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Sindrome di Stoccolma: l’incredibile vicenda accaduta nel 1973 in una banca della capitale svedese

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La Sindrome di Stoccolma è un modo di dire oramai universalmente diffuso, che significa “legame affettivo tra vittima e carnefice.” Cos’è esattamente? Patricia Hearst, Giovanna Amati, Natascha Kampusch, Shawn Hornbeck: queste persone non si conoscevano tra loro ma hanno condiviso qualcosa di sorprendente

 

Il grande orologio sulla facciata bianca del palazzo che ospita la Sveriges Kreditbanken segna le 10,15.
L’edificio è sito proprio nel centro di Stoccolma, in una grande piazza dove sventola la bandiera svedese. È il 23 agosto 1973 e quella mattina fa un caldo infernale.

Contrariamente a quanto pensiamo, in Svezia non fa sempre freddo. Le auto passano con il finestrino abbassato, una in particolare passa e ripassa, due…tre volte, ma nessuno ci fa caso. Dall’autoradio escono le note di “ring ring” degli Abba.
All’interno della banca una sessantina di persone tra clienti e impiegati stanno svolgendo le loro incombenze. In mezzo ai clienti in attesa uno si guarda intorno circospetto. Improvvisamente apre un borsone, tira fuori un mitra e inizia a sparare verso il soffitto: «Tutti giù. Giù, ho detto! Svelti. Adesso, inizia la festa.»

UNO STRANO TIPO

Occhi sgranati, tutti a guardare l’uomo con il giubbotto di pelle che ha sparato. Sui trent’anni, ha una gran testa di capelli ricci e neri e la carnagione scura. Sembra un arabo. Parla inglese con accento svedese.
Se lo guardassero meglio qualcosa di strano in quell’uomo ci sarebbe. In testa ha una parrucca e in faccia una tintura scura. Ma nessuno in realtà può accorgersene, perché sono tutti a faccia in giù, come ha intimato poco prima. Quello fa sul serio, sembra pronto a tutto. Ha un mitra vero che spara proiettili veri, e quella è una rapina.

LA RAPINA

Si rivolge a uno degli impiegati urlando con quel suo accento strano: «Sbrigati, metti tutti i soldi in un sacchetto, io me ne vado subito, e nessuno si farà male.»
Tutti quelli stesi a terra tirano un respiro di sollievo. Niente di più che una brutta avventura, qualcosa da raccontare la sera a cena o al bar, e da leggere il giorno dopo sul giornale. Magari qualche intervista, dove esagerare un po’. Ma…

Ma la raffica di mitra sparata là dentro si sente anche fuori. Un tipo che passava a piedi proprio davanti alla banca ha sentito, ha fermato una pattuglia che transitava proprio lì vicino e gli agenti sono entrati a controllare cosa fosse successo, beccandosi una mitragliata addosso che per fortuna ne ferisce solo uno, in modo leggero. I poliziotti schizzano fuori dalla banca, danno l’allarme ed ecco che arrivano i rinforzi. E quella che doveva essere una rapina lampo, qualcosa da raccontare più tardi a cena, fallisce. Ed è a questo punto che inizia davvero la festa. In un attimo i furgoncini e le auto bianche e nere della polizia circondano l’ingresso della banca, mentre gli agenti con le armi puntate contro le vetrate urlano al rapinatore all’interno di arrendersi.

TRE MILIONI

L’uomo col giubbotto di pelle capisce subito che non può difendere da solo un edificio così grande con tutta quella gente dentro, così si ritira nel caveau, si tiene soltanto quattro impiegati, un uomo e tre donne, mandando fuori tutti gli altri. Quando la polizia di Stoccolma fa irruzione nella banca trova l’atrio vuoto e non può fare altro che assediare il caveau dove un uomo armato di mitra che sembra un terrorista arabo minaccia di ammazzare quattro ostaggi se non otterrà quello che vuole.

Vuole tre milioni di corone svedesi, equivalenti a quasi un milione di dollari di allora. Vuole una macchina per scappare, e che la polizia liberi e gli mandi Clark Olofsson, in carcere per rapina a mano armata. La polizia accetta. Gli procura una bella Ford Mustang di colore blu, prepara i soldi e lascia entrare Clark nella banca. Il piano della polizia è semplice: esci, sali in macchina e poi ci pensiamo noi a bloccarti e a farti finire in cella.

L’INTOPPO

Ma il piano non riesce, il rapinatore non si fida e rimane dentro assieme agli ostaggi. Tutto si blocca.
La polizia fuori e dentro la banca, e quelle sei persone chiuse nel caveau in una specie di corridoio lungo 16 metri e largo 4, ingombro degli scaffali delle cassette di sicurezza e con una vecchia moquette sul pavimento.
La polizia fa staccare la corrente elettrica ed è così che comincia la Sindrome di Stoccolma.
Il tipo con il giubbotto per un po’ continua con la commedia del terrorista arabo, anche se non ci crede nessuno.

