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In viaggio con Cisco – L’intervista

Tra una soffitta, l'America latina e i ricordi di una vita. Il ritorno del Combat Folk

 

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Il mondo, in maniera quasi inaspettata, pare stia finalmente ritrovando la sua strada dimenticata. Ricordate il periodo nel quale, rinchiusi in casa impauriti ed impotenti, ci siamo seduti sul divano rivedendo vecchi e rassicuranti film? Ricordate le code davanti al supermercato mentre guardavamo con malcelato timore i vicini mascherati? Il lavoro diventava un’entità astratta, il conto in banca collassava, il lievito spariva dagli scaffali ed il telegiornale ci preannunciava una rapida e neppure tanto indolore estinzione.
I virologi, le nuove ondate, i cani incontinenti sui marciapiedi, le autocertificazioni.
Siamo stati abbandonati a noi stessi, apparentemente. Eppure qualcosa, nelle case ormai così simili alle nostre, si muoveva tra le pieghe di un desiderio di rivalsa.
Comici che alle otto in punto organizzavano incontri in streaming. Ex calciatori, politici, web star, italiani comuni in cerca di un qualsiasi tipo di contatto.
Intanto, in una soffitta di quell’Emilia quasi polverosa, note e parole prendevano vita per librarsi in un cielo di speranza.
Abbiamo incontrato Cisco Bellotti, ex voce dei Modena City Ramblers – da anni meraviglioso solista dalla penna graffiante e inchiostro irlandese – per il suo ultimo album Canzoni dalla soffitta.

Cisco, il lockdown e la pandemia, dal punto di vista artistico, hanno mostrato due facce contrapposte. Da una parte chi si è estraniato non riuscendo a trovare stimoli per sviluppare particolari idee, dall’altra chi invece ha scandagliato i sentimenti comuni realizzando opere uniche.

Da parte mia devo dire che entrambe le tesi sono plausibili e condivisibili. All’inizio, quando eravamo chiusi in casa per il lockdown e si rendeva necessario riuscire a far passare il tempo, oltre che occuparmi della mia famiglia, il pensiero era sempre dedicato a quella situazione rendendomi difficile pensare ad altro. Era molto complicato, specie per me che sono abituato a viaggiare, ad incontrare gente. Quando questa cosa è venuta a mancare, lentamente, è nato in me il desiderio di voler raccontare quello che stavamo vivendo attraverso pezzi nuovi e, soprattutto, i live social diventati una sorta di diario di bordo. Era una cosa necessaria soprattutto per me, per la mia tenuta psicofisica. Da lì la nascita di un doppio disco tra inediti e live nato con lo scopo di riavvicinarsi. E’ una fotografia di quel periodo.

Francesco Guccini in tempi non sospetti dichiarò che non saremmo cambiati dopo la pandemia ma che, al contrario, saremmo peggiorati.

Anche in questo caso possono esserci giustamente due diverse scuole di pensiero. Da un lato c’è una parte della popolazione notevolmente peggiorata durante questa esperienza, e non voglio dare colpa ai vari NoVax o NoGreenPass sui quali non mi sento di dare opinioni che difficilmente riesco a condividere. Anzi, forse in relazione al GreenPass posso essere fondamentalmente d’accordo. Non puoi pretendere che la gente abbia un GreenPass per andare a lavorare. Il lavoro è un diritto. Andrebbe forse bene per poter andare al ristorante o ad un concerto, ma sul lavoro starei molto attento. Se da un lato ci siamo incattiviti dall’altro c’è gente che ha imparato a fare i conti con la propria quotidianità e, magari, ha compreso che vivere di solo consumismo non porta a nulla.

Il primo pezzo dell’album s’intitola “Baci e abbracci”. Una canzone di speranza.

Guarda, “Baci e abbracci” vuole essere innanzitutto un auspicio. Il desiderio di tornare alla normalità, d’incontrare gente per strada, ai concerti. Condividere una birra, un piatto. La convivialità. Tutte queste cose si sono ghiacciate. Questa canzone rappresenta la speranza di tornare a vivere una vita normale, fatta anche di piccole cose.

