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Intervista a Laura Veroni: ben oltre i confini di Varese

Laura Veroni è insegnante di scuola secondaria a Varese, ma scordatevi subito lo stereotipo della professoressa di provincia, dotta, grigia e un po’ pedante: Laura è una persona esuberante e socievole, di grande curiosità e apertura mentale. In lei colpisce il sorriso, accattivante e radioso. E’ facile farsi travolgere dalla sua verve, come dimostra questa intervista, da cui emergono i variegati interessi che alimentano la sua  narrativa.

Rino: Dalla tua biografia vedo che l’inizio della tua attività di scrittrice risale a circa 5 anni fa. Quella ufficiale, intendo perché, se non mi sbaglio, la scrittura fa parte della tua vita da più tempo.

Laura: Sì, è esatto. La scrittura fa parte della mia vita da quando ero poco più che una bambina. Già in quinta elementare scrivevo storie. Mi piaceva inventare, ma, soprattutto, avevo il gusto del raccontare. Alle scuole medie (se non erro in terza), ho scritto un giallo a quattro mani con una mia compagna di classe (Laura anche lei). Si intitolava “La villa sul lago” o qualcosa del genere. Ovviamente si trattava di un giallo. Poi ho scritto il mio primo vero romanzo a 18 anni, dal titolo “E ritornare a sognare”. Questa volta non era un giallo, ma la storia (non autobiografica) di un’adolescente molto tormentata che viveva con un fratello e una cognata terribile. Ho inviato il manoscritto a una casa editrice che mi ha risposto, dicendo che era apprezzabile dal punto di vista della scrittura e della narrazione, ma era troppo pessimista, per cui non lo avrebbero pubblicato. Beh, l’adolescenza è l’età del pessimismo e nemmeno io sono scampata, per cui non avrei potuto creare una storia positiva.
Ho continuato a scrivere anche negli anni successivi, sempre gialli, senza mai riuscire a pubblicare (vuoi perché non conoscevo i canali giusti, vuoi perché probabilmente le storie non erano abbastanza “mature”). All’epoca, poi, non esistevano i pc e scrivevo a mano per poi ricopiare a macchina, con la mitica Olivetti.
Come hai sottolineato tu, la scrittura vera, chiamiamola così, ha avuto inizio circa cinque anni fa, con la partecipazione al concorso letterario Giallo Stresa. Ho vinto il premio della miglior scrittura femminile, e il mio racconto “La chiesa. è stato incluso nell’antologia del concorso, “Giallolago”, a cura di Ambretta Sampietro, edita da Eclissi Edizioni. Da lì ho cominciato a scrivere racconti, partecipando a concorsi vari e vincendone diversi.
Nel frattempo ho scritto romanzi, autopubblicandoli su siti come Lulu.com e Ilmiolibro.it e lì sono stata notata da Carlo Frilli della casa editrice genovese Fratelli Frilli Editori, che mi ha proposto di scrivere un noir ambientato nella mia città. In contemporanea, mi è stato accettato un romanzo di tutt’altro genere (si tratta di un romanzo di formazione di stampo sociale) da un altro editore, Cristiano Abbadessa, della casa editrice milanese Autodafé, per il quale avevo già scritto numerosi racconti nell’ambito del progetto Narrativo Presente.
Ed eccomi qua, con il terzo romanzo in uscita a giorni, “Varese non aver paura”, sequel de “I delitti di Varese”.

Rino: Bene. Da quello che dici il genere noir non è il tuo solo interesse. Questo traspare anche dalla lettura de I delitti di Varese, dove si approfondiscono temi non strettamente polizieschi, come ad esempio le difficoltà nei rapporti genitori/figli.
Vuoi spiegare queste altre fonti d’ispirazione?

