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Robert Gallo: “Mortalità da coronavirus più alta in Italia che in Cina”. Chiudete tutto!

Cronaca di 40 giorni folli e tragici di coronavirus

L’uomo che scoprì l’hiv è categorico: “Avete un’epidemia diversa dalla Cina, con una mortalità che è più alta: si dovrà verificare come mai”. Non aspettate il Governo. Barricatevi in casa.

 

All’inizio ridevano. Rassicuravano. Dicevano che erano «pronti da mesi all’emergenza» coronavirus. Il 31 gennaio il Governo stanziò 5 milioni di euro. Cinque milioni. Scrivo al passato remoto, ma era quaranta giorni fa. È evidente che non avessero la benchè minima idea di cosa sia un’emergenza sanitaria. A chi chiedeva controlli alle frontiere, fossero politici o virologi, davano del fascista. Si facevano i selfie ai ristoranti cinesi contro il razzismo, un’idiozia dietro l’altra.

Poi arrivò Codogno, venti giorni fa, venerdì. La domenica c’erano già 3 morti e 149 contagiati. Diedero la colpa all’ospedale, che non aveva seguito i protocolli. Non era vero. Si scoprì che il protocollo all’emergenza non prevedeva nemmeno la mascherina, tanto che qualcuno s’infettò. Di mascherine in vendita non ce n’erano già più. E solo il 23 febbraio iniziarono a renderle obbligatorie, almeno in alcuni ospedali. Intanto presero freneticamente ad ordinarle perché le nostre le avevamo regalate alla Cina la settimana precedente al primo caso.

Cinque giorni più tardi si iniziava a morire a raffica: 29 decessi, oltre mille contagi. Ma, tant’è, c’era discrepanza di dati tra Regioni e Protezione Civile. In tv si dava retta a taluni infettivologi: «è poco più di un’influenza». Una bufala imperdonabile, perché in alcune zone della Lombardia lo vivevano invece sulla pelle ciò che stava accadendo. Quello che succedeva negli ospedali lombardi lo sapeva ogni addetto ai lavori, tanto che la Regione si era già attivata per fare ospedali Covid ovunque e guardava all’ex ospedale militare di Baggio per accogliere i pazienti. Ma lo potevano vedere tutti, giornalisti, cittadini, politici romani, seguendo i tragici bollettini quotidiani. Si vede che non c’era nessuno, perché aspre critiche all’assenza di misure non se ne vedevano.

Decisero comunque un blando stop ai locali, alle 18. E la settimana successiva si sarebbero osservati gli esiti. Quindi, mentre negli ospedali i turni si facevano massacranti e la gente cadeva come mosche, partorirono l’ennesima cazzata: #milanoriparte. Seguito a ruota dalle altre città. E poi «si muore con il coronavirus, non di coronavirus» e «solo in presenza di altre patologie». E «sono anziani, età media 81 anni». Come dire, cazzi loro. Sta bene a tutti per giorni, sembra un Paese di orfani, senza padri, né madri, né nonni.

A Bergamo l’ospedale è stracolmo, l’ondata, chiusa Lodi, colpisce soprattutto qui. In Regione vorrebbero farla zona rossa. Ma il Governo dà il via libera per i tifosi dell’Atalanta a Lecce. Goleada, baci e abbracci. E contagi matematici. Solo dopo l’esecutivo divide l’Italia in 4 fasce, vietando le trasferte e con il virus tenuto a distanza con una fantasia sempre più stupefacente: aprire il bar, ma non più fino alle 18. L’importante è non servire al bancone: «state belli larghi». I mercati restino chiusi solo il sabato e la domenica, il resto della settimana vanno bene: perché si vede che non sono mai stati ad un mercato di paese in vita loro.

