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A chi giova davvero il caso di Ilaria Salis

Ilaria Salis, la maestra milanese anarchica detenuta in Ungheria dal febbraio dello scorso anno, sarà candidata alle Europee con Alleanza Verdi e Sinistra. Se fosse eletta, potrebbe essere rilasciata grazie all’immunità. La donna è accusata di aver aggredito alcuni manifestanti di estrema destra. Il caso, com’è noto, scoppiò a gennaio e, da allora, lei è diventata una sorta di simbolo contro l’arroganza del potere.

Si disse che nessuno le aveva tradotto gli atti del processo e che dunque non aveva potuto produrre una memoria, fatto cui va certamente posto immediato rimedio. Ma il vero scandalo fu considerato l’averla vista trascinare in tribunale con le manette ai polsi e alle caviglie, legate fra loro e ad un guinzaglio tenuto dalle guardie penitenziarie in abbigliamento antisommossa e mephisto. L’Italia convocò l’ambasciatore di Budapest e su tutti i media ne venne amplificata la vicenda per le condizioni detentive in cui versa. Qualcosa, però, nel baccano che ne seguì, evidentemente non torna.

Anzitutto i ceppi vengono tolti in Italia solo perchè i detenuti finiscono in una gabbia. In altri Paesi dove la gabbia non c’è, come gli Stati Uniti, sono la norma. In secondo luogo ci sono oltre duemila detenuti italiani all’estero, metà dei quali in attesa di giudizio e in condizioni detentive orrende, sui quali nessuno dice niente: non si convocano ambasciatori e non ci sono prime pagine dedicate al caso. E l’Italia è peraltro l’ultimo Paese dell’Occidente che possa rimproverare qualcosa all’Ungheria sui diritti dei detenuti e sulle condizioni detentive.

Secondo i dati di Salvatore Ciambriello, garante campano delle persone private della libertà personale, nonché portavoce nazionale della Conferenza dei Garanti territoriali delle persona private della libertà personale, ogni anno da noi 960 persone finiscono in cella da innocenti. Dall’inizio dell’anno 33 persone si sono suicidate in carcere e andando avanti di questo passo con un suicidio ogni 3 giorni, si rischia si superare ogni record negativo (nel 2023 furono 70). Le prigioni sono sovraffollate e ospitano 14 mila persone in più della capienza prevista, con punte del doppio di presenze in Lombardia (dati Antigone). E tale situazione è forse anche alla base delle tensioni che si registrano: si era appena spenta l’eco dei pestaggi del 2020 al carcere di Santa Maria Capua Vetere – che vede a processo 105 persone tra poliziotti, funzionari del Dap e medici dell’Asl di Caserta – che sono emerse le violenze e le torture al carcere minorile Beccaria di Milano. Anche se i procedimenti in corso per violenze e torture nei penitenziari sono 13.

Non bastasse, l’Italia risulta pluricondannata a Strasburgo per il 41bis, una misura «emergenziale» nata in reazione alle stragi del 1992, ma che prosegue incredibilmente oltre 30 anni dopo, benchè l’articolo 27 della Costituzione reciti: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Invece, chi sta al 41bis può avere un solo colloquio al mese con i famigliari, audioregistrato e separato da vetri di sbarramento. Il detenuto è in cella da solo e può socializzare fuori dalla cella con un’unica persona nell’ora della passeggiata. La corrispondenza è controllata, la tipologia di pacchi alimentari che può ricevere è molto più contenuta rispetto agli altri. E nessuno, nè a destra, nè a sinistra si è mai sognato di revocare tale misura «emergenziale» nemmeno dopo il caso dell’anarchico Alfredo Cospito, cui la Cassazione ha appena confermato 23 anni di reclusione al carcere duro per l’attentato alla ex caserma allievi carabinieri di Fossano del 2006 in cui non morì nessuno. Escludiamo quindi che qualcuno a Palazzo sia realmente preoccupato di come vivono i detenuti.

Non in ultimo, dal 1959 l’Italia risulta condannata 301 volte dalla Corte di Strasburgo per violazione dei diritti della difesa da parte dei giudici, ovvero per la seconda parte dell’articolo 6 del Trattato dei diritti dell’Uomo. E l’Ungheria, si dirà? Ventidue. È talmente evidente la sproporzione tra i due Paesi sui processi iniqui, che risulta ovvio porsi la domanda: perché, allora, è scoppiato il caso Salis? Chissà.

Ma non è un segreto che l’intera Ue veda come una spina nel fianco il premier ungherese Viktor Orban, ufficialmente per le sue posizioni di destra e populiste. In realtà perchè è il più restio alle politiche di sanzioni alla Russia e all’invio di armi a Kiev. Un atteggiamento che è eufemisticamente poco gradito pure ai vertici Nato. Anche di recente, Orban ha infatti scritto su Facebook: «Siamo a un passo dall’invio di truppe da parte dell’Occidente in Ucraina. Si tratta di un vortice di guerra che può trascinare l’Europa nel baratro. Bruxelles gioca col fuoco. In Europa l’atmosfera è quella della guerra e la politica è dominata dalla logica della guerra. Vedo la preparazione alla guerra da parte di tutti». E ha precisato che il suo Paese «deve restarne fuori. Questa non è la nostra guerra. Non la vogliamo e non vogliamo che l’Ungheria torni ad essere il giocattolo delle grandi potenze».

Mettere in cattiva luce il premier di Budapest alla vigilia delle Europee, sottolineandone il carattere autoritario e sfruttando le disavventure o le colpe di una maestra detenuta, fa comodo a tutto l’Occidente. Anche se, certo, che sia proprio l’Italia ad ergersi paladina dei diritti di chi sta in carcere, lascia sconcertati.

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Edoardo Montolli

Edoardo Montolli, giornalista, è autore di diversi libri inchiesta molto discussi. Due li ha dedicati alla strage di Erba: Il grande abbaglio e L’enigma di Erba. Ne Il caso Genchi (Aliberti, 2009), tuttora spesso al centro delle cronache, ha raccontato diversi retroscena su casi politici e giudiziari degli ultimi vent'anni. Dal 1991 ha lavorato con decine di testate giornalistiche. Alla fine degli anni ’90 si occupa di realtà borderline per il mensile Maxim, di cui diviene inviato fino a quando Andrea Monti lo chiama come consulente per la cronaca nera a News Settimanale. Dalla fine del 2006 alla primavera 2012 dirige la collana di libri inchiesta Yahoopolis dell’editore Aliberti, portandolo alla ribalta nazionale con diversi titoli che scalano le classifiche, da I misteri dell’agenda rossa, di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti a Michael Jackson- troppo per una vita sola di Paolo Giovanazzi, o che vincono prestigiosi premi, come il Rosario Livatino per O mia bella madu’ndrina di Felice Manti e Antonino Monteleone. Ha pubblicato tre thriller, considerati tra i più neri dalla critica; Il Boia (Hobby & Work 2005/ Giallo Mondadori 2008), La ferocia del coniglio (Hobby & Work, 2007) e L’illusionista (Aliberti, 2010). Il suo ultimo libro è I diari di Falcone (Chiarelettere, 2018)

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