Laura: La risposta più semplice che potrei darti è che sono stata (e sono ancora) figlia, quindi ho vissuto sulla mia pelle i conflitti genitori/figli. A questo punto, immagino che nasca spontanea un’altra tua domanda (e quindi la prevengo) e cioè che figlia è stata Laura Veroni? Dovresti chiederlo a mia madre (mio padre non c’è più da tanti anni, ormai), ma posso risponderti dal mio punto di vista con una certa obiettività, anche se coinvolta in prima persona: sono stata una bambina brava, obbediente e felice, molto amata dai miei genitori che ringrazio per tutto l’Amore con la A maiuscola che mi hanno dato. Però (vuoi che manchi un però?) sono stata un’adolescente ribelle e so di avere dato non pochi problemi ai miei genitori. Come tutti sappiamo, l’adolescenza è un periodo difficile e la mia lo è stata particolarmente. Sono stata una figlia testarda, che ha voluto fare parecchie cose di testa propria, scontrandosi con la famiglia. Del resto sono un Ariete e mi riconosco in pieno nelle caratteristiche di questo segno: caparbia, testarda, determinata; segno di fuoco (mio padre mi diceva sempre che ero un fiammifero e mi accendevo facilmente, quando venivo contraddetta). Quando mi metto in testa qualcosa, non c’è verso di farmi desistere dai miei propositi (in questo assomiglio un po’ alla Macchi, il magistrato dei miei noir, anzi, è lei che mi assomiglia). E poi sono madre di due figli (ormai grandi) e, come tale, ho vissuto le “lotte” quotidiane con entrambi, durante la loro adolescenza. Gianmarco e Ilaria sono meravigliosi, come madre non posso assolutamente lamentarmi, tuttavia, nonostante questo, siamo riusciti a scontrarci ugualmente (anche perché non è facile avere a che fare con una testa dura come la mia). Posso anche dirti che sono un’insegnante di scuola secondaria e che nel mio lavoro mi trovo quotidianamente a contatto con adolescenti e le loro problematiche. Spesso si confidano con me anche in relazione ai problemi che vivono con i genitori (insegnando lettere e avendo molte ore in classe, divento un po’ il punto di riferimento per molti di loro). Infine, nonostante il liceo classico, mi sono laureata non in Lettere, come si potrebbe pensare, bensì in Pedagogia, dal momento che ho sempre avuto il pallino della Psicologia e ai miei tempi (orribile a dirsi, lo so) non esisteva la facoltà a Milano ma solo a Padova e Roma, quindi ho ripiegato su una laurea che avesse esami specifici in quel campo (inciso: sarà per questo che ho un figlio psicologo clinico?). Ho inserito tutti gli esami facoltativi possibili e ho sostenuto una tesi sperimentale di neuropsichiatria, trascorrendo pomeriggi presso lo studio privato di uno psichiatra, a consultare manuali, e presso l’Archivio dell’ex ospedale psichiatrico di Varese.

Rino: Quello che dici è molto interessante, anche perché aiuta a introdurre uno dei due (sull’altro torneremo, eccome!) personaggi femminili principali del romanzo I Delitti di Varese: la psicologa criminale Silvia Mameli. Immagino che compaia anche in Varese non aver paura.

Laura: No, Rino, non compare più. L’ho lasciata a Roma. Mi dispiace…

Rino: Peccato, mi ero affezionato… Vorrà dire che prendi con me l’impegno di ripresentare il personaggio.

Laura: Non posso prendermi impegni di questo tipo, ma posso pensarci.L’unico personaggio seriale è la Macchi, anche se qui torna Torrisi, il vecchio commissario che aveva collaborato con il magistrato nella soluzione de “I delitti di Varese”(solo come comparsa, verso il finale). Nel nuovo libro, il personaggio della Macchi si definisce meglio ed emergono lati della sua vita privata, nostalgie, ripensamenti su prese di posizione dovute all’orgoglio. Qui la Macchi è una donna matura e inevitabilmente più riflessiva. Ma veniamo alla Mameli, la psicologa/criminologa che tanto ti ha affascinato. Cosa ti posso dire di lei? Donna sicura di sé, brava nel suo lavoro, da’ l’impressione di sapere il fatto proprio. Eppure… anche lei, come altri personaggi del romanzo precedente, ha delle fragilità (ma non sveliamo troppo). Il personaggio di Silvia Mameli nasce dal mio interesse per la psicologia e inizialmente aveva uno spazio maggiore nel libro, poi ho tagliato alcune parti, per fare emergere quella che sarebbe stata la protagonista delle vicende successive, la Macchi, appunto.Psicologi e psichiatri sono entrati spesso nelle mie storie, ma anche pazienti con turbe psichiche e matti veri e propri, se vuoi saperlo. Infatti, in “Thanatos, pulsione di morte” (il romanzo auto-pubblicato su Ilmiolibro.it che mi ha fatto conoscere Carlo Frilli) uno dei personaggi forti della storia è proprio uno psicologo. Ho scritto anche racconti in cui emerge sempre la figura dello psicologo: lo trovi in “La Chiesa”, il racconto pubblicato nell’antologia “Delitti di lago”, a cura di Ambretta Sampietro, edita da Eclissi, e in “Delirium”, pubblicato nell’antologia “Nudi e Crudi” a cura di Liana Righi. Sono sempre stata affascinata dalle menti perverse, dalle personalità complesse e complicate. Mi piacerebbe entrare nelle loro teste. Per questo volevo fare la psicologa. Invece faccio la prof che, a volte, è lo stesso.

