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Partita a scacchi per Sherlock Holmes: un viaggio nei legami tra scacchi e investigazione

IN ESCLUSIVA UN RACCONTO "DIETRO LE QUINTE" DEL FAMOSO MATCH FISCHER-SPASSKY

Il volume n° 15,  PARTITA A SCACCHI PER SHERLOCK HOLMES della collana  I gialli di Crimen  dedicata agli apocrifi su Holmes, è incentrata sulla comparazione tra dama, scacchi e logica investigativa, un tema che, non a caso, si ritrova nelle prime pagine del primo racconto giallo della storia letteraria “I delitti della Rue Morgue” di Edgar Allan Poe. Nel primo racconto contenuto nel volume, ” Sherlock Holmes, Auguste Dupin e il match del secolo”,  Sherlock Holmes e Auguste Dupin si confrontano sullo sfondo del primo incontro per il titolo mondiale di scacchi, nel 1886, riproponendo al massimo livello, trattandosi dell’investigatore più celebre e del capostipite dell’intera categoria, la disputa sull’affidabilità logica degli scacchi. Nel secondo racconto, “Il Fantasma”, di Andrea Carlo Cappi, Auguste Dupin incrocia le armi con un diabolico criminale in un sofisticato duello, d’esito incerto, ricalcato sugli schemi del gioco della dama. Nel terzo, infine, “Il miglior gioco”, tra Auguste Dupin e il succitato “Re dei cattivi” va in scena una rivincita in cui per prevalere ciascuno dei due dovrà dimostrare la sottigliezza e la profondità di un giocatore di scacchi.

 

Per l’occasione, propongo di seguito il racconto, “La svolta”, in cui si entra dentro ai retroscena del più famoso match per il campionato del mondo di Scacchi: quello che vide contrapposti lo statunitense Robert Fischer e il sovietico Boris Spassky.

 

LA SVOLTA

Bussarono alla porta.

Robert Fischer aveva sentito, ma non si mosse dalla finestra della stanza n° 479 all’Hotel Lofteider. Lontano, all’orizzonte sopra l’oceano, il sole non tramontato spargeva una luce crepuscolare sulla notte di Rejkiavik.

La bussata si ripeté più decisa.

Fisher si volse.

La stanza era in disordine come al solito: l’armadio semiaperto, indumenti buttati un po’ di qua e un po’ di là, la prediletta racchetta da tennis a terra. Sul tavolino, fogli sparsi di appunti accanto alla scacchiera coi pezzi acconciati con malagrazia nell’ultima posizione studiata. Sul bordo, squadernata, la sua “bibbia”: la raccolta delle partite di Boris Spasskj.

Solo il letto, con le coltri intatte, faceva eccezione: alle quattro del mattino, Fischer non aveva chiuso occhio.

«Chi è?»

«Sono io, Bobby.»

«Come mai così nottambulo, Willy?»

Fischer l’aveva detto con sarcasmo (il suo anomalo “secondo”, padre William Lombardy, era un gran dormiglione) ma la frase gli era uscita moscia.

«Devo parlarti. Apri.»

Il tono di Lombardy era insolitamente risoluto per il prete scacchista compagno d’avventura di Fisher nel match per il Campionato del Mondo.

Da quanto era stato ordinato sacerdote, Lombardy aveva assunto un atteggiamento mansueto, e il suo gioco ne aveva risentito.  Il sale degli scacchi, Fisher lo sapeva bene, era l’aggressività. Per questo Lombardy aveva smesso di fatto l’attività agonistica. Ma le sue intuizioni e le sue capacità di calcolo, rimaste integre, continuavano a farne un aiutante prezioso.

Fischer aprì la porta e si ritrovarono l’uno di fronte all’altro.

Erano della stessa generazione, ventinovenne l’uno e trentacinquenne l’altro, ma avevano ben poco in comune, a parte la precocità scacchistica, anche se quella di Lombardy non poteva dirsi altrettanto prodigiosa.

Fischer era secco, col volto lungo e ossuto; Lombardy massiccio e col faccione rubicondo.

Fischer aveva l’espressione sempre seria, sia durante le partite che nella vita quotidiana, come se non avesse mai imparato a sorridere; Lombardy aveva un’aria paciosa anche quando si concentrava di fronte alla scacchiera.

