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L’attacco terroristico dell’11 settembre 2001: tutta una messinscena? (Terza e ultima parte)

La terza e ultima parte dell’inchiesta di Rino Casazza sull’attentato dell’11 settembre: dalla strana storia dell’aereo invisibile all’aereo svanito. Troppe cose ancora non tornano a 18 anni dai fatti. Perché?

 

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L’AEREO INVISIBILE

Moltissime immagini mostrano due aerei schiantarsi a distanza di pochi minuti  contro le “Twin Towers” l’11 settembre 2001.

Sulla tipologia dei velivoli, al di là dei dubbi, di cui abbiamo parlato, su un’effettiva presenza umana a bordo, si è aperto un vivace dibattito.

A detta di taluni, confrontando le proporzioni degli aerei con con quelle degli altri oggetti che appaiono nei filmati, essi mostrano dimensioni più ridotte rispetto a quelle che dovrebbero avere se appartenessero al modello di “jumbo jet” ( “boeing 757”)  dichiarato nella versione ufficiale.

Una tesi poi rivelatasi priva di conferme.

En passant ricordo che, secondo un’interpretazione complottista più radicale, le esplosioni nei due edifici sarebbero dovute solo a bombe, e gli artefici della cospirazione avrebbero ritoccato digitalmente i filmati aggiungendo la  spettacolare traiettoria suicida di due aerei.

Anche questa teoria manca di riscontri.

Parecchi indicano come sospetta la disintegrazione dei due velivoli nello scoppio generato dall’impatto contro le Twin Towers.

Tuttavia, non fu una vera e propria disintegrazione.

Esistono foto di relitti, trovati tra le macerie intorno all’area di crollo degli edifici, il c.d. “Ground zero”, compatibili con boeing di classe 757. Alcune mostre commemorative sull’attentato hanno esposto al pubblico i relitti in questione.

Un’evidenza altrettanto certa, e tracce altrettanto inequivocabili mancano per l’aereo che colpì il Pentagono.

La tesi complottista vuole che a schiantarsi contro l'”edificio più protetto al mondo”, come viene definita la sede del “Dipartimento della difesa” statunitense, non fu un gigantesco Boeing 757 ma, al massimo, un caccia militare, anche se non viene scartata l’ipotesi che a colpire il supremo comando militare statunitense sia stato addirittura un missile “amico”.

Teoria inquietante, degna di un’ardita spy story.

La alimentano due circostanze.

Innanzitutto, viene spontaneo pensare che una minaccia proveniente dal cielo e diretta sul Pentagono avrebbe dovuto essere neutralizzata dal fuoco di contraerea.

Emerge invece che, incredibilmente, non esistevano al tempo postazioni fisse di contraerea a protezione del Dipartimento della Difesa.

L’unica possibilità per abbattere in volo il Boeing suicida sarebbe stato ricorrere ad armamenti mobili a puntamento umano, inefficaci per l’alta velocità di avvicinamento al bersaglio da parte dell’aereo.

Il secondo motivo di perplessità è ancora più serio.

Riguarda la riluttanza del governo statunitense a divulgare immagini, riprese da qualcuna delle numerose  telecamere, militari e private, in funzione nell’area intensamente videosorvegliata attorno all’edificio, che mostrino inequivocabilmente la folle corsa del Boeing 757 contro il Pentagono.

Per quanto ragioni di sicurezza possano giustificare questa riservatezza, il sospetto rimane.

Sono unicamente disponibili tre brevi filmati di telecamere di vigilanza, di cattiva qualità. Pur non in  contraddizione con la versione ufficiale, non mostrano alcuna chiara immagine del velivolo suicida.

L’aereo di linea schiantatosi contro il Pentagono rimane così un “fantasma” che solo  i testimoni sul posto hanno potuto vedere.

I testimoni, appunto.

In quella zona abitata, a quell’ora del mattino, si trovavano numerosissimi osservatori casuali del disastro.

Le televisioni ne hanno intervistati molti nell’immediatezza dell’evento.

Nel suo documentario Mazzucco riporta testimonianze di persone che sostengono di aver visto qualcosa che somigliava più a un jet che a un aereo di linea. Trattandosi di impressioni, non si può attribuirgli particolare credito.

È invece di rilievo che ad oggi nessun testimone si sia fatto avanti sostenendo esplicitamente ed inequivocabilmente di aver visto precipitare sul Pentagono un caccia militare, o un missile.

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Peraltro, si conoscono nomi e cognomi di equipaggio e passeggeri del boeing “fantasma”, tutti periti nello schianto.

Qualora quel volo non si sia mai abbattuto sul Dipartimento della Difesa, deve trattarsi di false identità, oppure di complici del complotto. Complicità che deve estendersi ai loro famigliari e conoscenti.

