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PIETRO PACCIANI

Mostro di Firenze: l’ annoso e irrisolto enigma della pistola. Che fine ha fatto?

Come gli appassionati del caso del Mostro di Firenze sanno bene, la pistola con cui il “serial killer delle coppiette” uccideva non è mai stata trovata. Di essa si conosce unicamente, dall’esame dei bossoli, il calibro, il 22. Pressoché unanimi gli esperti  nel ricondurla a un modello di marca Beretta a canna lunga.

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Per la verità non è esatto che la pistola del Mostro non sia stata mai trovata. Bisognerebbe dire mai trovata intera.

Durante la lunga inchiesta Pacciani, a un certo punto, nel maggio del 1992, pervenne agli inquirenti, in una busta anonima, un pezzo dell’arma, la cosiddetta “asta guidamolla”, resa famosa dal “contadino di Mercatale” per averla chiamata, nelle sue colorite deposizioni al processo, col nome storpiato di “asta tiramolla”.

Mostro di Firenze – TUTTI I POST 

L’anonimo spiegava di aver prelevato il piccolo componente dell’arma nel luogo, che indicava, dove Pacciani la teneva nascosta. L’ispezione sul posto da parte delle forze di polizia non ha dato frutti.

Al tempo gli inquirenti pensarono che fosse proprio Pacciani, in possesso dell’arma in quanto colpevole dei delitti, l’autore della spedizione anonima di quel minimo meccanismo interno, a scopo di depistaggio.

“La leggenda del Vampa” e Il Mostro di Firenze : la dubbia colpevolezza di Pietro Pacciani – PARTE PRIMA

Pacciani si è sempre proclamato vittima di un tentativo di manipolazione, anche perché l'”asta guidamolla” era avvolta in uno straccio proveniente da casa sua, senza certezza che ad usarlo a quello scopo fosse stato  lui o altri. Bisogna aggiungere che nessuno ha mai potuto dimostrare che l'”asta guidamolla” in questione appartenesse proprio alla famigerata Beretta, o cos’altro, dell’assassino.

La verità nascosta su Pietro Pacciani-GUARDA

Nell’estate del 1982, la pistola introvabile è assurta a vero e proprio rompicapo decisivo per la soluzione del caso. In quel momento, infatti, si scoprì che i delitti fino ad allora commessi con quell’arma non erano quattro, bensì cinque.

Nell’agosto del 1968 presso la cittadina toscana di Lastra a Signa, un uomo e una donna erano stati uccisi in circostanze pressoché identiche alle altre vittime del Mostro.

Il duplice delitto del 1968, la deposizione di Natalino Mele, il figlio di Barbara Locci:

I bossoli ritrovati sulla scena criminis, e ancora conservati nel fascicolo giudiziario del caso, erano gli stessi dei quattro duplici omicidi del serial killer fin qui conosciuti.

“La leggenda del Vampa” e il Mostro di Firenze: la dubbia colpevolezza di Pietro Pacciani – PARTE SECONDA 

C’era un problema. Il delitto del 1968 aveva un colpevole acclarato per sentenza definitiva:  il marito , Stefano Mele, della vittima femminile. Costui nelle contraddittorie deposizioni prima di confessare il crimine, e per questo essere condannato, non aveva mai saputo, o voluto, indicare che fine aveva fatto l’arma. Stefano Mele non poteva essere autore del secondo delitto del Mostro, nel 1974 a Borgo San Lorenzo, in quanto all’epoca si trovava ancora in carcere per il delitto del 1968. Si doveva perciò spiegare come, e quando, la pistola fosse passata dalle sue mani a quelle dell’assassino che aveva colpito altre quattro volte.

Fino ad oggi nessuno è mai riuscito a risolvere questo rebus investigativo in modo pienamente convincente e con riscontri oggettivi. Nemmeno la soluzione giudiziaria del caso, col passaggio in giudicato nel 2001 della condanna dei “compagni di merende”, Giancarlo Lotti e Mario Vanni, fornisce spiegazioni in merito.

I “compagni di merende” sono stati riconosciuti colpevoli solo dei delitti dal 1981 (Giancarlo Lotti dal 1982) in poi.

Giancarlo Lotti confessa il delitto degli Scopeti:

Per quello del 1968 rimane in piedi la condanna definitiva di Stefano Mele, mentre quello del 1974 per la giustizia penale è formalmente un caso irrisolto. Vediamo di fare un quadro delle soluzioni che sono state proposte per l’”enigma della pistola”.

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L’ARMA DEL DELITTO DI SIGNA NON E’ QUELLA DEL MOSTRO

E’ la soluzione più tranciante. Ho raccontato in un recente articolo come il “delitto madre” della serie, quello del 1968, sembrerebbe esser stato scoperto grazie al suggerimento contenuto in una lettera anonima, firmata “un cittadino amico”.

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Questo induce molti a ritenere che lo scopo di questa imbeccata fosse favorire il ritrovamento dei bossoli della fatale Beretta (o cos’altro…) nel fascicolo del processo Mele, messi lì ad arte per far attribuire al Mostro un delitto, quello di  Signa, che in realtà non aveva mai commesso.

In tal caso l’arma usata nel 1968 e quella usata negli altri casi sarebbero diverse. L’enigma non si porrebbe nemmeno. Questa tesi è alla base di un romanzo, Coniglio il martedì, di Aurelio Mattei incentrato su una vicenda inventata che richiama chiaramente quella del Mostro.

