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La Grande Infornata e le strane previsioni sul nostro Pil

C’è qualcosa che non torna nelle stime dell’Ocse sulla nostra economia: secondo l’organismo internazionale il Pil dell’Italia crescerà nel 2021 del 4,5% e la disoccupazione scenderà al 9,7% nel 2022, così come riportato dal Sole 24 Ore. Pure il debito, cosa mai accaduta prima, scenderà di oltre due punti, assestandosi al 157,2% nel 2022. E questo per via del fatto che in Italia «la pandemia è stata messa sotto controllo grazie alle misure di contenimento» adottate dal governo. Ma davvero?

Il DDL Zan in una Società a Libertà Limitata

Passi che l’Ocse possa ignorare che le misure di contenimento italiane ci hanno portato, volenti o nolenti, ad avere il 14mo indice di mortalità nel mondo e il secondo tra i Paesi occidentali dopo il Belgio. Però che in questi numeri ci sia aria di fregatura è evidente non solo al comune cittadino che ogni giorno ha a che fare con saracinesche abbassate per sempre e fallimenti a ripetizione, ma anche se si raffrontano tali prospettive con quelle di appena un mese fa di organismi altrettanto autorevoli. Dunque, secondo l’Istat, ad inizio aprile, si erano persi in un anno 945mila posti di lavoro, per ogni classe d’età, 355mila dei quali autonomi e 590mila dipendenti. Non solo: nello stesso periodo il Fondo Monetario Internazionale stimava che il nostro tasso di disoccupazione sarebbe salito fino all’11,6% nel 2022, ovvero il triplo previsto per la Germania. E cioè l’esatto opposto di quanto ci dice oggi l’Ocse. Non diverso, non dissimile, no. L’opposto. Quindi, o queste stime degli organismi internazionali non valgono nulla. Oppure qualcosa non torna.

TOH, AVEVANO RAGIONE I COMPLOTTISTI

 

Di fatto l’Ocse ci invita a puntare sulle riforme della pubblica amministrazione «necessarie per sostenere una maggiore crescita». Ed eccoci al punto. Perchè, nell’interpretazione italiana del suggerimento, ciò significa una cosa sola: assunzioni pubbliche. Una marea di nuove assunzioni «per fare le opere nei tempi previsti dall’Europa, altrimenti non ci darà i soldi» ha fatto sapere il ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta. Tutto per realizzare trecento progetti con i 230 miliardi del Recovery plan: «Serviranno decine di migliaia di ingegneri, informatici, responsabili gestionali». Eh già, saranno indispensabili. Si tratta di figure specializzate solitamente poco interessate allo stipendio pubblico. Stando però alla relazione del Cnel al Parlamento, tra le 20 professioni più richieste dalle amministrazioni ci sono gli esperti in fondi e progetti europei (79%), gli ingegneri progettisti (58%), gli esperti di appalti digitali (44%), gli architetti (38%) e gli esperti di transizione digitale (36%). Si tratta di specializzati tali che, a naso, non verranno per due lire. Per attirarli sarà attivato il Portale unico del reclutamento pubblico, su cui caricare il curriculum. Se già tremiamo all’idea di cosa accadrà, forti delle esperienze dei vari click day mutatisi tutti, o quasi, in crash day, andiamo comunque alla provvisoria conta, fatta da La Stampa: 350 dirigenti alla Ragioneria generale a 50mila euro l’anno per minimo 36 mesi. Altrettanti addetti al ministero dell’Innovazione digitale, 200 alle infrastrutture. La parte grossa è prevista alla giustizia, con 23.350 assunzioni, comprensive di 16.500 laureati in legge. Seguono ministero dell’Interno, Cultura e Transizione ecologica. Quanto ai concorsi, saranno resi più snelli: una prova di selezione e una procedura comparativa. Benissimo. Ma è la punta di un iceberg. Perché, come ha spiegato tempo fa il ministro all’Adnkronos, l’obiettivo è assumere «almeno 150 mila giovani l’anno per ripristinare un minimo di turn over serio, qualitativo e quantitativo». Ogni anno 150mila persone. Gira la testa solo a pensarci.

Talebani d’occidente

 

E c’è chi prevede con la Grande Infornata il rischio di un colpo di coda clientelare. Ma ci pare davvero eccessivo. Una cosa del genere in Italia? Il clientelismo proprio in questo Paese? E da dove proviene questo pessimismo? L’assunzione nel pubblico appare anzi la soluzione più logica al problema. È infatti di ogni evidenza che dopo una pandemia del genere la prima cosa da fare non sia un Ground Zero delle tasse per dare fiato agli imprenditori agonizzanti, ma gonfiare ancora di più la burocrazia per strozzarli definitivamente: perché ovviamente bisognerà pagare i salati emolumenti dei nuovi professionisti di Stato. E il conto bisognerà pure presentarlo a qualcuno.

Dopo quasi un anno e mezzo di lockdown, tacendo di ristori mancati, bonus e prestiti garantiti chiesti indietro, questa è dunque la brillante soluzione che ci prospettano: il rafforzamento del pubblico impiego. Senza ironia, risulta difficile ormai commentare. Eppure a tutti, giornali in primis, sembra star bene così. Non un’obiezione, non una voce contraria. D’altra parte l’Ocse prevede, contro l’impressione (e le statistiche) di chiunque, una crescita esponenziale del nostro Pil. Citofonate a tutti loro quando sbloccheranno i licenziamenti.

(Dal Momento di Cronaca Vera in edicola il 9 giugno 2021)

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