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LA LEGGENDA DELLA SFORTUNA DEL GATTO NERO

Sta calando la notte di una calda sera del 13 giugno 1233. Nelle Stanze Vaticane tutto tace, ma nello studiolo di papa Gregorio IX brilla ancora una lucerna. Scrive, il papa, la fronte accigliata, chino sul tavolo intarsiato di pietre dure, dono degli orafi fiorentini. Scrive, e i fogli si ammucchiano, fogli su fogli…
Invano il segretario ha bussato più volte dicendo in tono sommesso: «È tardi, Santità».
Il papa tace. Forse non ode nemmeno. La bolla che sta stilando è urgente, deve arrivare al più presto all’arcivescovo di Magonza, al vescovo di Hildesheim, e soprattutto al grande inquisitore Corrado di Marpurgo. Presto, così sarà letta da ogni pulpito in ogni città. L’orologio rintocca la mezzanotte.
– Vai – dice il papa al segretario – e che sia inoltrata al più presto! Questi la guarda, allibisce.
– Ma Santità… – mormora.
– È necessario – risponde Gregorio. Da quel momento sarà la fine per i gatti neri. E non solo per loro.
Questa la ricostruzione – ovviamente romanzata – di Marina Alberghini, in All’ombra del gatto nero (Mursia), dell’atto formale pontificio, che assume il carattere di un’autentica dichiarazione di guerra da parte di Santa Romana Chiesa, nei confronti di tutti i felini della cristianità. Nel 1233, papa Gregorio stila appunto una bolla, la Vox in Rama, che apre ufficialmente la caccia alle streghe e ai gatti neri e, per estensione, a tutti i gatti. Ha una bella fantasia, il papa e mostra inoltre una perfetta conoscenza di varie perversioni, visto che le descrive con gran dovizia di particolari, parlando delle sette sataniche e dei loro riti. Qui basti ricordare che il gatto compare almeno due volte come incarnazione del demonio e facendo ricorso a una serie eloquente di simbologie che ne fanno un’impudica creatura del Maligno. Il felino è nero perché il colore rappresenta il cielo notturno sacro a Iside ed è il colore infernale. Inoltre è grosso come un cane, con marcati attributi sessuali. In realtà, il papa non intende che i gatti, in quanto specie zoologica, siano l’incarnazione del diavolo, ma che Satanasso li sceglie perché preferisce incarnarsi in essi. Come nota Alberghini, San Bartolomeo chiama il gatto captor, predatore di topi e il diavolo ne assume le forme come predatore di anime. Scrive ancora Alberghini: «La loro condanna (dei gatti nda) quali incarnazioni di Satana sarà senza appello, spietata, e darà il via a un massacro e a uno sterminio di più di otto milioni di gatti e che continuerà in modo barbaro e spietato fino all’inizio dell’Ottocento e sopravvive in parte anche oggi, permanendo, nei Paesi cattolici e mediterranei, una diffidenza superstiziosa contro i gatti neri, cosa che non è nel Nord Europa, dove invece sono considerati portafortuna».
Ecco, dietro Il gatto nero di Edgar Allan Poe, certo il più famoso in letteratura, ci sono una lunga storia di persecuzione e la lucidità visionaria di uno scrittore, per Giorgio Manganelli capace di «governare creazioni, cioè cose che esistono dove, prima, non esisteva nulla».Poe, insomma, ha capito che la vocazione della letteratura è la visione, se si preferisce, la mistificazione. La quale, sempre con Manganelli, presuppone una «disordinata chiarezza intellettuale, una ferma volontà d’ingannare il lettore, di adescarlo, di irretirlo, di costringerlo a lasciarsi ingannare come atto di suprema saggezza».
Mistificazione come «via regia» alla visione, al «mare tenebrarum», cui «non si perviene per ebbrezza, ma per fermo e calcolato progetto, giacché solo chi sa dove sono quelle tenebre può osare di affrontarne l’itinerario e sopravvivere». Così il gatto nero diventa la personificazione del male, sebbene sia, di per sé, una bestia docilissima, a lungo «animale preferito e compagno di giuochi» del protagonista. Anche nel nome, Pluto, egli evoca gli Inferi, mentre la moglie del proprietario, «che in cuor suo non era scevra di una certa punta di superstizione, (pur non esprimendosi mai seriamente su questo punto) faceva frequenti allusioni all’antica credenza popolare secondo la quale tutti i gatti neri siano streghe travestite».
Insomma, Poe dissemina la storia di indizi, che lasciano presagire qualcosa di tragico. Che puntualmente accade. Il demone della «perversità» (che dà il titolo anche a un altro, breve e intensissimo racconto di Poe) – così tutti i traduttori – si impadronisce dell’uomo, «costringendolo» ad azioni sempre più turpi. Una di queste consiste nel cavare un occhio dall’orbita del povero felino, riproponendo qui una tortura «classica» della Santa Inquisizione, che veniva praticata con studiata lentezza, allo scopo di osservare l’eventuale manifestarsi di Satanasso al di fuori delle spoglie mortali del gatto o della strega. Dal che si desume come perfino la sfrenata (e malata) fantasia di Poe sia a volte inferiore alla realtà…
Non scriviamo come va a finire, per chi non avesse letto il racconto e decidesse di colmare la lacuna. Basti, qui, dire che Pluto è la Nemesi di tanti gatti ingiustamente maltrattati…

(Tratto da Gatti di Carta, di Felice Modica, edito da Il Giornale e in ebook su tutti gli store da Algama)

 

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