Il 2 marzo in Lombardia così si soffoca: 1077 malati, gli ospedali privati sono già coinvolti, si cerca di far laureare prima gli infermieri perché sono a corto e di assumere medici, le terapie intensive sono piene. Zona rossa a parte, Bergamo primeggia per pazienti e inizia la scalata al vertice dei contagi, mentre a Roma l’unico problema sembra essere l’immagine dell’Italia. Luigi Di Maio, ministro degli Esteri che si vantava di aver chiuso i voli alla Cina, sbotta perché ora i voli li chiudono a noi: «Inaccettabile». Così erano pronti all’emergenza. Fra un secolo rideranno. Ma qui si muore. Mancano le terapie intensive, non sanno più come dirlo.

Il Governo, a pochi giorni dall’aver impugnato la chiusura delle scuole da parte della Regione Marche, cambia ancora idea: «chiudiamole tutte». E l’unica cosa che si capisce è che il premier è umorale: prima rassicura, poi va in tutte le tv a lanciare allarmi. Quindi dice che si fa troppo allarmismo. Infine, firma il decreto notturno sulla Lombardia chiusa, con la surreale conferenza stampa praticamente vuota alle 2,30, un decreto demenziale che nessuno capisce e che dovranno interpretare nei giorni successivi un po’ tutti su quando cazzo si può uscire di casa e andare in un negozio. Nel frattempo le bozze del decreto erano uscite, e migliaia di persone si sono riversate al sud. Mentre in Iran, non propio la patria del diritto e un Paese meno emergenziale del nostro, vengono liberati 70mila detenuti, da noi la soluzione è vietare i colloqui: scoppiano le rivolte in tutte le carceri e ci scappano altri dieci morti.

Poi, 24 ore più tardi, nuova mossa: «Italia zona protetta». Ma con l’autocertificazione. Siamo al grottesco, una tragedia che somiglia ad una farsa, l’orchestra del Titanic diretta da Fantozzi. Però non in Lombardia. Qui è una tragedia orrenda. Si arriva a selezionare chi sopravvive: un medico di Bergamo confida infatti al Corriere della Sera che ormai devono scegliere chi intubare e salvare, perché non ce n’è per tutti. Dice in sostanza che il diritto costituzionale alla salute non può più essere garantito in Lombardia perché mancano i mezzi. Questo è inaccettabile, non i voli chiusi. Ma non si hanno notizie dal ministro della salute. Non lo si vede più. E non c’è un dannato giurista, di quelli che solitamente ci propinano per mettere i puntini sulle “i” sulle più inutili minchiate, che si alzi in piedi e dica che non è possibile. Che non siamo in guerra. E che se ciò avviene perché mancano gli strumenti, è lo Stato che deve farsene carico seduta stante.

Chissà, forse però qualcuno suggerisce. Perché finalmente lo Stato questo carico se lo fa: il 9 marzo compra 4mila ventilatori polmonari. Il 9 marzo! C’è voluta una gara d’appalto negoziata della Consip, scrivono, di «appena 5 giorni». Cioè hanno fermato l’Italia in una notte, ma per comprare gli apparecchi salvavita che servivano da almeno due settimane, com’era evidente a chiunque con la catena di morti in Lombardia e gli ospedali che esplodevano, hanno dovuto fare una gara d’appalto negoziata. Il 9 marzo e dopo 333 decessi. Ma in «appena 5 giorni». Appena. I primi arriveranno fra 48 ore. Per gli ultimi 2713 ventilatori la consegna è prevista tra 16 e 45 giorni. Quarantacinque. Un mese e mezzo. Pensa che culo.

Qui la devastazione prosegue, i morti al 10 marzo in Lombardia sono l’8% dei contagiati. Non l’1%, non il 2%, meno che mai quelli dell’influenza, una scemenza raccontata per settimane. E certo, sono conti fatti da noi, tutti i giorni con la calcolatrice dal 23 febbraio: tot contagiati, tot morti. Non siamo mica noi gli esperti, ovviamente. Ma sono comunque morti e tutti con il coronavirus. E solo in Italia sono così tanti per numero di contagiati. Dicono: li abbiamo cercati meglio, abbiamo fatto più tamponi, gli altri nascondono i dati. Ma non significa nulla. I contagiati sono quelli. E i morti pure. Dovrebbe bastare. La Lombardia, giunta a 5791 contagi e 468 deceduti, non sa più dove mettere gli uni e gli altri e implora dunque la zona rossa come a Codogno (dove ieri per la prima volta non si sono registrate positività), ma il Governo ci deve pensare. Deve fare i conti. Capire, meditare, ponderare, riflettere. Attilio Fontana dice che forse a Roma non hanno ancora compreso la gravità del problema. Ma vah?