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Così molla, si toglie la parrucca, smette di parlare quell’inglese stentato e passa allo svedese. Ha il forte accento dialettale della Scania, la parte più meridionale della Svezia, vicino alla Danimarca. Questo gli dà un carattere più grezzo e popolare quindi più umano e familiare. Si chiama Jan-Eric Olsson. Detenuto in carcere per furto con scasso, quando è uscito in permesso gli è venuto in mente di fare quella rapina.

GLI OSTAGGI

Gli ostaggi sono quattro impiegati della Sveriges Kreditbanken: una stenografa di 23 anni, che si chiama Kristin, Brigitte che di anni ne ha 31, ed Elizabeth, 21 anni appena, cassiera da meno di un anno. Poi c’è Sven, 25 anni, anche lui appena assunto.
Sono spaventati dai due banditi.
Jan è alto, stempiato e con un paio di baffi da duro, come quelli che nei film di solito portano i cattivi. Agita su e giù quel mitra minaccioso, arrabbiatissimo per come stanno andando le cose.
Anche da Clark li terrorizza. Nonostante sembri molto più tranquillo, con un aspetto da piccolo orso con barba e capelli lunghi, comunque è un criminale che sta tenendoli in ostaggio.

Quando la polizia lo ha fatto entrare gli ha dato un telefono per comunicare. Durante una delle prime telefonate Jan ha preso Kristin per il collo puntandole il mitra alla testa e lei si è messa ad urlare disperata. Quando la polizia ha fatto dei buchi sul soffitto del caveau per infilarci dentro una macchina fotografica e riprendere quello che succede, Jan ha cominciato a sparare ferendo anche un poliziotto.
Insomma la situazione è terribilmente precaria.

VIE D’USCITA

Ian e Clark fanno paura però ci sono anche loro lì dentro.
Sono tutti insieme in quel budello rovente senza luce, senza ventilazione, con quella maledetta moquette che magari d’inverno farà anche piacere ma in quell’agosto torrido e afoso spande un calore infernale. Ostaggi e banditi stanno lì a sciogliersi di sudore appiccicoso, a puzzare, a morire di sete e di fame perché all’inizio non gli vogliono dare niente.
Come se non bastasse, li rintrona il martellare sordo dei trapani che picchiano sul cemento del soffitto per fare i buchi, un rumore insopportabile, che all’improvviso si interrompe con un silenzio che fa male alle orecchie, insopportabile anche quello, per poi ricominciare.

Una tortura.
Lo scopo è convincere i criminali a cedere, ma ci sono anche Kistin, Brigitte, Elizabeth e Sven là dentro, spaventati da un pensiero fisso che fa ancora più paura del mitra di Jan che in fondo ormai conoscono, sudato, rintronato e bollito come loro.
No, il pensiero che fa paura è un altro: e se adesso la polizia fa irruzione nel caveau e si mette a sparare e ammazza anche noi?
La polizia, appostata sui tetti, ignora la reale situazione nel caveau.

LA SINDROME DI STOCCOLMA

Elisabeth ad un certo punto ha bisogno di andare in bagno, così va da Jan e glielo chiede. Il bagno è in fondo, all’ingresso del caveau. Jan non ha chiuso la porta della camera blindata e dietro l’angolo ci sono i poliziotti. La porta del gabinetto è vicinissima a loro. Jan acconsente. «Vai pure…»
La ragazza raggiunge il bagno. I poliziotti stanno lì, a poca distanza, e le dicono di correre, di svoltare l’angolo, ci penseranno loro a coprirla.
Lei però fa i suoi bisogni, esce e torna indietro.
Non scappa, torna.
Arriva un’altra telefonata, e Jan fa rispondere di nuovo Kristine. Dall’ capo della linea c’è niente meno che il primo ministro svedese, Olof Palme.

La telefonata è a dir poco surreale. Kristin si scusa per aver perso il controllo mettendosi urlare. Poi rimprovera Palme, gli dice che non devono torturarli in quel modo, che non ci provino neanche ad entrare dentro. Niente polizia, i poliziotti sono pericolosi. La sua opinione è netta: «Sono loro, i criminali, che ci difendono dalla polizia. Lasciateli stare. Lasciateci stare!»
La “sindrome di Stoccolma”.
Ad un certo punto Jan, Clark e gli ostaggi si convincono che la polizia stia scavando nel soffitto per spargere nel caveau gas soporifero e fare irruzione limitando lo spargimento di sangue.

L’IDEA

Per impedirlo, a Jan viene un idea, che comunica subito all’esterno: «Adesso lego gli ostaggi agli scaffali con un cappio intorno al collo. Se li addormentate col gas, si impiccano»
Gli ostaggi collaborano coi rapinatori a preparare quella trappola per loro mortale, e Jan e Clark stanno attenti a non fare i cappi troppo stretti, anzi li tengono belli larghi.
L’assedio dura sei giorni, dal 23 al 28 agosto del 1973.
131 ore di un supplizio che li accomuna tutti.

