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La condanna di Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara: la logica e la giustizia

 

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Da cittadino bergamasco, ho seguito sin dall’inizio il “caso Gambirasio”. Ricordo bene la sera del 26 novembre 2010, in cui si diffuse la notizia della scomparsa della fanciulla di Brembate Sopra, piccolo centro dell’hinterland. Il fatto fece un’enorme impressione perché, di prim’acchito, la vittima del sequestro pareva essersi imbattuta, per sua sfortuna, in un malintenzionato, o maniaco, in giro a caccia di prede.

La ragazzina all’ora del misfatto, tra le 18.30 e le 19, non doveva trovarsi nei paraggi del Centro Sportivo di Brembate Sopra. Yara si dedicava alla ginnastica e frequentava regolarmente il Centro, situato a poche centinaia di metri dell’abitazione di famiglia, ma quella sera vi aveva fatto una scappata imprevista per consegnare un oggetto ad una amichetta. I genitori avevano acconsentito che uscisse col buio per la brevità del tragitto e dietro la promessa che sarebbe andata e tornata in poco tempo.
Quella zona di Brembate è fatta di lunghi viali poco illuminati, prevalentemente deserti, fiancheggiati da residenze private. L’unico posto dove c’è luce e movimento è il Centro Sportivo.

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I genitori di Yara sono una coppia molto per bene, cattolica praticante, attenta e protettiva verso la prole, composta, oltre a Yara, da altri figli in età adolescenziale. Quando s’accorgono che la ragazzina sta tardando troppo, la chiamano al cellulare. L’allarme scatta immediatamente, ma non c’è nulla da fare. Della ragazzina si perdono le tracce. La ricostruzione dei movimenti della piccola permetterà di stabilire che è uscita dal Centro alle 18.45 circa. Il suo cellulare rimane muto. L’ultima “cella” agganciata è quella del vicino comune di Mapello.
Nei giorni successivi l’ipotesi di un rapitore, o un gruppo di rapitori che hanno agito senza programmare la vittima si fa sempre più strada. Yara è una ragazzina modello, che frequenta, oltre ai famigliari, solo l’ambiente scolastico e quello della palestra. Confermata l’assidua, amorevole sorveglianza esercitata dai genitori su di lei.
Intervengono, come di prammatica, i cani “molecolari” che portano ad un vicino cantiere edile di Mapello. Incomincia a circolare l’ipotesi che i rapitori siano operai, o comunque persone che ruotano intorno al cantiere. Nel dicembre del 2010, una intercettazione punta il dito contro un muratore marocchino che ha lavorato sino a pochi giorni prima nel cantiere sospetto. Costui, Mohamed Fikri, viene arrestato mentre si trova su una nave in rotta verso Tangeri, appena salpata dal porto di Genova. Ma la pista si rivela un errore: ad un approfondimento la traduzione dall’arabo dell’intercettazione risulta impropria, e a carico di Fikri non emerge nulla.

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I successivi due mesi aumentano in modo enorme l’interesse dei media e dell’opinione pubblica per il caso. L’idea che una giovanetta innocente sia svanita nel nulla, col timore che, in assenza di rivendicazioni e richieste di riscatto – peraltro incongrue, visto che i Gambirasio non sono ricchi -, possa aver fatto una brutta fine, commuove e tiene col fiato sospeso l’intera bergamasca. Si percepisce un grande determinazione da parte degli inquirenti, alimentata dal fatto – sostengono alcuni – che la famiglia colpita è conosciuta e stimata nell’ambiente ecclesiale e dell’associazionismo cattolico.
L’emozione cresce. Non essendoci riscontri di estranei che, nel periodo prima della sparizione, possano aver avvicinato o mostrato un interesse morboso verso la ragazzina –dettaglio confermato fino ad oggi -, alcuni giornali rivelano che, tra le ipotesi investigative, c’è il coinvolgimento di qualcuno nella cerchia familiare o delle amicizie più strette dei Gambirasio, e la vendetta trasversale nei confronti del padre della ragazzina, che lavora – peraltro senza un ruolo di spicco – in un settore come l’edilizia, soggetto ad infiltrazioni malavitose. Ma non emerge nulla di concreto.
In parallelo, inizia una vasta mobilitazione, con l’apporto di schiere di volontari, guidata dai Vigili del Fuoco, per ricercare la ragazzina. Nonostante i disagi della brutta stagione, il territorio vicino a Brembate viene setacciato.
Il cadavere di Yara viene scoperto, per caso, solo il 26 febbraio 2011 in un campo incolto a Chignolo d’isola, località poco distante.

Il ritrovamento del corpo di Yara è una svolta decisiva, ma suscita qualche perplessità.
A imbattersi nei resti della giovinetta è un aeromodellista, da quelle parti per far volare il suo areoplanino. Se avesse scelto un altro posto per il suo hobby, quanto tempo ancora la sorte di Yara sarebbe rimasta sconosciuta?
E come mai i ricercatori, appena qualche settimana prima, avevano battuto il campo senza accorgersi di nulla?
Una delle dispute più accese al processo riguarderà se Yara sia stata uccisa lì, o il corpo vi sia stato trasportato in seguito. Magari solo pochi giorni prima della scoperta.