Urgerebbe il parere di un virologo di polso per dirimere rapidamente la questione. Solo che al tavolo del Governo, si scopre, un virologo non c’è mai stato. Lo si apprende dall’Adnkronos, dal presidente della società italiana di virologia Arnaldo Caruso: «I virologi non sono così tanti. Sono pochi e molto validi. Gli altri sono pseudoscienziati o pseudovirologi. I virologi attualmente non siedono al tavolo del governo». Cioè, stiamo affrontando il più devastante virus che da mezzo secolo a questa parte abbia colpito l’Italia e nel comitato scientifico del Governo non c’è lo straccio di un virologo? Ma cos’è, Paperopoli? Ma quante migliaia di morti bisogna avere prima che ne prendano uno?

Perché cosa sia questo coronavirus, ad essere sinceri, nessuno lo sa davvero. Nessuno. Si sa solo che va arginato. E non lo dico io. Lo dice Robert Gallo, l’uomo che scoprì l’hiv, oggi direttore dell’Institute of Human Virology presso la University of Maryland, non esattamente l’ultimo degli scemi, che spiega testualmente all’Adnkronos: «Guardiamo con interesse la risposta del vostro Paese perché avete un’epidemia diversa dalla Cina, con una mortalità che è più alta: si dovrà verificare come mai»­.

È chiaro?
Epidemia diversa dalla Cina.
Mortalità più alta in Italia (e in Lombardia molto più alta, aggiungiamo).
E non si sa perché.
Non si sa. Andrà verificato. Lo sostiene Robert Gallo. Fine delle fesserie sull’età, le patologie, le morti con il coronavirus e non di coronavirus. E allora, non aspettate oltre. Non attendete ancora il Governo. Chiudete tutto. Barricatevi in casa per 15 giorni. Salviamoci da soli. Ci sarà tempo perchè questa gente risponda di tutti i nostri morti.

Edoardo Montolli

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Edoardo Montolli

Edoardo Montolli, giornalista, è autore di diversi libri inchiesta molto discussi. Due li ha dedicati alla strage di Erba: Il grande abbaglio e L’enigma di Erba. Ne Il caso Genchi (Aliberti, 2009), tuttora spesso al centro delle cronache, ha raccontato diversi retroscena su casi politici e giudiziari degli ultimi vent'anni. Dal 1991 ha lavorato con decine di testate giornalistiche. Alla fine degli anni ’90 si occupa di realtà borderline per il mensile Maxim, di cui diviene inviato fino a quando Andrea Monti lo chiama come consulente per la cronaca nera a News Settimanale. Dalla fine del 2006 alla primavera 2012 dirige la collana di libri inchiesta Yahoopolis dell’editore Aliberti, portandolo alla ribalta nazionale con diversi titoli che scalano le classifiche, da I misteri dell’agenda rossa, di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti a Michael Jackson- troppo per una vita sola di Paolo Giovanazzi, o che vincono prestigiosi premi, come il Rosario Livatino per O mia bella madu’ndrina di Felice Manti e Antonino Monteleone. Ha pubblicato tre thriller, considerati tra i più neri dalla critica; Il Boia (Hobby & Work 2005/ Giallo Mondadori 2008), La ferocia del coniglio (Hobby & Work, 2007) e L’illusionista (Aliberti, 2010). Il suo ultimo libro è I diari di Falcone (Chiarelettere, 2018)

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