“La leggenda del Vampa” e il Mostro di Firenze: la dubbia colpevolezza di Pietro Pacciani – PARTE TERZA

IL MOSTRO POSSEDEVA LA PISTOLA FIN DA PRIMA DEL 1968

Secondo questa teoria, il Mostro avrebbe commesso anche il delitto di Signa. La sostengono quanti  sono convinti che il Mostro di Firenze sia uno psicopatico violento non ancora  identificato. Alfiere di questa teoria è, nel suo libro Storia delle merende infami, Nino Filastò, avvocato difensore di  Mario Vanni.

“La leggenda del Vampa” e il Mostro di Firenze: la dubbia colpevolezza di Pietro Pacciani – PARTE QUARTA

Rimane oscuro come mai Stefano Mele avrebbe confessato il delitto del 1968, subendo una pesante condanna, se non l’aveva commesso. Incomprensibili anche le chiamate di correo di Mele, confermate e ritrattate più volte, nei confronti di altri membri della “colonia cagliaritana” di Signa, che sembrano giustificarsi solo nell’ipotesi che il Mostro si annidi tra di loro. Tuttavia le molte indagini andate in questa direzione, ricomprese sotto il nome di “pista sarda”, non hanno mai portato a nulla.

La pistola di Pietro Pacciani:

IL MOSTRO HA “RACCOLTO” LA BERETTA DOPO CHE  L’OMICIDA DI SIGNA SE N’ERA DISFATTO

Questa  ipotesi, pur astrattamente possibile, si basa su una coincidenza decisamente improbabile. Secondo quanto dichiarato agli inquirenti, il reo confesso di Signa Stefano Mele, commesso l’omicidio, avrebbe gettato via l’arma vicino al luogo del delitto, situato in una zona di campagna, senza riuscire a ricordare esattamente dove.

Antonio Segnini, nel suo libro La verità sul Mostro di Firenze, ipotizza che il vero Mostro, all’epoca solamente un guardone girovago, abbia assistito, di nascosto,  all’assassinio dei due amanti di Signa.  Avendo osservato dove l’omicida aveva gettato la rivoltella, se ne sarebbe  impadronito, conservandola e usandola successivamente per uccidere.

L’ultimo Sherlock Holmes apocrifo di Rino Casazza 

En passant Segnini da’ anche un nome al serial killer: Giancarlo Lotti, uno dei tre “compagni di merende” (gli altri sono Pietro Pacciani e Mario Vanni), l’unico a confessare di aver fatto parte di una banda di assassini e dissezionatori di cadaveri. Per Segnini Lotti sarebbe l’unico Mostro.

Ancora oggi sono molti a dubitare sulla credibilità di Lotti, uno sbandato con grave deficit intellettivo, come omicida “strutturato” e attivo per decenni.

IL MOSTRO HA SOTTRATTO LA PISTOLA ALL’ASSASSINO DI SIGNA

Si basa su questa ipotesi la soluzione del caso proposta dal giornalista, defunto, Mario Spezi, e dallo scrittore statunitense Douglas Preston nel libro Dolci colline di sangue.

ll libro di Rino Casazza sul Mostro di Sarzana

A loro giudizio, il Mostro nel 68 non sarebbe stato ancora maturo per tradurre in azione le sue deviate fantasie di morte. Sapeva tuttavia da chi e dove veniva conservata la Beretta e, qualche tempo dopo, l’avrebbe rubata al possessore, utilizzandola per gli omicidi dal 1974 in poi.

Spezi e Preston indicano il loro supposto Mostro col nome convenzionale “Carlo” , facilmente identificabile con una persona fisica di cui peraltro, nella versione inglese del loro libro, si assumono la grave responsabilità di fare nome e cognome.

Il romanzo di Rino Casazza sul Mostro di Firenze, “Al tempo del Mostro”

Mario Spezi e il mostro di Firenze:

L’ASSASSINO DI SIGNA HA SOTTRATTO LA PISTOLA AL MOSTRO

E’ l’ipotesi avanzata dall’investigatore privato Davide Cannella in numerosi interventi radiofonici e televisivi e, da ultimo nel libro “Winchester calibro 22 serie H: analisi spietata sul Mostro di Firenze.”

Cannella, nell’ambito di incarichi ricevuti da  persone appartenenti alla “colonia cagliaritana” di Signa, ha potuto effettuare indagini sul campo, anche attraverso interviste, e studiare approfonditamente gli atti dell’inchiesta sul delitto del 1968.

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Egli si è formato la convinzione che ad usare la Beretta nel duplice omicidio di Signa sarebbe stata una persona diversa dal Mostro che, a conoscenza del nascondiglio, l’avrebbe prelevata all’insaputa del possessore , uccidendo la coppietta di Signa e poi rimettendola al suo posto. Solo dal 1974 in poi l’arma sarebbe stata usata per commettere i delitti attribuiti al Mostro. Non risulta che Cannella abbia fornito prove della sua versione, perlomeno fino ad oggi.

En passant notiamo che la stessa, certamente suggestiva, ha un punto debole comune a tutte le ricostruzioni che attribuiscono a una mano diversa il primo delitto e gli altri sette del Mostro: se l’assassino di Signa non è lo stesso che ha colpito dal 1974 in poi, come mai il duplice omicidio dell’agosto 1968 ha una dinamica così simile, anzi di fatto identica, a quelli successivi?

Rino Casazza

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Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Ha pubblicato diversi thriller, tra cui "La logica del Burattinaio", scritto con Daniele Cambiaso ed edito da Algama, ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli. Specializzato sui romanzi apocrifi sugli investigatori più noti di sempre, il suo ultimo giallo è "Sherlock Holmes, Padre Brown e l'ombra di Dracula"

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