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I cento passi tra Vespa e Salvo Riina

falcone

“Amo e rispetto mio padre. Non sta a me giudicare.”
Queste le parole di Salvo Riina, figlio del boss della mafia Totò, al giornalista Bruno Vespa su Raiuno durante una discussa intervista.
“Quando Falcone e i suoi vennero uccisi tornai a casa e trovai mio padre seduto davanti alla televisione che seguiva al telegiornale la cronaca della vicenda.”
A ruota libera, Salvo, come stesse parlando della famiglia del Mulino Bianco.
Bruno Vespa, da par suo, imbocca. Appoggia le risposte, sottintende domande, da buon professionista. Riina abbozza sorrisi, si racconta, spiazza per la tranquillità.
C’è un libro da promuovere per Salvo, un padre di cui chiacchierare, da cui non prendere le distanze.
I vertici Rai si sono mossi prima e dopo.
“Messa in onda pericolosa” hanno tuonato. Poi però hanno fatto due calcoli ed eccoci lì, in poltrona, a seguire lo spettacolo.
Del resto si parlava di mafia.
Oggi, dopo averci dormito sopra, resta la straordinaria battuta di Kotiomkin a riassumere la faccenda:
“Non avevo mai notato che da Vespa, tra una porta e l’altra, ci fossero cento passi esatti.”
Salvo Riina (che a orecchie distratte può ricordare Salvo Lima) non giudica nessuno, se ne guarda bene.
“Perché devo giudicare mio padre?” domanda basito “Io amo mio padre. Per giudicare c’è uno stato e ci sono delle sentenze.”
Ecco l’immagine: il buon Totò “u curtu” Riina che si alza dal letto di buon’ora e prepara il caffellatte con il saccottino ai suoi famigliari, una bambina arriva correndo in pigiama e lo abbraccia, la moglie lo bacia e una musichetta di sottofondo funge da colonna sonora per una vita perfetta, li’ al mulino.
Però le cose non sono sono così.
C’è un mostro che prepara il caffellatte. C’è il cancro del nostro paese, la vergogna. Ci sono Giovanni Falcone e Borsellino in pezzi, in un lago di sangue. La loro scorta in polvere.
C’era, prima di loro, Impastato. C’è una Sicilia che sprofonda fino all’inferno avvolta dai tentacoli dell’infamia e della violenza.
C’è un’omertà che vomita banconote, commercianti stritolati, ragazzini bruciati.
C’è uno stato “costretto” a trattare per non saltare in aria, cittadini onesti diventati criminali a loro insaputa. C’è un paese in frantumi sulle cui macerie banchettano ancora i criminali.
C’è una montagna di merda, chiamata mafia, che ancora ci sommerge.
Ci sono i dodicenni, nel sud, che non hanno altra speranza di sopravvivere se non abbracciando una causa sbagliata.
Totò Riina, quel che rappresenta almeno, vive ancora ai piani alti. Gode di ottima salute e detta ancora legge, lo sappiamo tutti.
Eppure, così com’è successo per Casamonica, subiamo in silenzio.
Fingiamo persino di scandalizzarci e intanto, da buoni vigliacchi, ci facciamo comprare con le pubblicità al seguito di Porta a Porta. Gli diamo corda.
E loro, nel frattempo, preparano il cappio.

Si stanno raccogliendo firme per imporre la chiusura di Porta a Porta (Sabina Guzzanti e’ una delle sostenitrici). Io ho firmato.
La voce della mafia non può e non deve inquinare mai più il nostro desiderio di risorgere.

 

Alex Rebatto

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Alex Rebatto

Alex Rebatto, classe 1979. Ha collaborato nei limiti della legalità con Renato Vallanzasca ed è stato coautore del romanzo biografico “Francis”, sulle gesta del boss della malavita Francis Turatello (Milieu editore), giunto alla quarta ristampa. Ha pubblicato il romanzo “Nonostante Tutto” che ha scalato per mesi le classifiche Amazon. Per Algama ha pubblicato il noir "2084- Qualcosa in cui credere"