Questo tuo ultimo lavoro mi ha ricordato il grande album dei MCR “Terra e libertà”, la storia di un viaggio. Ti senti ancora un viaggiatore?

Bella domanda. “Terra e libertà” era un album dai grandi orizzonti, di speranze. Un album sul quale io ho confidato tantissimo per poter raccontare quello che eravamo come generazione e gruppo, in quel periodo. Venivamo tutti da esperienze latinoamericane e volevamo raccontare quel mondo conosciuto attraverso la letteratura e i nostri viaggi. Questo disco vuole raccontare quello che abbiamo vissuto attraverso i ricordi di quegli stessi viaggi. Il desiderio di voler, seppure tra le quattro mura di una soffitta, rivivere quei quindici anni indimenticabili. Rimettere insieme le foto di ricordi per il pezzo “Riportando tutto a casa”, forse l’emblema di questo disco, rappresenta il modo giusto per celebrare quegli anni indimenticabili.

Il brano “Lucho” si riferisce evidentemente al grande scrittore Sepùlveda, recentemente scomparso.

Per noi la sua scomparsa è stata una mazzata, una perdita enorme. Abbiamo perso un amico ed un maestro di vita. Ci ha insegnato tantissime cose. Ci ha insegnato come guardare il mondo e proprio grazie a lui, per tornare alla tua domanda precedente, noi Modena abbiamo pescato dai suoi libri e dai nostri incontri per fare nostra un’esperienza latinoamericana. Abbiamo ampliato la nostra visione di giovani emiliani dediti al folk irlandese e poco altro riuscendo ad aprire il nostro orizzonte grazie anche alla sua conoscenza. Io, personalmente, sono stato a casa sua tre o quattro volte e, assieme ai Modena, abbiamo avuto l’onore di suonare per lui al suo cinquantesimo compleanno nelle Asturie, a casa sua. E’ stata una persona speciale che lascia un ricordo imperituro in tutti noi.

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Luis Sepùlveda con i Modena City Ramblers

Abbiamo parlato di “Riportando tutto a casa”, un pezzo che in qualche modo mi ha ricordato Transamerika.

Si, ho voluto per questo pezzo il flauto di Franco D’Aniello che rappresenta il suono principale dei Modena City Ramblers con il suo inconfondibile sapore irlandese. Quando ho scritto il brano ho subito pensato che necessitasse della presenza di Franco. Lui ha accettato, è venuto in studio ed è stato come sempre grandioso.

La canzone “La finestra sul cortile” è un chiaro riferimento al capolavoro di Hitchcock. Come ti è venuto in mente di attualizzarlo ai tempi del lockdown dipingendo un quadro così diverso eppure, incredibilmente, così simile?

Ovviamente il brano è un omaggio al grande maestro del cinema. Ho preso spunto per raccontare quell’Italia che durante il lockdown si affacciava dalla finestra e in qualche modo, con una sorta di solidarietà di sguardi, provava a condividere e affrontare la situazione. Quindi mi sono immaginato come James Stewart immobilizzato con la gamba ingessata, purtroppo senza Grace Kelly accanto (ride), ma ovviamente con la mia famiglia. Sai, io sono un cinefilo accanito. Adoro riguardare certi film all’infinito per raccoglierne le sfumature. Non ti nascondo che diversi pezzi che ho scritto sono stati ispirati dal cinema. Penso a “I Cento passi”, nata dopo la visione del film di Marco Tullio Giordana, oppure “Come se il mondo” del mio primo album, che prende ispirazione da American Beauty. O “Zelig”, ovviamente dal capolavoro di Woody Allen.

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James Stewart nel film di Hitchcock “La finestra sul cortile”

Nel disco c’è una cover di “The ghost of Tom Joad” di Springsteen, a sua volta ispirata al libro di Steinbeck “Furore.”

