Delitti

I SEGRETI DEL DELITTO DI MINO PECORELLI – VIDEO

Nel corso dell’inchiesta la giornalista ha dovuto vedersela anche con pesanti minacce: un proiettile sul parabrezza dell’auto

L’intervista del giudice Guido Salvini alla giornalista Raffaella Fanelli per il libro “La strage continua – La vera storia dell’omicidio di Mino Pecorelli”, edito da Ponte alle Grazie. Ecco le clamorose rivelazioni del volume sulla morte del giornalista


ROMA- «Hanno scritto che sono fuggito in Sudafrica. E ho sorriso davanti all’en­nesima menzogna che mi vedeva in una bara anonima, se­polto nel cimitero di un Paese che non era il mio. Perché mi è stato fatto anche questo: una giornalista italiana, in un suo falso scoop, ha scritto che sono morto in un incidente, men­tre guidavo una moto lanciata ad alta velocità su una strada di Città del Capo. Non ho mai guidato una moto. E sono vivo. Sono caduto tante volte, ho pianto e mi sono rialzato, schiacciato dalle peggiori nefandezze vomitate sul conto di mio padre. Menzogne arrivate da giornalisti, alcuni dai nomi illustri, al soldo dei servizi segreti e loro stessi ingranaggio di una macchina del fango avviata, nelle ore successive, e forse precedenti, all’omicidio di papà, allo scopo di mettere una pietra tombale anche sulle sue inchieste. Che invece sono ri­maste lì, a urlare. Anche dopo quei quattro proiettili esplosi per mettere a tacere un uomo che aveva fatto del giornali­smo la sua vita. Le inchieste di mio padre, Mino Pecorelli, sono negli archivi di un Paese che ancora cerca la verità sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro. Eppure basterebbe leggere le pagine di OP, gli articoli del giornalista infangato, per capire che non sono state solo le Brigate Rosse ad agire. La verità è che non ho mai elaborato la morte del giorna­lista Mino Pecorelli, di mio padre. Perché per elaborare un lutto deve essere tutto chiaro. Ma io e mio fratello Andrea non abbiamo mai saputo chi sparò né il perché. E quando non sai la verità niente è chiaro. Per me ci sono stati lunghi periodi di depressione. Di pianto. Non riuscivo a fare niente, neanche alzarmi dal letto, non riuscivo a fare le cose normali. Non capivo nemmeno più cosa fosse la normalità. Schiacciato dall’indignazione e dalla rabbia per quanto subito da mio padre, un uomo che adoravo, che è stato prima ucciso e poi costretto a rimanere imprigionato in un limbo di intrighi e ve­rità mai svelate. Un uomo che solo oggi, dopo quarant’anni, e grazie al lavoro di Raffaella, ha trovato la solidarietà dei suoi colleghi, con la Federazione Nazionale della Stampa Italiana costituita parte offesa in questa nuova inchiesta». Sono le parole di Stefano Pecorelli, uno dei figli del giornalista Mino Pecorelli, ammazzato con quattro colpi di pistola cali­bro 7.65 la sera del 20 marzo 1979. E compaiono nella posfazione al nuovo libro di Raffaella Fanelli, La strage continua. La vera storia dell’omicidio di Mino Pecorelli, edito da Ponte alle Grazie.

Ecco cosa racconta il giudice Guido Salvini alla giornalista Raffaella Fanelli per il libro La strage continua – La vera storia dell’omicidio di Mino Pecorelli, edito da Ponte alle Grazie: “La pistola usata per uccidere Pecorelli? Vinciguerra mi disse che…”

L’INCHIESTA

Un’inchiesta durata anni e che diventa un libro sui segreti della Repubblica dopo che la stessa Fanelli ha fatto riaprire le indagini sulla morte del giornalista ritrovando un vecchio verbale: un verbale inerente una pistola, quella che potrebbe essere stata usata nell’agguato. Una storia dove i misteri abbondano, a partire dai reperti risultati manomessi (i bossoli sigillati in tribunale risultarono sostituiti) e si allungano sulle stragi e sugli anni di piombo. Il direttore di OP – straordinario giornalista d’inchiesta che qui viene totalmente ripulito dalle ombre che per decenni gli avevano ingiustamente affibiato -, sapeva tutto di tutti: il passato di Licio Gelli, l’esistenza del Noto Servizio. Indagava su piazza Fontana e conosceva le lettere di Aldo Moro scritte dalla prigionia: Fanelli si dedica ad una vera e propria esegesi degli articoli di Pecorelli, dandone il senso di un segugio senza pari. Ma non si limita a questo: è andata a sentire quasi tutti i personaggi rimasti in vita di quel periodo e che potevano interessare l’inchiesta: da Vincenzo Vinciguerra ad Adriano Tilgher, dal generale Gianadelio Maletti a Francesco Pazienza, da Alberto Franceschini al giudice Tamburino. E ancora generali e periti balistici. Fino a Licio Gelli, che la cronista sentì prima che morisse. E a Maurizio Abbatino, il boss della banda della Magliana cui aveva già dedicato il libro intervista La verità del Freddo (Chiarelettere).

Maurizio Abbatino: “Io, l’arsenale al ministero e il delitto Pecorelli” – VIDEO

 

LE MINACCE

Mentre svolgeva la sua indagine giornalistica, un giorno Fanelli si trovò un proiettile sulla macchina. Ma fece sapere che era arrivata nella redazione del sito in cui lavorava. Ed è proprio Abbatino a dirle, come si riporta nel volume: «Ho letto delle minacce. Del proiettile. Non è arrivato in redazione, ma a casa tua. Era sulla tua macchina. In una bu­sta chiusa con punti metallici. Non sigillata. Mi sembrava di essere stato chiaro: Pecorelli è una storia che non devi raccontare».

Il delitto Pecorelli

Due parole su questo sito blank

Articoli correlati

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to top button