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1955 – La 24 Ore di Le Mans. Quando la morte corre veloce.

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A Le Mans è avvenuta una delle più grandi tragedie mai capitate in un circuito automobilistico.
Non dovrebbe accadere ma è successo, causando un disastro inimmaginabile. E’ una storia di estrema velocità che a un certo punto si ferma e, come in uno scatto fotografico, sulla pellicola si fissa  tutto l’orrore di quella tragica giornata.

BOLIDI SULLE STRADE DI TUTTI I GIORNI
La 24 Ore di Le Mans è una gara molto particolare.
Si corre intorno a una cittadina nel nord della Francia, nella regione della Loira, in giugno salvo eccezioni. Alla partenza le auto, di solito una sessantina, stanno tutte su un lato della corsia. Auto normali, di serie o prototipi costruiti appositamente.  Dall’altra parte i piloti aspettano. Le squadre sono composte da uno o due guidatori ma anche quattro, con cinque piloti di riserva.
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Alle 16,00 di un sabato, sempre salvo eccezioni, al via un pilota per ogni squadra parte di corsa, attraversa la strada, salta sulla sua macchina, accende i motori , ingrana la marcia e parte. Quasi sempre senza allacciare la cintura di sicurezza per non perdere tempo, perché in quella gara il tempo è importante. Le auto percorrono i 13 chilometri del “Circuit de la Sarthe”, fatto di strade normali che nel resto dell’anno rimangono aperte alla circolazione.
Quel giorno ci corrono sopra il più velocemente possibile per 24 ore filate, fermandosi giusto il tempo per il pit-stop o il cambio di pilota.  Alle 16,00 di domenica, chi ha fatto più chilometri ha vinto.
 24 ore, appunto. Un giorno intero.
Ecco perché a Le Mans ogni secondo è così prezioso.
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La gara si è corsa per la prima volta nel 1923, con la vittoria di  due  francesi: 128 giri in pista, 2209 chilometri ad una media di 92 all’ora.
Si va avanti fino al 1939, poi la gara si ferma per cause di forza maggiore: in Europa è scoppiata la seconda guerra mondiale e i tedeschi hanno invaso la Francia.
Quando finisce il conflitto si pensa a ricostruire, e i divertimenti costosi come le corse  vengono accantonati. Si ricomincia solo nel 49: vincono un pilota americano e un pilota inglese su una Ferrari 166 mm affusolata come un siluro e naturalmente rossa: 235 giri, 3178 chilometri a 139 all’ora.
E così via, con la tecnologia che migliora e le auto che ogni anno filano  sempre più veloce.