Si apre il capitolo dell’esame del cadavere. Quando si diffondono le prime indiscrezioni sul vero e proprio martirio subito dalla poveretta, ferita a morte e abbandonata agonizzante al gelo notturno, tutti sperano in indicazioni per individuare il mostro che l’ha uccisa.
Gli inquirenti in tre mesi non erano riusciti a fare passi avanti significativi, ma adesso hanno l’opportunità, quasi insperata, di poter analizzare il corpo della vittima, anche se l’esposizione alle intemperie per un lungo tempo rende precari e difficili i rilievi.
Tutta l’attività medico-scientifica sul corpo di Yara si svolge sotto la sorveglianza della magistratura e nel rispetto delle regole e delle procedure investigative, ma senza contraddittorio. Un imputato controinteressato agli esiti di tale attività si avrà solo nel giugno del 2014, nella persona di un muratore della vicina Mapello, Massimo Giuseppe Bossetti, padre di famiglia tranquillo e senza precedenti.

L’esito più significativo delle analisi sul cadavere di Yara, lo conosciamo tutti. Esso ha costituito una delle punte più avanzate dell’applicazione scientifica alle indagini di polizia. Il caso Gambirasio ha finito per diventare famoso più per questo motivo che per la positiva soluzione di un efferato crimine ai danni di una minorenne.
Gli analisti hanno trovato sui pantaloni di Yara tracce del DNA di una persona sconosciuta, denominata Ignoto 1. Per la verità, come si è saputo poi, sui vestiti della vittima erano presenti altre tracce DNA, ma si è ritenuta più significativa la prima in quanto, mescolata a residui organici di Yara, non poteva che appartenere all’assassino.
Gli inquirenti si sono aggrappati a questa importante ma ancora incompleta risultanza con una tenacia che non si è fermata dinanzi a nessuna difficoltà organizzativa o problema economico.
Si sono lanciati in una massiccia campagna di comparazione del DNA di Ignoto 1 con quello delle persone, moltissime, che avrebbero potuto trovarsi sui luoghi del crimine nell’intervallo temporale critico. Partendo dai possessori delle “sim” che avevano agganciato le “celle” intorno a Brembate quella sera.
Una caccia a tappeto d’impronte genetiche senza paragoni nella storia delle criminologia.
Premiata dalla fortuna: il DNA di un giovanotto che la sera del 26 novembre 2010 si trovava in una discoteca vicino al campo di Chignolo d’Isola ha mostrato un’elevata compatibilità con quello di “Ignoto 1”.
Possiamo immaginare l’esultanza delle forze dell’ordine. Ma non avevano tra le mani l’assassino di Yara: il giovane non era “Ignoto 1”, ma un suo parente. La strada però era tracciata. Una ricerca genealogica avrebbe potuto restringere il campo di ricerca.

Ecco che i riflettori si accendono su un paesino di collina nella Val Seriana: Gorno. Secondo ulteriori verifiche, Ignoto 1 sarebbe imparentato con una famiglia locale. Esaminando un residuo di DNA di un autista d’autobus locale, Giuseppe Guerinoni, morto da molti anni, si scopre che l’impronta genetica trovata sul corpo di Yara appartiene a un figlio naturale di quest’ultimo.
Parte la caccia alla madre di Ignoto 1, svolta, così pare, riscostruendo alberi genealogici e raccogliendo di conseguenza DNA femminili, sino ad arrivare alla signora Ester Arzuffi, coniugata con Giovanni Bossetti, abitante a Brembate di Sopra.

Ma i conti non tornano. La scoperta che Ignoto 1 è figlio illegittimo di Guerinoni risale al 2012, tuttavia l’arresto di Massimo Bossetti avviene nel giugno 2014. Le ricerche per risalire alla sua identità si sono rivelate così lunghe e laboriose? Si verrà a sapere che la signora Arzuffi è stata tra le prime a sottoporsi al prelievo del DNA, ma gli analisti non si sarebbero accorti, per un malaugurato scambio di provette, che era la madre di Ignoto 1. Secondo alcuni servizi giornalistici, con tanto di interviste a testimoni, gli investigatori non sarebbero arrivati a Bossetti con l’ausilio della scienza genetica, ma ricorrendo al metodo tradizionale delle indagini sul campo. La “liason” clandestina tra la signora Ester e l’autista Guerinoni, infatti, sarebbe stata ben conosciuta a Gorno e dintorni.

Poco importa: il 16 giugno del 2014 a Massimo Giuseppe Bossetti viene prelevato con un trucco un campione di DNA. Risultato questo sovrapponibile a quello del famigerato Ignoto 1: l’uomo viene arrestato con l’accusa del sequestro e dell’omicidio di Yara.
La suggestione che alla base di questo risultato vi sia un’obiettività “scientifica” induce lo stesso Ministro dell’Interno in carica a rilasciare una discussa dichiarazione con cui dà per risolto il caso, pur in assenza di un accertamento giudiziario definitivo.