ommenti

  1. Caro Alex.Premetto che questo tuo articolo non mi piace.Mafioso e buon padre? Una cosa non esclude l’altra, e mi stupisco da bravo giornalista che sei che tu insista a sottolinearne il contrario ,facendo addirittura ironici esempi da mulino bianco.L’amore e il rispetto di un padre verso un figlio e viceversa non ha metriche legali credimi,neppure se si parla di un potente mafioso.Ne sinceramente in questo vedo delle fondamenta per imbastire un interessante articolo.Con questo non voglio dire che io appoggi il pensare mafioso ,ci mancherebbe altro.Ma quando sempre più frequentemente vedo esponenti dello stato comportarsi ne più ne meno come dei mafiosi,mi permetto qualche riflessione.Uno stato che dissangua il popolo,che non permette lavoro e per di più la metà del reddito del poco che si riesce a fare se la ritira lui……è sicuramente peggio della mafia!Rendiamoci conto che c’è uno stato che ruba e uccide,c’è uno stato che riscuote pizzi dietro la (falsa) onesta facciata di quella organizzazione a delinquere di equitalia. C’è uno stato che permette ancora le torture nelle caserme e nelle carceri italiane.C’è uno stato che è odiato addirittura dai suoi stessi rappresentanti,vedi Giudici, Poliziotti, Carabinieri ecc.ecc.Quindi cosa vogliamo raccontarci? Giusto ricordare Borsellino,Falcone e Impastato,un po meno pretendere di chiudere una trasmissione perchè parla di “scomode” realtà.Nascondere la polvere sotto il tappeto o lasciare libera decisione di guardare un canale piuttosto che un’altro?E allo stesso modo dare dei vigliacchi a cittadini che sempre più disorientati seguono come non mai le varie correnti mediatiche?Sarebbe quindi responsabilità etica e professionale di un giornalista (quindi anche tua) ,quella di chiarire e informare,piuttosto che criticare un figlio che viene invitato in TV a parlare di suo padre.Non avertela troppo a male sai,forse sarò poco informato,oppure sarà che ho avuto la fortuna-sfortuna di essere nato al nord e quindi non mai avuto a che fare con la mafia.Ti posso assicurare però che ho avuto a che fare spesso con lo stato….ed è stato molto ma molto più doloroso, che ascoltare porta a porta!

    1. Caro Emiliano, premesso che apprezzo chiunque abbia interesse ad approfondire questioni senza limitarsi a subire le parole altrui, non mi trovi particolarmente d’accordo. Escludendo la faccenda dello Stato canaglia e incompetente che tristemente ci rappresenta, avallato da vari enti come appunto Equitalia, nel mio articolo si parla di altro.
      Si parla di un criminale che partecipa ad una trasmissione sovvenzionata dal nostro canone per promuovere il suo libro. Si parla di un uomo che non solo difende il padre, responsabile per la giustizia di atrocità indescrivibili, provando quasi a cercarne una giustificazione ma, secondo Don Ciotti (a sua volta minacciato di morte da Totò Riina) utilizzando persino un gergo mafioso per rivolgersi ai pentiti.
      Quindi, in sintesi, pare che Salvo Riina abbia utilizzato la Rai come pizzino.
      L’uomo, inoltre, dimostra usando parole come “comandamenti” e “dignità in famiglia”, di non essere estraneo affatto alle regole di condotta mafiose, anzi, le segue alla lettera.
      Le torture nelle caserme, i soprusi statali eccetera sono evidentemente piaghe che andrebbero debellate ma, per farlo, occorre per prima cosa alzare la testa e non subire affronti come quelli visti alla trasmissione di Vespa.
      Un saluto,
      A.

  2. Già il fatto che la trasmissione sia sovvenzionata da un canone obbligatorio la dice lunga a riguardo di democrazia in rai. A parte questo particolare comunque.non vedo niente di cosi strano se uno decide di raccontare la storia ormai pubblica della propria famiglia (seppur di mafia) da un punto di vista strettamente personale.Lascerei agli spettatori la decisione di seguire un programma piuttosto che un’altro,oppure di comprare o no un libro.Del resto le condanne sono già state sentenziate da Giudici esperti del settore. Per quanto riguarda arresti, torture in carceri, caserme e pentiti,ti posso garantire che le cose sono strettamente correlate.Sarebbe un discorso un po troppo lungo,ma tanto per farti capire come la penso ,se fossi un giudice ai pentiti gli prometterei la libertà intanto che parlano e poi li condannerei al doppio.Non perchè abbia mentalità mafiosa,ma semplicemente perchè purtroppo ho conosciuto le varie strategie.Mai nome piu sbagliato si sarebbe potuto scegliere per definire chi ha scelto di commettere reati fino a quando tutto fila liscio,e poi decide di pentirsi (spesso mettendo nei guai innocenti,e innescando costosissime indagini e altrettanto costosi programmi di protezione pagati da noi contribuenti) solo perchè si trova sul gobbo tanto carcere da scontare.Questo non è pentirsi,il pentimento è una cosa più profonda, morale e personale,che non centra nulla ne con le varie leggi,ne con quanti anni di carcere devi scontare.Questo lo ha spiegato benissimo anche Vallanzasca in una sua intervista,e da un mondo completamente diverso lo stesso figlio di Riina nel video in questione,e su questo concordo pienamente con ambedue.Forse ogni tanto bisognerebbe alzare la testa,proprio come consigli tu.Forse bisognerebbe imparare a leggere di più tra le righe,usando meno stereotipi e cercando di capire nel modo più corretto possibile….forse.
    Ciao.

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