Rino: Veniamo alla Macchi. Devo confessare che mi ha molto colpito il suo doppio lato: magistrato agguerrito, di grande competenza e tenacia , e donna affascinante e un po’ libertina…

Laura: E’ il bello di lei quel suo essere ambigua, doppia. Si potrebbe dire che quasi tutti i personaggi de “I delitti di Varese” abbiano una doppia personalità. Ma il fatto che l’abbia un magistrato spiazza il lettore. Con la Macchi ho voluto creare un personaggio affascinante, seducente, forte, una dominatrice. Elena Macchi non si fa mettere i piedi in testa da nessuno sia nell’ambiente lavorativo che in quello privato. In un’epoca in cui le donne sono spesso “schiacciate” dagli uomini (pensiamo ai numerosi femminicidi e alle sottomissioni psicologiche), la Macchi rappresenta la rivincita nei confronti dell’universo maschile e da voce a tutte le donne costrette a subire. Molti mi hanno chiesto quanto di me ci sia in questo personaggio. Chi mi conosce personalmente sa che abbiamo in comune la testardaggine, la caparbietà e la passione per la palestra. Per il resto siamo diverse. Posso però dirti che ho ricevuto una proposta di matrimonio da un lettore che mi ha identificata con lei. Incredibile, vero?

Rino: Be’ la Macchi dopotutto è single, anche se non credo si sposerebbe mai… Quando abbiamo parlato del tuo romanzo, mi hai confessato di esserti divertita a inserire nel romanzo scene erotiche, che poi leggendo ho ritrovato. Non è usuale in un giallo noir, semmai nelle spy-story…

Laura: Non è che mi sia divertita a inserire scene erotiche. Erano necessarie per la storia. Il sesso è l’elemento basilare del romanzo “I delitti di Varese”, la molla che fa scattare gli omicidi seriali (ma non vorrei svelare troppo). E’ un sesso perverso e “malato” per alcuni personaggi, “sano” per la Macchi che ne fa un uso terapeutico: allevia le tensioni, scarica lo stress e la fa stare bene. Come hai detto tu, la Macchi è una donna libera e, come ho detto io, è una dominatrice, ma è anche una cacciatrice. Non vuole legami sentimentali, usa gli uomini per il proprio “benessere” (leggi piacere) e, come hai giustamente sottolineato, non si sposerà mai. Il sesso non è usuale in un giallo noir, è vero, ma chi dice che non possa essere inserito? Bisogna necessariamente seguire un cliché? A me piace seguire il mio istinto, la mia ispirazione, la mia fantasia, quello che mi va di scrivere, senza adeguarmi a un modello in modo rigido. Sperimento, se così si può dire. Perché non creare qualcosa di nuovo? Se i poeti fossero rimasti alle rime e alla metrica degli endecasillabi e dei sonetti, la poesia non si sarebbe mai evoluta e non sarebbe diventata quella che è oggi. Qualcuno doveva pur sperimentare per primo il verso sciolto. Osare è il mio motto, anche nella vita, il “Carpe Diem” moderato, quello che il professor Keating voleva insegnare ai suoi alunni. Ti cito la frase: “Andai nei boschi per vivere con saggezza, vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto”. Il che NON significa strozzarsi con l’osso, come saggiamente il professore sottolinea in un passaggio del film “L’Attimo fuggente”, uno dei miei preferiti. Quanto a osare per cambiare, ti cito un’altra frase tratta dallo stesso film: “Molti uomini hanno vita di quieta disperazione: non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno. Osate cambiare, cercate nuove strade”. Possiamo dire che mi piace osare. Osare è il verbo dei potenziali vincitori: chi osa vince. Se non osi, non puoi nemmeno sperare.

Rino: Concludiamo l’intervista con una domanda di prammatica: di cosa tratta Varese non aver paura, per il quale ti auguriamo lo stesso successo del precedente?

Laura: Mi fai una domanda alla quale non posso rispondere in modo chiaro, altrimenti ti svelerei il finale. Però posso dirti che tutto ruota attorno a una torbida vicenda di pedofilia. Un maniaco che aggredisce ragazzine preadolescenti semina il panico in città. Come “I Delitti di Varese” iniziava nel 1997, per concludersi quasi ai giorni nostri, così questa nuova storia ha inizio nei primi anni Novanta con due aggressioni. Il maniaco non viene preso e “vent’anni dopo il mostro è ancora a caccia”, come recita una frase tratta dal book-trailer, che invito tutti a vedere su Youtube (è sufficiente digitare il titolo del libro per trovarlo). La paura è quella provata dalle vittime, naturalmente. Varese con i suoi boschi fa da sfondo alla storia. Grazie per l’augurio e per la piacevole chiacchierata.

Rino Casazza

TUTTI I THRILLER DI RINO CASAZZA:

Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Ha pubblicato diversi thriller, tra cui "La logica del Burattinaio", scritto con Daniele Cambiaso ed edito da Algama, ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli. Specializzato sui romanzi apocrifi sugli investigatori più noti di sempre, il suo ultimo giallo è "Sherlock Holmes, Padre Brown e l'ombra di Dracula"

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