Il resto è storia più recente. Quella che sembrava la prima inchiesta in Italia, e forse nel mondo, in cui la colpevolezza dell’imputato ha un’evidenza sperimentale, si rivela scivolosa.
Con evidente insofferenza degli inquirenti, che tutto hanno investito su di essa, e dell’opinione pubblica che ha tratto sollievo dalla cattura del “mostro”, il punto dolente è proprio la prova “regina” del DNA.
Quando si fa notare, con intento anche solamente garantistico, senza parteggiare per l’imputato, che il DNA rinvenuto sul corpo di una persona morta ammazzata non è la “firma dell’assassino” ma solo la prova di uno “scambio” di materiale genetico tra lui e la vittima, scatta immediato il sospetto di voler fare gli “azzeccagarbugli” a sproposito.
Però gli esperti non possono che confermare. Per giungere alla conclusione che Ignoto 1, alias Massimo Bossetti, è il carnefice di Yara, sono necessari altri passaggi logici. Innanzitutto, escludere che le tracce di DNA attribuibili a Bossetti siano arrivate lì per via indiretta. Poi, che natura, posizione e stato del DNA lo rendano inequivocabilmente attribuibile a chi ha ucciso Yara.
Le aspre dispute avvenute nel contraddittorio processuale tra accusa e difesa dimostrano trattarsi di questioni controverse, sulle quali gli stessi esperti non possono che esprimersi con cautela.
E’ noto che la difesa di Bossetti abbia cercato di minare alla radice l’attendibilità dell’analisi del DNA, il cui risultato, come indicherebbe la strana mancanza del DNA “mitocondriale” di Ignoto 1/Bossetti sul corpo della vittima, potrebbe essere viziato da errori o contaminazioni dei campioni. In passato si sono verificati casi simili, uno addirittura nel corso della stessa indagine, col mancato riconoscimento della parentela genetica tra Ester Arzuffi e Massimo Bossetti.

Purtroppo, non si è potuto dirimere la controversia nel modo canonico, ovvero attraverso la c.d. “controanalisi”, consistente nel ripetere l’esame alla presenza di esperti fiduciari dell’imputato. E’ infatti emerso che il campione è in quantità insufficiente allo scopo.
Così è accaduto quello che gli inquirenti avevano giudicato superfluo o ininfluente per la solidità della prova “regina”: la dimostrazione di colpevolezza di Bossetti si è sposata su indizi di natura non scientifica.
Abbiamo così assistito all’emergere di tutta una congerie di elementi, raccolti dagli investigatori, riguardanti la vanità dell’imputato, patito dell’abbronzatura artificiale; le reciproche bugie e infedeltà tra lui e la moglie; i suoi spostamenti sospetti o non ricostruibili con certezza; l’abitudine a visitare siti pornografici su internet; ecc. ecc.
Nulla di solido, tant’è che, si immagina, nel giudizio di primo grado se ne deve essere tenuto conto in modo relativo. E’ mancato anche qualsiasi riscontro che Yara o persone a lei vicine abbiano conosciuto o notato Bossetti, e che questi in passato abbia mai manifestato attrazione per bambine o fanciulle.

L’unica prova di una certa consistenza sono i filmati del furgone dell’imputato, ripreso mentre si aggira nei pressi del Centro Sportivo di Brembate Sopra nell’orario di sparizione di Yara.
Gli investigatori hanno posto grande enfasi su questo aspetto, al punto di mettere in piedi un’iniziativa molto discutibile: diffondere, a beneficio della stampa, un filmato “aggiustato” che dà l’idea di numerose e chiare riprese del famoso furgone da parte di telecamere a circuito chiuso, mentre si tratterebbe di alcuni fotogrammi fuggevoli e sfocati.

Alla fine, per l’inconsistenza o l’equivocità delle prove extrascientifiche, si è dovuti tornare al nervo scoperto della prova “regina”.
Non si conoscono ancora le motivazioni della sentenza di condanna, che ha inflitto una severissima pena a Bossetti, ma il giudice non avrà potuto che basare il proprio giudizio sulla piena attendibilità dell’attribuzione a Bossetti della traccia genetica rinvenuta sui pantaloni della povera Yara, deducendo da questa circostanza che il muratore di Mapello è l’unico possibile omicida della ragazzina.
Anche se è indubitabile che, senza punti fermi sulle motivazioni del delitto, la preparazione e la dinamica dello stesso, e la figura dell’assassino, la vicenda è destinata a mantenere zone d’ombra.

Rino Casazza

I libri di Rino Casazza:

La logica del Burattinaio, nella mente del serial killer

Bergamo sottosopra. Un’avventura di Auguste Dupin e Giuseppe Giacosa

Il Fantasma all’Opera

Tutto in venti ore

Di passaggio tra le date

 

Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Oltre a numerosi romanzi brevi (tra cui quelli che hanno come protagonista il prete detective Don Patrizio Bruni) e racconti su pubblicazioni, riviste e collane varie, ha pubblicato cinque romanzi, tra cui, lo scorso giugno, il giallo Bergamo sottosopra, 0111 Edizioni. E a luglio il thriller, scritto con Daniele Cambiaso "La logica del Burattinaio", edito da Algama e ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli

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