguire gli ordini di qualcuno». Sarà certamente così. Ma saremmo più tranquilli se gli Stati Uniti perdessero il vizio di spiare gli alleati. E di far sapere di avere informazioni riservate su di loro nei momenti che ritengono più opportuni: ovvero, quando devono prendere decisioni cruciali sul futuro dell’Europa.

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