Nella sera di mercoledì 28, la polizia comincia a pompare gas lacrimogeno attraverso i buchi scavati sul soffitto. Jan e Clark resistono una mezzoretta.
Gli ostaggi, che non sono neanche più legati, aprono la porta del caveau e si arrendono. La polizia li prende subito in consegna. Dritto, con i suoi baffoni da duro, Jan se ne va ammanettato in mezzo gli agenti.
Kristin Elisabeth Brigitte e Sven vengono affidati agli psicologi.
Si vogliono capire le ragioni del loro comportamento, così strano che gli stessi interessati, ora che sono liberi, stentano a comprendere.
Eppure, non riescono a disprezzare i due criminali. Se la sognano spesso quella storia; il caldo, la paura, il rumore…Tranne Brigitte, tutti gli altri cambieranno mestiere.
Nei loro incubi, tra i cattivi Jan e Clark non ci sono.

Al processo renderanno testimonianze così benevole che Clark verrà addirittura assolto.
Jan prende 10 anni che sconta tutti. Quando esce trova lavoro come venditore di auto, sposa una ragazza tailandese e fa 9 figli.
Da questo episodio, si è scoperto che la vittima di una violenza fisica, verbale o psicologica può arrivare a provare, durante i maltrattamenti, un sentimento positivo per il proprio aggressore, sino addirittura a innamorarsene.
Questa sottomissione volontaria instaura una sorta di alleanza e solidarietà tra la vittima e il carnefice.
Ogni tanto Jan Olosson viene intervistato e anche lui sembra ricordare quasi con piacere quei sei giorni, quando camminava avanti e indietro, stressato e spaventato, per quel budello di tunnel bollente e buio.

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Paola Mizar Paini

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Rino Casazza intervista Paola Mizar Paini

 

Rino Casazza intervista, per Fronte del Blog, Paola Mizar Paini, scrittrice pavese di storie poliziesche (“Angeli Innocenti” e “La casa delle ombre”, Frilli Editore; “Emily, storie dal passato”) calate in atmosfere inquietanti di stampo gotico. Paola ci svela i misteri soprannaturali e le leggende legati ad una presunta “casa maledetta”, delle sue parti, Villa Cerri, su cui si sono molto dilungati anche i giornali. Di questi angosciosi segreti Paola sarebbe stata anche direttamente testimone. Niente di più facile, visto che la sua stessa nascita – come racconta – è avvenuta in circostanze che sconfinano nell’esoterico…

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Paola Mizar Paini

La biografia di una persona, proprio per sua natura può essere meno fedele alla realtà e presentarsi dunque più o meno romanzata e, perciò sono in dubbio se raccontare di una vita ricca e avventurosa o limitarmi a raccontare qualche dettaglio insignificante, come ad esempio il fatto che a Marcignago, il 28 novembre, (l’anno nemmeno sotto tortura) quando nacqui, non emisi nemmeno un vagito… forse per non disturbare visto che la mia mamma fece molta fatica a partorirmi. Respiravo così piano, ma così piano che la levatrice (a quei tempi si partoriva in casa) pensò fossi morta. Ma morta morta! Così mi misero in un angolo del letto, avvolta in un lenzuolino e per un po' si dimenticarono di me. Come si accorsero dell’errore? Ebbene, ci sarebbe un proseguo, ma quella è un’altra storia. Mi definisco una vecchia ragazza perché non ho mai smesso di scoprire cose nuove, soprattutto su me stessa. Sono mamma di tre figli: due maschi e una femmina e ho tre nipoti. Vivo ad Alagna, in provincia di Pavia e lavoro come assistente al traffico per Milanoserravalle. E questo è tutto quello che riguarda la mia interessantissima vita privata. Sono da sempre lettrice per bisogno, e scrittrice…per caso grazie all’incontro fortuito con Carlo Frilli, il mio editore, che non smetterò mai di ringraziare per aver creduto in me come autrice. Con la casa Editrice F.lli Frilli Editori ho pubblicato nel 2017 il noir: Angeli Innocenti. Nel 2018 il noir: La Casa delle ombre, premiato con la “menzione speciale” al premio nazionale “La Provincia in Giallo”. Nel 2018 un’antologia di racconti dal titolo: Dieci storie a mezzanotte. Nel 2020 ho scritto a quattro mani, con l’autore Pieremilio Castoldi, il thriller: Emily.Cronache dal passato, e molti dei miei racconti sono stati inseriti in varie antologie. Mi appassiona tutto ciò che è misterioso, adottando nuovi punti di vista su fatti che accadono intorno a noi a cui non riusciamo a trovare una spiegazione. Tengo a precisare che sono concreta e obbiettiva, ma una cosa non esclude l’altra. Amo molto visitare luoghi abbandonati, i cosidetti “paesi fantasma” e adoro le leggende perché contengono spesso l’origine di una vicenda, o più spesso la separazione tra fantasia, un rifugio indispensabile e perfetto per sopravvivere, e realtà, minacciosa e intrusiva. Miti, leggende, fiabe. Come poter sopravvivere senza esse?

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