Quella notte del 16 luglio 1972 Lombardy, con il clergyman un po’ sgualcito, i capelli riavviati alla bell’e meglio e gli occhi profondi, offriva la solita immagine di sacerdote trasandato e genialoide.

Aggiungeva, però, una severa aria di rimprovero che Fisher non gli conosceva.

Il campione americano era abituato a ricevere dalle persone care comprensione anche quando faceva le bizze, come gli accadeva fin troppo di frequente; quanto agli altri, ad esempio i rivali scacchistici (primi fra tutti i detestabili sovietici) o gli innumerevoli commentatori avversi, semplicemente non li considerava, proseguendo dritto per la strada che portava allo scettro di Campione del Mondo.

«Cosa vuoi?»

«Parlare» ribatté Lombardy, sullo stesso tono.

«Se sei venuto per provare a convincermi, fatica sprecata.»

«Oh, guarda, non temere: sappiamo entrambi che non hai scelta»

«Non esserne così sicuro, Willy. Posso abbandonare il match. Ora come ora questa è la mia intenzione»

Lombardy, quel Lombardy così irritante nella sua inconsueta prosopopea, fece un risolino sarcastico.

«Lo so.»

«Sai cosa?»

«Che abbandonerai il match.»

 

Fisher era disorientato.

Finora non c’era americano, dal più umile cittadino al Presidente degli Stati Uniti, che non si augurasse la prosecuzione della sua sfida con Boris Spassky.

Il Segretario di Stato gli aveva telefonato più volte per invitarlo a mettere da parte i propositi di rinuncia. Henry Kissinger aveva speso tutto il suo potere di persuasione, facendo leva sullo spirito patriottico contro la tirannia comunista, incarnata dall’odioso scacchista sovietico suo avversario.

Anche Lombardy non aveva fatto eccezione, incoraggiandolo a superare il dispetto per la difficoltà a far valere le sue richieste, e soprattutto a dimenticare la brutta sconfitta nella prima partita, un incidente di percorso che non inficiava la grande forza del suo gioco.

Nonostante questo unanime sostegno, lui per protesta non si era presentato alla seconda partita, perdendola a tavolino. E aveva minacciato di tornarsene definitivamente negli Stati Uniti.

 

«Hai ragione: è molto probabile che abbandoni» confermò.

Ed ebbe uno dei suoi scoppi di collera: «Ti rendi conto? Fanno di tutto per innervosirmi, quei bastardi. Il brusio del pubblico nella sala da gioco volutamente tollerato, il ronzio delle telecamere, le luci troppo alte, e la scacchiera? Dio mio la scacchiera! Hai visto il colore delle caselle? Inaccettabile? Sono sicuro che Spassky si allena a giocarci da mesi, per questo gli vanno bene! E la mia sedia girevole? Perché negarmi di usarla, se non per ripicca? Ma sono riuscito a fargliela ingoiare!»

Lombardy lo ascoltava distaccato, senza assentire benevolo come al solito.

Fisher se ne accorse e pian piano la sua furia, priva di sponda, scemò sino a trasformarsi in irritazione.

«Mi ascolti, Willy?»

«Certo. Tutte scuse, Bobby»

«Eh?»

«Ho detto scuse. Cervellotiche, pretestuosissime scu-se. Vuoi solo andartene con la scusa del complotto. È l’unica via d’uscita che il tuo ego abnorme riuscirebbe a sopportare»

Fischer era basito.

«Come sarebbe a dire?»

«Spassky è più forte, Bobby» sentenziò Lombardy «Questa è la cruda verità, anche se fai di tutto per nasconderlo a te stesso. Non puoi giocare il match perché lo perderesti.»

«Ma che dici??» sbottò Fisher. Poi, colto da improvvisa intuizione, si sciolse in un sorriso saputo: «Ho capito! Lodevole da parte tua, Willy.»

«Sei fuori strada, Bobby.»

«Invece no, mio caro! Stai tentando di stimolare il mio orgoglio. Dici che Spassky è superiore per spingermi a dimostrare il contrario!»

«Spassky ti è superiore» ribadì Lombady, imperturbabile.

«Non dire scemenze! Spassy può battermi solamente con l’aiuto scorretto dei suoi sostenitori, a cominciare dalla Federazione Scacchistica Internazionale, asservita all’Unione Sovietica! Il miglior giocatore al mondo sono io! L’ho dimostrato ampiamente!»