UN DECOLLO MORTALE
Fino all’11 giugno 1955, quando tutto per un momento si ferma.
Nel pomeriggio di quel giorno,  un minuto prima delle 16,00, i piloti, star delle corse automobilistiche, sono tutti in fila con il casco in testa pronti a saltare nelle macchine e partire.
C’è Juan Manuel Fangio, italoargentino, con alle spalle un record di vittore in Formula 1 poi superato soltanto da Michael Schumacher e Lewis Hamilton. Sono lì tutti pronti a scattare su quei mezzi che sono tra le macchine più veloci del mondo, ora pezzi da collezione: Jaguard Mercedes Benz 300 SL, Porsche, Aston Martin, Maserati, e naturalmente Ferrari con la 121 LM. Attorno a loro e sparsi lungo i 13 chilometri del circuito ci sono più di centomila spettatori, e nei loro occhi, nei loro volti un’attesa spasmodica sta crescendo di minuto in minuto…15,58…15,59…16,00 via!
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Per le prime due ore la gara si gioca tra Jaguar, Ferrari e Mercedes. In testa c’è quasi sempre la Ferrari 121 di Eugenio Castellotti, con dietro la Jaguard di Mike Hawthorn. Fangio, uno dei favoriti, ha avuto qualche problema a partire. Fangio dice sempre di essere parte della macchina e in quel caso è fin troppo vero: gli si impigliano i calzoni nella leva del cambio e perde quei pochi secondi che lo lasciano indietro. Ma Juan Manuel Fangio  non per nulla è uno dei più grandi piloti della storia dell’automobile. Li riprende subito tutti e forma il gruppetto di testa: Hawthorn…Castellotti, Fangio.  Ma la Ferrari ha un guasto, e Castellotti è costretto a fermarsi ai box lasciando gli altri due piloti impegnati in un duello sul filo dei 250 km orari.
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Poi al trentacinquesimo giro succede. Hawthorn, all’altezza dei box,  sta superandoli in velocità, quando si accorge che i suoi tecnici gli fanno segno  di fermarsi per fare il pit-stop: cambio gomme benzina e tutto il resto. Hawthorn rallenta di botto e sterza a destra per infilarsi nei box della Jaguar,  tagliando la strada a Lance Macklin, un pilota inglese alla guida di una Austin. Un siluro non affusolato, ma basso e schiacciato sulla strada che Hawthorn aveva appena superato. Macklin quasi gli si schianta contro, perde il controllo della macchina ma lo riprende e per evitare il tamponamento sterza a sinistra in mezzo alla pista. Dietro di lui sta arrivando  la Mercedes di Levegh, un pilota francese. Cerca di evitarlo e ci riesce…quasi. Senza quel quasi non succederebbe niente di grave, al massimo qualche smadonnata, qualche accidente e maledizioni, le stesse che ai box esplodono con una sfuriata e finiscono in una scazzottata che va sui giornali  con  foto in bianco e nero, per la gioia dei cronisti. Invece quel “quasi” rovina tutto.  La ruota della Mercedes monta dal di dietro sopra l’angolo sinistro dell’Austin, che fa da rampa. La Mercedes  ci vola sopra a 150 all’ora come uno sciatore su un trampolino. È in quel momento che tutto si ferma.
A seguire la gara, sparse lungo il percorso,  ci sono più di 100 mila persone, uomini, bambini e anche donne, tutti appassionati ed eccitati dalla gara, magari a tifare la squadra del proprio paese o ad ammirare una di quelle star del volante, miti della velocità.
A metà degli anni ‘50 le macchine, quel miracolo prodigioso che fa correre gli uomini su quattro ruote,  fanno spalancare gli occhi e la bocca alla gente che si accalca sulle tribune e lungo le curve e i rettilinei del circuito. Quel tipo di gara è ancora nuovo, come tutto il resto. Il circuito passa lungo le case e solo un piccolo terrapieno separa la pista su cui sfrecciano quei bolidi miracolosi dal pubblico in estasi. La norme di sicurezza sono ancora pochissime e un sacco di folla è lì, dietro e addirittura sopra il terrapieno che costeggia il rettilineo. Lì sono i box e poco più avanti la tribuna. Sono lì quando all’improvviso quel tempo che corre velocissimo dentro gli occhi di tutti all’improvviso si ferma.
Noi più di cinquant’anni dopo ne abbiamo testimonianza grazie alle tante macchine da presa. Di quel momento rimangono le immagini, tutte in b/n , che documentano  la tragedia di quel giugno del ’55.
La Mercedes 300 SL di Levegh sta volando come un razzo sopra lo sbarramento. La sua pancia nera  punta dritta su quella gente con la bocca spalancata , non più per il miracolo della velocità ma per l’incubo di quello che sta per accadere.
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Poi il tempo ricomincia a scorrere. Come una bomba la Mercedes si abbatte sulle persone accalcate piombando contro una scala di cemento e praticamente si disintegra, proprio come una bomba.
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 Le ruote e i pezzi della scocca schizzano via a falciare la folla, il cofano va in pezzi e decapita quelli che si trovano sul terrapieno.  Anche il motore si schianta sulla folla. Quello che resta dell’auto rimbalza e vola dentro la tribuna tra la gente seduta e come se non bastasse il serbatoio, ancora pieno di benzina, esplode. La gente urla e scappa da tutta le parti inseguita dalle lingue rosse delle fiamme e dal fumo nerastro, gonfio come una nuvola.
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84 morti e 120 feriti.
84 morti tra cui Levegh,  volato fuori dalla macchina e morto  sul colpo.
84 morti e 120 feriti.
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NELLE CORSE NIENTE FU PIU’ LO STESSO
Il disastro di Le Mans, il più grande incidente automobilistico di tutti i tempi.
La gara non viene interrotta. Per “ragioni di sicurezza” dichiarano gli organizzatori. La corsa viene fatta proseguire per timore che scappando via la gente intasasse le strade e i soccorsi.
Hawthorne e la scuderia Jaguar proseguirono la corsa mentre le Mercedes rimanenti, guidate da Juan Manuel Fangio, Stirling Moss e altri piloti vennero ritirate in segno di rispetto per le vittime.
La 24 Ore di Le Mans del 1955 si conclude con la vittoria di Hawthorne su Jaguar modello D, 307 giri 4130 chilometri alla media di 170 all’ora, ma non importa niente a nessuno.
Le immagini di quel disastro colpiscono l’opinione pubblica di tutto il mondo. L’immagine del fuoco, del fumo nero e della gente che fugge terrorizzata da tutte le parti. I bambini che si perdono, i feriti quasi calpestati. Tutte quelle ambulanze che arrivano a soccorrere le centinaia di persone stese a terra. I lenzuoli bianchi che ne coprono così tanti.
Tutto questo appare sulle prime pagine dei giornali e nei cinegiornali di tutto il pianeta.
Le gare automobilistiche che si devono disputare in quel periodo vengono annullate.
 Addirittura la Svizzera, dopo aver cancellato il gran premio di quella stagione, proibisce qualsiasi gara automobilistica sul suo territorio fino al 2015.
Soprattutto, sono le regole a cambiare introducendo nuove norme di sicurezza più restrittive ma giuste.
Sì separano e allontanano gli spettatori dalla pista, e impostano i box in modo più sensato. Anche le auto cambiano. Cambiano gli abitacoli, cambia il sistema dei soccorsi. Ovviamente questo non impedisce che avvengano incidenti. Ne era avvenuto uno con modalità simili nel 1938 durante la Mille Miglia: una Lancia Aprilia aveva perso il controllo uscendo di strada appena fuori Bologna e falciando gli spettatori:   10 morti e   23 feriti.
Incidenti ne verranno anche dopo, per esempio quello di Roland Ratzenberger  e Ayrton Senna che nello spazio di due giorni, nel 1994, morirono schiantandosi sul  circuito di  Imola durante il gran premio di San Marino.
Ma catastrofici come quello di   Le Mans nel 1955 per fortuna non ce ne saranno più.
Questo disastro ha avuto anche ripercussioni dal lato umano ed esistenziale per chi quella gara l’ha vissuta.
 Hawthorn, che per la sua sterzata improvvisa ha innescato l’incidente, non viene accusato ufficialmente ma si ritiene lui stesso responsabile.
Tre anni dopo si ritira dalle gare,e dopo   sei mesi, mentre in  un giorno di gennaio del 1959  è in giro con la sua Jaguar, perde il controllo e si schianta, ammazzandosi. Troppa velocità? Destino?
Anche Lance Macklin, il pilota della Austin che ha fatto da trampolino alla   Mercedes di Levegh trasformandola in una bomba, poco dopo si ritira.
Mentre sta correndo il Tourist Trophy in irlanda del nord ha un incidente in cui altri due piloti restano uccisi…
Errore, destino o maledizione?