Veniamo all’unica documentazione del disastro: le foto, che hanno fatto il giro del mondo, scattate subito lo schianto del Boeing ( o cos’altro…)

Queste immagini hanno scatenato una accanita diatriba tra complottisti e debunkers.

I primi si appellano alla mancanza, a loro dire inspiegabile, di tracce evidenti del passaggio, e soprattutto di relitti di un aereo così imponente e di così grande apertura alare.

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I secondi replicano, con minuziose spiegazioni, che lo squarcio aperto nella struttura dell’edificio, e i conseguenti danni collaterali, sono invece compatibili con le dimensioni di un Boeing 757.  Ciò vale anche per i segni della sua corsa prima dello schianto, per esempio la tranciatura di alcuni pali della luce sulla traiettoria del punto d’impatto.

Sottile e molto tecnica la dimostrazione che alcune grandi bobine di cavo  non avrebbero dovuto essere essere scagliate via dall’arrivo dell’aereo, come sostengono i complottisti, e neanche smosse più di quanto appaia nelle foto.

Quanto alla mancanza di relitti, alcune immagini mostrano sul posto pezzi, per quanto piccoli, riconducibili ad un aereo dell’American Aerline.

La maggior durezza e resistenza del muro perimetrale del Pentagono spiegherebbe perché l’aereo kamikaze si sia sbriciolato molto più di quelli che hanno colpito le Twin Towers.

Da ultimo, c’è il dubbio su come un pilota inesperto come il dirottatore alla guida, successivamente identificato, avrebbe potuto eseguire una manovra, difficilissima anche per un pilota provetto, che comportava  una stretta virata e poi l’avvicinamento al bersaglio con una traiettoria vicina al suolo.

A tal riguardo, risulta una traccia dell’aereo suicida con virata molto più morbida ed è ipotizzabile una traiettoria di avvicinamento al bersaglio meno parallela al suolo e più inclinata di quanto ritengano i complottisti.

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L’AEREO SVANITO

Molti avranno visto, qualche anno dopo l’attentato, il  bel film “United 93” ispirato alla versione ufficiale sulla sorte del quarto aereo kamikaze dirottato l’11 settembre, precipitato, a causa dell’eroica rivolta dei passeggeri, nelle campagne della Pennsylvania.

Nel successivo capitolo ci soffermeremo sulla fonte, anch’essa contestata dai  complottisti, che ha aiutato la ricostruzione dell’evento: le conversazioni al telefono dei passeggeri coi loro familiari effettuate di nascosto ai dirottatori.

Per il momento ci concentreremo sui misteri che circondano l’impatto al suolo dell’aereo e il successivo recupero dei resti.

Le drammatiche telefonate delle vittime e i dati della “scatola nera”, ritrovata seppellita sottoterra nel punto di caduta, indicano che, nel giro di pochi minuti l’aereo, intorno alle 10 del mattino, incomincia a sbandare per la perdita di controllo dovuta alla lotta tra dirottatori e passeggeri, sinché precipita a folle velocità verso il suolo.

Nel film citato, ciò viene attribuito al fanatismo autodistruttivo del commando terrorista che a un certo punto, piuttosto che arrendersi al fallimento dell’impresa, preferisce trascinare con sé nella morte tutto l’equipaggio.

Numerosi testimoni dichiarano di aver visto l’impressionante caduta dell’aereoplano e l’abitante di una casa vicina, richiamato dall’esplosione, è riuscito a immortalare in una foto il punto d’impatto.

Quest’immagine ha dato l’avvio alle interpretazioni dietrologiche.

Essa infatti ritrae un fungo di fumo nero, sinistramente simile a quello, conosciutissimo, di Hiroshima, tipico dell’esplosione di una bomba, e non la più sottile colonna che caratterizza, di solito, il violento atterraggio di un aereo.

Per molto tempo si è pensato che  i caccia militari, finalmente intervenuti, avessero colpito con un missile il velivolo, e la U.S. Air Force stesse tentando di nascondere all’opinione pubblica questa drammatica e draconiana scelta, costata la vita a decine di  innocenti cittadini a bordo dell’aereo.

Successivi approfondimenti hanno rivelato una realtà altrettanto imbarazzante: gli intercettori militari nemmeno in questo caso erano riusciti ad avvicinarsi  al quarto aereo dirottato ad una distanza sufficiente per abbatterlo.

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Così è fiorita l’idea complottistica: nelle campagne della Pennsylvania nessun boeing 757 di linea sarebbe mai precipitato, ma fu fatta esplodere una bomba a terra per simulare l’impatto.