«E quando, di grazia? Tanto per incominciare non hai vinto una sola partita con lui…»

Fischer s’innervosì. «Che c’entra? Eppoi nei nostri incontri mi sono sempre trovato in vantaggio, sciupandolo per banali errori di precipitazione. Come martedì scorso!»

«Ancora scuse. Si perde perché si è inferiori. Punto.»

«Ti ricordo che ho stravinto il Torneo Interzonale! Con tre punti e mezzo di distacco sul secondo!»

«L’Interzonale! Ma via! A parte Geller, e Smislov, che però non è mai stato così giù di forma, non c’era un solo giocatore davvero valido. I soli buoni, Petrosian e Korchnoi, erano già qualificati per le eliminatorie…»

«Ho stracciato sia Taimanov che Larsen. 6 a 0 a tutti e due!»

«Taimanov e Larsen… Suvvia! Erano i meno peggio dell’Interzonale!»

«Ho sconfitto nettamente Petrosian in semifinale.»

« “Nettamente”…Figuriamoci! L’hai battuto nella prima partita, ma ti ha bastonato ben bene nella seconda. Nelle successive ti aveva intrappolato nel suo gioco cauto e avvolgente, crollando solo nel finale per stanchezza… È ancora un leone, ma in declino. Comunque dopo il loro match di rivincita Spassky ha dimostrato la sua netta superiorità. È lui il re, ora» Una pausa, poi: «Devi rassegnarti ad essere un principe, Bobby»

«Spasskj non è re di niente!» sbottò Fischer «E’ solo un usurpatore! Invece di prender atto che il suo tempo è finito, ricorre a mezzi disonesti per contrastare la mia ascesa al trono!»

 

Il campione americano tremava tutto, in preda ad una delle sue temibili bizze. Era sicuro che, vedendolo così alterato, Lombardy si sarebbe rimangiato tutto. Apprezzava il suo tentativo di scuoterlo a schiaffoni, ma lui era Robert James Fischer, il più grande giocatore di scacchi della storia, e sapeva cosa fare senza bisogno di consigli o, peggio ancora, di pungoli.

«Sei un patetico megalomane frustrato, Bobby» lo sferzò Lombardy «Hai bisogno di essere il migliore ma, al massimo, sei il secondo. Questo conflitto finirà per portarti al manicomio.»

Fischer rimase di pietra. Incominciava a farsi strada in lui un mai provato senso di angoscia.

Era come se l’espressione implacabile dell’amico prete riassumesse tutte le contraddizioni della sua anima travagliata. Un’anima che lo aveva reso, fin da bambino, prigioniero di un’ossessione: gli scacchi. Gli scacchi rifugio e conforto alla sua intelligenza vorace, ma anche appagamento di un’insaziabile bramosia d’assoluto.

Gli sembrò di essere arrivato alla fine, e non poter sopravvivere un istante di più.

«Eppure…» aggiunse Lombardy, di colpo comprensivo.

Fisher lo guardò sconcertato. Sorrideva, ora, l’amico prete: un sorriso un po’ sardonico, ma promettente.

«Eppure una soluzione ci sarebbe. C’è, anzi. Guarda!»

Allungò il braccio con la mano aperta, verso il tavolino. I pezzi della scacchiera, animati di vita propria, frullarono rapidi componendo una posizione. Poi il quadrato di sessantaquattro caselle bianconere levitò nell’aria, venendo verso di loro.

«Ma checcosa…» blaterò Fisher, mentre la scacchiera si fermava a mezz’altezza tra lui e Lombardy.

Il prete aveva un’espressione di divertita malizia.

Fischer lo guardava trasognato. «Ma tu… tu…»

«Certo, cervellone. Un po’ in ritardo ma ci sei arrivato. Non temere:» si premurò di aggiungere «il tuo amico sta dormendo beatamente in camera sua, come ogni notte.»

«Dunque tu…»

«Naturalmente! Ma lasciamo perdere i discorsi superflui… Guarda questa posizione. Ti piace?»

La scacchiera levitante era orientata verso Fisher dalla parte del Nero. L’irresistibile passione per il gioco lo portò a osservarla attentamente.

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«Uhmm… una “Benoni moderna”, nella variante di scambio tra cavallo del nero e alfiere campochiaro del bianco in h5 … Il Nero sta ottimamente…» breve pausa, in cui gli occhi di Fischer ballarono tra le caselle «Altro che ottimamente!» s’entusiasmò «Dopo lo scacco di alfiere in d3 ha vinto la partita!»

