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Andrea Roncato, intervista esclusiva: “Io, Loris Batacchi e il mio cinema. Vi racconto tutto”

Il grande attore della commedia all'italiana si racconta

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Andrea Roncato si confessa a ruota libera con Fronte del Blog: gli esordi, la tv, il cinema di ieri e quello di oggi. In una lunga intervista rilasciata al nostro Alex Rebatto in occasione del suo libro “Non solo Loris Batacchi

Cosa basta per sentirsi felici?
E’ una domanda che da sempre si rincorre tra le generazioni e non trova una risposta.
Eppure ci sono stati anni nei quali non serviva altro che una buona compagnia, magari una pizza, una birra e gli eroi che il cinema ci regalava.
Erano eroi veri, sapete? Non avevano il mantello e nemmeno una montagna di muscoli artificiosi, eravamo noi.
Semplicemente noi.
C’era il ragioniere sfigato, il borghese burino, il romano fesso, il milanese spaesato.
C’era un esercito di personaggi che ricopriva ogni ruolo possibile ed immaginabile.
Ci rappresentavano in ogni talento o debolezza. Sapevano farci sorridere e riflettere.
Continuiamo?
Erano gli anni ottanta. I film si scrivevano in un certo modo.
“Allora, ho quest’idea: un uomo cinico e divertente che lavora in campagna. Arriva una ragazza di città che…”
“Aspetta. Cinico e divertente? Costruisci il personaggio su Celentano.”
E veniva alla luce “Il Bisbetico domato”. Facile, no?

In occasione dell’uscita del libro autobiografico “Non solo Loris Batacchi”, ho avuto il privilegio di poter chiacchierare con uno di questi eroi.
Andrea Roncato, romagnolo DOC, nasce artisticamente in coppia con Gigi Sammarchi e alla fine degli anni settanta si ritrovano a raccogliere l’eredità televisiva che fu di Cochi e Renato.
Sono diversi dal duo meneghino.
Se Pozzetto & Ponzoni puntano tutto il loro repertorio sul surreale, loro rappresentano gli italiani sinceri e scanzonati.
Gigi è il più serio, sempre pronto a smorzare l’irruenza di Andrea, donnaiolo dalla battuta pronta ed il pedigree da bagnino della riviera.
Funzionano per un bel pezzo poi le loro strade, come spesso accade, finiscono di tanto in tanto per dividersi.
Gigi si dà al teatro, come Ponzoni.
Andrea diventa una maschera indimenticabile di un’epoca. Macina successi, vede la scia della commedia farsi sottile e sparisce per un breve periodo. Quando torna a giganteggiare sullo schermo lo fa da attore consumato.
Dopo i grandi successi di cassetta come “L’allenatore nel pallone” e “Anni 90” si mette a disposizione di registi eccelsi come Muccino e Pupi Avati riscuotendo, inevitabilmente, grande successo.
Quindi, alla luce di tutto questo, la prima domanda non può che essere:

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Clicca sulla copertina e vai al libro

 

Andrea, perché il tuo libro s’intitola “Non solo Loris Batacchi?”

Perchè Loris Batacchi, uno dei più iconici personaggi apparsi in un film della saga di Fantozzi, rappresenta ancora oggi un simbolo anche per i più giovani. Era il classico macho pieno di donne che ostentava le sue avventure come trofei. In realtà era un cazzaro che si vantava, come fanno in tanti, di chissà quali conquiste inventate. Quel personaggio era una caricatura. Se tu infatti guardi il film che ho girato per Netflix “Sotto il sole di Riccione” ritrovi quello stesso personaggio (ormai una sorta di guru navigato che dispensa consigli ai giovani su come conquistare le ragazze) e alla fine si scopre un millantatore. Una persona estremamente sola che viveva di ricordi e sbruffonate con il rimpianto di una donna che aveva davvero amato e si era lasciato scappare come uno stronzo.
Ultimamente sentivo un personaggio pubblico fare il conto di quante donne avesse avuto. Devi essere un poveraccio per quantificarle in questo modo.

Sono d’accordo. Tu hai avuto un enorme successo nel cinema italiano tra i primi anni ottanta e i primi novanta, quantomeno nell’ambito della commedia. Prima con Gigi e poi da solo. Cosa avvenne dopo?

Ho cominciato a fare l’attore. Ti spiego: i film comici che facevamo non ci permettevano di recitare nel vero senso della parola. Eravamo semplicemente noi stessi in situazioni diverse. Lo stesso Zalone, che è bravissimo, impersona sempre la stessa maschera. A un certo punto era diventato solo “Gigi e Andrea che vanno a Rimini”, “Gigi e Andrea che vanno in montagna”, “Gigi e Andrea che vanno in crociera”. Però facendo così, alla fine, rischi di essere banale. Lo stesso Zalone appunto, impersonando sempre lo stesso personaggio, potrebbe rischiare di stancare il pubblico. Quindi io e Gigi abbiamo smesso di fare film semplicemente perché ci siamo accorti di fare sempre le stesse cose. Per questo, dopo aver riempito ancora in coppia le piazze, ho deciso di lavorare con Muccino, Avati e altri grandi registi che mi potessero dare la possibilità di dimostrare davvero il mio talento come attore. In mezzo tante serie televisive, come Carabinieri o prima ancora Don Tonino.