Accesissimi i botta e risposta tra complottisti e debunker sul punto.

Per la verità, la forma del fumo levatosi dai relitti non dice molto.

L’aereo, per la traiettoria e la velocità  di caduta, si è comportato più come una vera e propria bomba diretta al suolo che come un velivolo in atterraggio di emergenza.

Più inquietanti le osservazioni sul punto d’impatto come ritratto nelle foto disponibili.

Riguardo alla grandezza della buca dello schianto, e la sua compatibilità, o meno, con le dimensioni di un Boeing 757, ci troviamo, come al solito, di fronte a calcoli divergenti tra complottisti e debunker, cosicché non resta che rimettersi a quanto sostenuto dai soccorritori e recepito e confermato nelle numerose perizie ufficiali.

Ciò che lascia più perplessi, è che le foto pubbliche ci restituiscono l’immagine di una fossa bruciacchiata e nient’altro.

Molti degli testimoni accorsi  sostengono di non aver visto lì alcun relitto di aereo.

I resti dello schianto sarebbero insolitamente  pochi e minuscoli.

Che fine avrebbe fatto, allora, il mastodontico volo “Aerline 93” , con tutti i suoi passeggeri, l’equipaggio e il commando suicida di Al Qaeda?

Secondo un’ipotesi mai confermata, l’aereoplano sarebbe atterrato all’aeroporto di Creveland in Ohio, dove in effetti in quel frangente avrebbero accolto un velivolo somigliante di cui non era previsto l’arrivo.

Comunque,  rimane la possibilità che il volo “Airline 93”, mentre veniva rappresentata la messinscena della sua caduta nelle campagne della Pennsylvania, si sia allontanato verso altra sconosciuta  destinazione.

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Se fosse vero che lo schianto e la buca sono conseguenza di una bomba, i misteriosi mistificatori, facendo trovare sul posto poco e nulla dell’aereo, avrebbero dato prova di una certa sprovvedutezza.

La versione  ufficiale parla di impatto così violento al suolo che la maggior parte del velivolo si sarebbe disintegrata penetrando nel terreno, come dimostra che, per ritrovarne i resti sminuzzati, si è dovuto scavare in profondità.

Per quanto sorprendente, questa spiegazione viene considerata scientificamente attendibile.

Il pezzo più grosso rinvenuto, una parte del motore, si trovava a qualche centinaio di metri dal punto d’impatto, coerentemente con il fatto che possa essersi staccato nella discesa.

La scomparsa dei corpi delle vittime ha, nella versione ufficiale, una spiegazione, anch’essa scientificamente accreditata, degna di un film horror.

I cadaveri, evaporati nella violentissima esplosione, si sono sparsi sul fogliame della vegetazione circostante sotto forma di sottile, impercettibile pellicola.

Questa raccapricciante poltiglia ha consentito agli esperti di ricostruire il dna delle vittime.

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TELEFONATE IMPOSSIBILI

Abbiamo già accennato alle conversazioni al cellulare intercorse ( 45 in tutto e 37 solo dal volo Airline 93) tra le vittime dei dirottamenti e i parenti o altre persone a terra.

Inizialmente, queste telefonate hanno costituito uno dei maggiori atout a favore dei complottisti, in quanto l’altitudine a cui viaggiavano gli aerei al momento in cui sono state effettuate non consente un collegamento con la rete cellulare terrestre.

Donde l’inevitabile illazione che quelle telefonate fossero finte.

Si consideri che le 37 provenienti dal quarto aereo, precipitato in Pennsylvania, ci dicono quasi tutto quanto sappiamo sulla dinamica dei dirottamenti, compreso l’uso di “taglierini” da parte del commando per tenere a bada equipaggio e passeggeri, e la minaccia di fare esplodere una presunta bomba contenuta in uno zaino in caso di ribellione.

Successivamente, si è accertato che le telefonate incriminate non sono partite da normali cellulari, ma da “airphone”, apparecchi in dotazione sugli aerei che utilizzano un sistema di collegamento dedicato, e che servono, appunto, a consentire comunicazioni con la Terra in casi di emergenza in cui i velivoli volino troppo in alto.

Va da sé che questo non esclude che le telefonate dagli aerei dirottati l’11 settembre, nell’ipotesi che qualcuno o tutti  non si si siano in realtà mai sfracellati, siano comunque finte.

(fine)

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Rino Casazza

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Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Ha pubblicato diversi thriller, tra cui "La logica del Burattinaio", scritto con Daniele Cambiaso ed edito da Algama, ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli. Specializzato sui romanzi apocrifi sugli investigatori più noti di sempre, il suo ultimo giallo è "Sherlock Holmes, Padre Brown e l'ombra di Dracula"

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