Ritengo “The ghost of Tom Joad” la canzone più bella di Springsteen. E’ di una poetica e di una forza incredibile. ”Furore” lo lessi venti o trent’anni fa. Rimasi immerso in quella storia fatta di sacrifici e sopravvivenza. Ecco, ho voluto fare una sorta di parallelismo riproponendo questa canzone. Ho pensato a noi dopo questa grande crisi post pandemia nella speranza di non dover rivivere un altro “Furore” o “The ghost of Tom Joad”. Questa versione in italiano, forse, può servire per tenere le antenne dritte perché, il peggio, non è ancora passato. Siamo ancora qui con le conseguenze del virus e dobbiamo essere pronti a difendere i diritti di tutti, specialmente dei più deboli, cercando di essere pronti a porci in prima persona contro i soprusi e le difficoltà dei singoli.

La seconda parte del disco è un live intimo, quasi tra amici. Hai riproposto vecchi pezzi e cover senza dover necessariamente cercare la perfezione.

E’ esattamente come dici tu. Non voleva essere la cosa perfetta e precisa. Tutt’altro. Volevo riproporre le canzoni così come avevo fatto durante il lockdown, sui social. Ho scelto dodici canzoni in versione chitarra, voce e armonica cercando di renderle sincere il più possibile. Ho preferito non optare per i classici cavalli di battaglia come “Ninna nanna”,”I cento passi”, “Ebano”o “Quarant’anni”, facendo un’altra scelta. Ho voluto raccontare i miei trent’anni di carriera scegliendo brani, anche forti, che generalmente non rappresentano la prima scelta del pubblico. Quindi c’è “Grande famiglia”, per noi fondamentale, un brano che feci con la Casa nel vento, “Bianca”, un pezzo recente. Poi cover “rubate” ad amici come i Gang e soprattutto “Manifesto” della Bandabardò. Quest’ultima, dopo averla proposta sui social durante il lockdown, mi regalò il ringraziamento di Erriquez. Proprio per questo ho voluto aggiungerla nel disco: per omaggiare un amico.

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Cisco e Davide Morandi dei MCR con Erriquez, voce della Bandabardò

L’ultima domanda: l’album si conclude con la cover di “Ovunque proteggi”, di Capossela. Perché questa scelta?

Innanzitutto perché ritengo Vinicio un amico da andare a trovare ogni tanto e con il quale passare indimenticabili serate assieme. E’ un genio e uno dei pochi che sa sempre mettersi in discussione in ogni disco che realizza. Non guarda mai a quello che ha fatto ma a quello che potrebbe fare e questa, per me, è una cosa ammirevole. “Ovunque proteggi”è il suo capolavoro, sia come disco che come canzone e io gliel’ho sempre detto. Avevo voglia di farne una mia versione e non so se ne sarà contento. Conoscendolo, forse, no. Ma sai cosa ti dico? Mi sta bene anche che dica “Cisco, che cazzo hai fatto della mia canzone?”, tanto io gli voglio bene comunque come un fratello e accetto tutto da lui. E’ un omaggio ad una grande canzone ma, soprattutto, ad un grande artista.

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Si conclude così la nostra chiacchierata con Cisco, con le luci della soffitta che si spengono e quelle del palco che, lentamente, stanno per riaccendersi di nuovo.
Tornerà a suonare e finirà tutto a baci e abbracci.
Almeno è quello che speriamo.

 

Alex Rebatto

Due parole su questo sito blank

Alex Rebatto

Alex Rebatto, classe 1979. Ha collaborato nei limiti della legalità con Renato Vallanzasca ed è stato coautore del romanzo biografico “Francis”, sulle gesta del boss della malavita Francis Turatello (Milieu editore), giunto alla quarta ristampa. Ha pubblicato il romanzo “Nonostante Tutto” che ha scalato per mesi le classifiche Amazon. Per Algama ha pubblicato il noir "2084- Qualcosa in cui credere"

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