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Gigi e Andrea sul set di Don Tonino (1988)

 

A proposito di Don Tonino. E’ una serie che ho sempre amato tanto.

E’ una serie che ha ispirato evidentemente Don Matteo. All’epoca fu un grande successo anche se, come ti ho detto, eravamo sempre Gigi e Andrea. Io ero il prete e lui il poliziotto, ma eravamo comunque e inevitabilmente noi.

Senti questa cosa e dimmi cosa ne pensi: ho avuto modo di chiacchierare con dei ragazzi giovani, sui venticinque anni, e mi ha stupito il fatto che non avessero mai sentito parlare di attori come Jerry Calà e Renato Pozzetto.

Beh, i ragazzi di adesso hanno una memoria storica abbastanza labile. Io mi ritengo fortunato perché i miei film continuano a girare in televisione e ogni tanto mi ritrovo davanti qualcuno di loro con addirittura tatuato sul braccio Loris Batacchi. Però resta il fatto che quei ragazzi di cui hai parlato, probabilmente, non saprebbero dirti nemmeno chi fosse Aldo Moro o Fabrizio De André. I giovani d’oggi, con Google, hanno perso l’abitudine a studiare. Guarda ad esempio le canzoni. Non si presta più grande importanza alle parole, basta che sotto ci sia una ritmica che ti permette di ballare. Ai miei tempi, per qualunque cosa, si andava sui libri, si leggeva e ci si ricordava.
Ogni tanto quando viene qualche ragazzo che mi dice “Vorrei fare del cinema”, gli chiedo “Sai chi è Marlon Brando?”. No, mi risponde. “Quando sono nato io era già morto.”
Capisci? Quando sono nato io Garibaldi era già morto, però sapevo bene chi fosse.
Ma non è solo Google, è il bisogno di “tutto e subito”.
Io per fare l’attore ho seguito un percorso. Mi sono diplomato in pianoforte, ho imparato tre lingue, ho fatto due scuole di teatro ed una di cinema in America, dieci anni di gavetta e finalmente ho cominciato davvero a recitare. Adesso vanno al “Grande Fratello” e sperano di diventare attori. Oppure vengono da me delle ragazze che mi dicono “Io sono bella, potrei fare l’attrice”. “No”, gli rispondo. “Potresti fare la modella. Per fare l’attrice dovresti imparare a recitare. Sono due cose diverse.” Instagram e i social stanno insegnando ai giovani come apparire, non come dimostrare un loro talento.

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Andrea con Lino Banfi ne “L’allenatore nel pallone” (1984)

A proposito di questo, tu hai lavorato con grandi attori e registi. Banfi, Villaggio, Pupi Avati, eccetera. Qual è la parte che ti è rimasta più nel cuore e con chi hai lavorato meglio?

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Essendo un romagnolo mi trovo bene con tutti. Abbiamo un carattere socievole di natura che mi porta ad essere amico degli attori con i quali lavoro. Inoltre, ho scoperto, ora vedo anche quanto sono bravi. Perché più sono bravi loro, più faccio bella figura io. Di registi che ho nel cuore ce ne sono tanti, da Sergio Martino con il quale facemmo i primi film ad Odorisio che mi diresse in un bellissimo film intitolato “Ne parliamo lunedì”. Poi Muccino, Avati. Con quest’ultimo ci fu subito un feeling particolare. La prima volta che lavorai con lui mi ritrovai a provare i costumi. “Provati una giacca”, mi disse. Istintivamente presi quella che mi stava meglio e lui intervenne subito. “No”, disse. “Mettiti quell’altra”. Era quella che mi stava peggio. “Tu non devi essere Andrea Roncato, in questo film”, mi spiegò.

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Con Paolo Villaggio e Milena Vukotic in “Fantozzi subisce ancora” (1983)

 

Ultimamente, in un’intervista, Anna Mazzamauro ha parlato di Paolo Villaggio dipingendolo come un uomo apparentemente molto cinico. Tu che hai lavorato con lui in tanti film che ricordo ne hai?