Paola Mizar Paini

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Rino Casazza intervista Paola Mizar Paini

 

Rino Casazza intervista, per Fronte del Blog, Paola Mizar Paini, scrittrice pavese di storie poliziesche (“Angeli Innocenti” e “La casa delle ombre”, Frilli Editore; “Emily, storie dal passato”) calate in atmosfere inquietanti di stampo gotico. Paola ci svela i misteri soprannaturali e le leggende legati ad una presunta “casa maledetta”, delle sue parti, Villa Cerri, su cui si sono molto dilungati anche i giornali. Di questi angosciosi segreti Paola sarebbe stata anche direttamente testimone. Niente di più facile, visto che la sua stessa nascita – come racconta – è avvenuta in circostanze che sconfinano nell’esoterico…

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Paola Mizar Paini

La biografia di una persona, proprio per sua natura può essere meno fedele alla realtà e presentarsi dunque più o meno romanzata e, perciò sono in dubbio se raccontare di una vita ricca e avventurosa o limitarmi a raccontare qualche dettaglio insignificante, come ad esempio il fatto che a Marcignago, il 28 novembre, (l’anno nemmeno sotto tortura) quando nacqui, non emisi nemmeno un vagito… forse per non disturbare visto che la mia mamma fece molta fatica a partorirmi. Respiravo così piano, ma così piano che la levatrice (a quei tempi si partoriva in casa) pensò fossi morta. Ma morta morta! Così mi misero in un angolo del letto, avvolta in un lenzuolino e per un po' si dimenticarono di me. Come si accorsero dell’errore? Ebbene, ci sarebbe un proseguo, ma quella è un’altra storia. Mi definisco una vecchia ragazza perché non ho mai smesso di scoprire cose nuove, soprattutto su me stessa. Sono mamma di tre figli: due maschi e una femmina e ho tre nipoti. Vivo ad Alagna, in provincia di Pavia e lavoro come assistente al traffico per Milanoserravalle. E questo è tutto quello che riguarda la mia interessantissima vita privata. Sono da sempre lettrice per bisogno, e scrittrice…per caso grazie all’incontro fortuito con Carlo Frilli, il mio editore, che non smetterò mai di ringraziare per aver creduto in me come autrice. Con la casa Editrice F.lli Frilli Editori ho pubblicato nel 2017 il noir: Angeli Innocenti. Nel 2018 il noir: La Casa delle ombre, premiato con la “menzione speciale” al premio nazionale “La Provincia in Giallo”. Nel 2018 un’antologia di racconti dal titolo: Dieci storie a mezzanotte. Nel 2020 ho scritto a quattro mani, con l’autore Pieremilio Castoldi, il thriller: Emily.Cronache dal passato, e molti dei miei racconti sono stati inseriti in varie antologie. Mi appassiona tutto ciò che è misterioso, adottando nuovi punti di vista su fatti che accadono intorno a noi a cui non riusciamo a trovare una spiegazione. Tengo a precisare che sono concreta e obbiettiva, ma una cosa non esclude l’altra. Amo molto visitare luoghi abbandonati, i cosidetti “paesi fantasma” e adoro le leggende perché contengono spesso l’origine di una vicenda, o più spesso la separazione tra fantasia, un rifugio indispensabile e perfetto per sopravvivere, e realtà, minacciosa e intrusiva. Miti, leggende, fiabe. Come poter sopravvivere senza esse?

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