«Bravo cervellone! Questa è la situazione in cui ti troverai domattina, al termine della partita del terzo turno. La tua prima vittoria contro Spassky! Ci pensi? Ed altre ne seguiranno. Il tuo avversario non avrà scampo. Vincerai il campionato con netto distacco»

Fischer lo fissò con le sopracciglia agrottate. «Non hai fatto mai niente per niente, tu…» esitò un attimo, poi: «Il prezzo è sempre lo stesso?»

L’altro sghignazzò. «Certo! Tariffa invariata! Giustappunto ho qui il contratto» Tirò fuori di tasca una pergamena nuova fiammante, porgendola a Fisher. «Leggitelo bene»

Un po’ titubante, il campione americano prese la pergamena, e iniziò a scorrerne il testo, stampato in eleganti caratteri gotici.

“Oggi, addì 16 luglio 1972, alle ore 04.45, in Rejkiavik, tra … “ C’era uno spazio vuoto.

«Il nome mettilo tu» spiegò prontamente l’altro «Qualsiasi dei molti che mi danno va bene…»

Altro inquietante sghignazzo.

Fisher proseguì nella lettura. “…… e Robert James Fischer, nato a Chicago, Illinois, il 9 marzo 1943, si conviene e si stipula quanto segue: …… garantisce al predetto Robert James Fisher la conquista del titolo di Campione del Mondo di Scacchi, mediante vittoria sul detentore, Boris Vasil’evič Spasskij, nel match che si terrà in Islanda nel 1972.  Robert James Fischer si impegna di contro, concluso il match, ad abbandonare definitivamente lo scacchismo agonistico…”

Fischer alzò di scatto gli occhi dalla pergamena, fissandoli attonito sul suo interlocutore, che sogghignava impunito.

Altro che lo stesso prezzo! Quel maledetto stava chiedendogli molto più che agli altri.

«A proposito» fece l’altro, tirando fuori dalla tasca un piccolo coltello affilato «Si firma con una goccia di sangue, naturalmente. Basta un tagliettino… Consiglio di fartelo sull’indice. Tieni!»

Fischer tentennava, smarrito, Con angoscia immaginò la sua vita dopo l’incontro con Spassky. Senza battaglie all’ultimo sangue sulla scacchiera, sarebbe stata un infernale tormento. (*)

Ma allungò la mano a prendere il coltello.

 

(*) Dopo la vittoria nel match per il campionato del mondo del 1972, e fino alla sua morte nel gennaio del 2008, Robert James Fisher non ha più disputato alcuna partita ufficiale.

Rino Casazza

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Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si è trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora al Teatro alla Scala Di Milano. Ha pubblicato una cinquantina di racconti e undici romanzi che svariano in tutti i filoni della narrativa di genere, tra cui diversi apocrifi che vedono rivivere come protagonisti i più grandi detective della letteratura di genere. Gli ultimi romanzi pubblicati sono Il serial killer sbagliato, Algama, 2018; Al tempo del Mostro, 2018, rivisitazione in chiave fantascientifica della vicenda del Mostro di Firenze; il libro per ragazzi Lara e il diario nascosto, Fratelli Frilli, 2018, scritto insieme a Daniele Cambiaso e, sempre in collaborazione con lo stesso autore, L’Angelo di Caporetto, 2017, uscito prima per Algama e poi in allegato a Il Giornale nella collana “Romanzi storici”, Gli enigmi di Don Patrizio, Algama, 2016. Per la collana Gli apocrifi di Algama sono usciti: Sherlock Holmes, Padre Brown e l’ombra di Dracula ; Padre Brown, Philo Vance e l’Angelo della Morte, ; Sherlock Holmes, Padre Brown e il delitto dell’indemoniata ; Sherlock Holmes, Auguste Dupin e il match del secolo ; Sherlock Holmes, Charlie Chan e il salvataggio del Titanic salutati con grande favore dalla critica per l’originalità delle trame. L'ultima fatica è un trittico di romanzi apocrifi su Auguste Dupin, l'investigatore inventato da Edgar Allan Poe Sempre per Algama ha pubblicato l’antologia Il trucco dei due poliziotti, 2019.

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