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CORSA AL QUIRINALE 30 ANNI DOPO IL 1992

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Corsa al Quirinale. Le inquietanti analogie con il 1992: economia al collasso, vuoto di potere e interessi stranieri

 

Correva l’anno 1992, quello in cui tutto cambiò. Francesco Cossiga si era dimesso anzitempo da Presidente della Repubblica. Il 17 febbraio arrestarono Mario Chiesa e iniziava Tangentopoli. Si respirava rabbia ad ogni angolo di via. Un mese più tardi veniva divulgata una circolare del Sisde a tutti i prefetti che avvertiva di un piano segreto straniero volto a destabilizzare l’Italia, anche con attentati che sarebbero avvenuti tra marzo e luglio.

La divulgarono perché la settimana precedente il primo attentato era già avvenuto: a Palermo avevano ammazzato l’europarlamentare Dc Salvo Lima. La profezia della circolare si sarebbe avverata in maniera chirurgica, con la strage di via D’Amelio del 19 luglio. Ad aprile si andò a votare in un clima surreale e il pentapartito perse voti a pioggia. A maggio si doveva eleggere il nuovo inquilino del Quirinale e dopo una settimana di stallo i voti stavano per convergere tutti sul presidente del consiglio Giulio Andreotti.

Il 22 maggio il lancio anonimo dell’Agenzia Repubblica (nulla a che fare con il quotidiano) predisse altro: «…I partiti cioè, senza una strategia della tensione che piazzi un bel botto esterno – come ai tempi di Moro – a giustificazione di un voto d’emergenza, non potrebbero accettare d’autodelegittimarsi». Il “botto esterno” arrivò in effetti 24 ore più tardi, quando Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta saltarono per aria a Capaci. L’effetto immediato dell’allarme sociale scatenato da Cosa Nostra fu quello di virare subito i voti per il Quirinale da Andreotti ad una figura considerata super partes: il presidente della Camera Oscar Luigi Scalfaro, eletto il 25 maggio. Un mese più tardi Andreotti issava bandiera bianca: gli succedeva il governo di Giuliano Amato, quello della manovra da 93mila miliardi – la più dura della storia della Repubblica – del prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti degli italiani e della nascita dell’Ici, la tassa sulla casa. A settembre, nel famigerato “mercoledì nero”, il finanziere George Soros lanciava il più clamoroso attacco speculativo alla lira, che avrebbe messo in ginocchio la nostra economia, costringendola ad uscire dallo Sme e lanciandola verso un debito pubblico inarrestabile.

Trent’anni più tardi del pentapartito non ci sono tracce che qua e là in alcuni schieramenti, ma quel sistema è scomparso. Il clima appare però infuocato come allora: la maggioranza alle Camere è molto diversa da quella del Paese, il debito pubblico ha superato il 150% del Pil, le tensioni si respirano quotidianamente. A milioni di persone viene impedito di lavorare a causa del super green pass e le maglie dei divieti si fanno sempre più strette, causando una manifestazione dietro l’altra. Quasi 700mila aziende sono a rischio crac e un milione di persone in più sono senza un posto fisso. Abbiamo avuto lockdown come tutta l’Europa occidentale, riportando gli stessi danni all’economia reale, ma siamo gli unici in essa ad aver chiesto prestiti all’Ue e in forma mostruosa: 122,6 miliardi, quasi dieci volte di più di chi ci segue in classifica, ovvero la Romania, ad una distanza siderale di 15 miliardi. Perché? Cosa giustifica questa gigantesca discrasia tra l’Italia e gli altri Paesi occidentali e pure con il blocco centro-orientale? Com’è possibile che la Francia non voglia alcun prestito e che noi necessitiamo di una cifra quasi dieci volte superiore alla Romania, un Paese che peraltro ha una mortalità da Covid molto più alta della nostra, 3119 decessi per milione di abitanti contro i nostri 2351? Non si sa, nessuno sembra domandarselo.

Tutti sono presi dall’odio sociale scatenato tra provax e novax. Lo stesso odio che si respirava nel 1992 in altra direzione, quando le tangenti sbucavano ovunque e le giunte venivano sgominate come gang. Chissà, forse solo fra un decennio cominceremo a capire cosa stia succedendo. Mentre scriviamo, non sappiamo ancora se alla prima votazione sia già stato eletto il nuovo Presidente della Repubblica. A dirla tutta, non ci importa chi finirà al Quirinale, nè che sia un nome super partes. Ci auguriamo soltanto che, in questa interminabile disputa, la strategia della tensione resti solo un ricordo da libri di scuola.

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