Mah, guarda, Villaggio con me è sempre stato di una dolcezza infinita. Con lui ho fatto trasmissioni televisive come “Grand Hotel” a film come “Rimini Rimini”, “I pompieri”, fino a tutta la serie di “Carabinieri”. E’ sempre stato un personaggio strano che apparentemente poteva in effetti sembrare cinico o persino perfido. Soprattutto perché si divertiva a prendere per il culo tutti. Lui andava al ristorante, ordinava venti cose e ne mangiava una sola. Diceva al cameriere “Voglio il riso ma solo 122 chicchi”. Lo faceva perché si divertiva a sembrare uno stronzo. Poi, in realtà, era un genio con una cultura immensa. Bisognava conoscerlo bene per comprenderne fino in fondo l’animo gentile. Ti racconto un aneddoto divertente: una sera venne ad una festa a casa mia accompagnato da una bellissima ragazza che presentò come una sua amica. Alle dieci Paolo disse di volersene andare. “L’accompagni tu, lei?” mi chiese riferendosi alla sua amica. “Certo”, risposi. “Non c’è problema.”
Finita la festa andai da questa ragazza e mi offrii, appunto, di accompagnarla a casa. “Dove abiti?”, le chiesi. Lei mi guardò e rispose “Si, dove abito te lo dico. Ma dovresti darmi anche le settecento mila che mi ha promesso Villaggio”. Paolo era fatto così.

Siamo arrivati all’ultima domanda. Quando, speriamo tra mille anni, te ne andrai, come vorresti essere ricordato?

Con un sorriso.
Io credo che chi faccia questo lavoro debba valorizzare l’affetto della gente. Sai, chiunque mi chieda qualcosa, una foto o un autografo, merita solo un ringraziamento. Se non ci fosse la gente che ci vuole bene noi non saremmo nessuno. Dobbiamo sempre dire grazie a tutti, anche a quelli che ci hanno criticato e magari avevano anche ragione. A quelli che ci hanno odiato, che non ci hanno capito. Sai, noi ci sentiamo fortunati perché abbiamo voi che ci seguite e ricordate. Fortunati non vuol dire, almeno per quel che riguarda noi attori, fare miliardi ed andare in giro con la Ferrari. Vuol dire mangiare facendo un lavoro che si ama. Personalmente non ho barche, ville, ma non me ne frega un cazzo. Io un piatto di spaghetti in tavola grazie ad un lavoro che amo ce l’ho. E’ per questo che quando vado a lavorare sono felice e, in effetti, questa ritengo sia la ricchezza più importante. Vedi, sai perché amo gli animali? Perché ti vogliono bene per come sei, con un dente cariato, vestito male o con qualche ruga in più. Quindi, quando arriva un ragazzino che si ricorda di me, che vuole un autografo o una foto assieme, beh, io lo ritengo un portafortuna. E quel ragazzino, quell’affetto, ti dà appunto la forza per costruirti la tua fortuna.

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Sul set de “Il signor diavolo”, di Pupi Avati (2019)

 

L’intervista ad Andrea finisce così, con un saluto, un ringraziamento e la sua umiltà che ancora si trascina nonostante la voce che sembra stanca ma mai rassegnata.
Concludo con questa postilla: ho chiesto ad Andrea Roncato di poter fare due chiacchiere la sera del 12 Maggio. Poche ore dopo era al telefono con me, il suo numero personale salvato in rubrica e le sue ultime parole sono state: “Per qualsiasi cosa io sono sempre a disposizione. Il mio numero ora ce l’hai.”
Ho avuto la possibilità di chiacchierare con personaggi più o meno noti del mondo dello spettacolo, della musica e dell’arte in genere. Alcuni di loro, ignari del fatto che non me ne fregasse nulla di loro, si sono mascherati assumendo autonomamente e probabilmente inconsciamente il ruolo di divinità del quartierino.
Andrea, il mito della commedia italiana e non solo, uno che ha nulla da dimostrare, si è prodigato immediatamente per aiutarmi.
Mettetela come volete ma, persino tralasciando il profilo artistico, Andrea Roncato merita e meriterà sempre l’applauso più fragoroso possibile che gli si possa tributare.
Lunga vita a lui e alla commedia italiana.
I giovani forse hanno dimenticato o non hanno mai conosciuto quei miti immortali di cui parlavo all’inizio, ma loro sono sempre lì ad aspettare tra un “batti lei”, un “porca puttena”, un “Eh, la Madonna!” ed un “Ci do, che ci do”.
E noi, vecchi ragazzini, saremo sempre accanto a loro per dirgli solamente “grazie, Amici.”

Alex Rebatto

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Alex Rebatto

Alex Rebatto, classe 1979. Ha collaborato nei limiti della legalità con Renato Vallanzasca ed è stato coautore del romanzo biografico “Francis”, sulle gesta del boss della malavita Francis Turatello (Milieu editore), giunto alla quarta ristampa. Ha pubblicato il romanzo “Nonostante Tutto” che ha scalato per mesi le classifiche Amazon. Per Algama ha pubblicato il noir "2084- Qualcosa in cui credere"

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