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L’amara verità di Catalogna

10 novembre 2017: i giornali riportano le notizie dell’arresto della presidente del Parlament catalano Carme Forcadell, mentre il premier (destituito) Carles Puigdemont presiede un governo in esilio. In questi quaranta giorni si sono sentite molte versioni sulla secessione catalana. Ma, come se fosse politicamente scorretto parlarne, nessuno osa denunciare i retroscena in atto già prima del referendum del primo ottobre: discriminazioni, repressione e imperialismo catalanisti, con tanto di piani di occupazione delle regioni vicine, già vittime di un’invasione culturale e linguistica. A molti saperlo non piacerà, ma ciò non lo rende meno vero.

La Catalogna è, su base storica, una nazione indipendente? Se torniamo indietro nella storia, la Catalogna è stata sotto i domini cartaginese, romano, carolingio e aragonese, fino a quando nel XV secolo si è unita al resto della Spagna con l’unione delle corone di Aragona e Castiglia. Dotata di una viva identità culturale, intellettuale e artistica, che è tornata a fiorire negli ultimi quarant’anni, non è mai esistita però come stato indipendente, se non per brevi periodi e in tempi politicamente movimentati del Novecento. Nel XIX secolo il secessionismo catalano era – come oggi – un fenomeno perlopiù borghese legato al potere economico, ma negli anni Trenta nacque un indipendentismo di sinistra sull’onda rivoluzionaria: nel 1931 e nel 1934 si ebbero due tentativi da sinistra di proclamazione di una Repubblica Catalana, facente parte – però – di una repubblica federale spagnola; dal 1936, durante la sanguinosa guerra civile scatenata dal sollevamento militare del generale Francisco Franco contro la Repubblica Spagnola, l’area rimase una roccaforte repubblicana (bombardata dall’aviazione dell’Italia fascista, alleata di Franco, che nel frattempo aveva occupato le Baleari), fino a quando capitolò, con la vittoria della dittatura in tutta la Spagna.

Alla morte di Franco nel 1975, il regime di tipo fascista e nazionalista spagnolo da questi creato venne smantellato nell’arco di tre anni con il ritorno della monarchia, retta da re Juan Carlos I di Borbone, e la nascita della Costituzione del 1978. Dopo il periodo chiamato “Transizione”, la Spagna è una monarchia costituzionale in cui il sovrano ha un ruolo simile a quello del Presidente della Repubblica in Italia; dopo l’abdicazione di Juan Carlos nel 2014, il trono è passato al figlio Felipe VI.

Dall’entrata in vigore della Costituzione il Paese è suddiviso in diciassette comunità autonome (oltre alle città autonome di Ceuta e Melilla, in Nordafrica). La Costituzione del 1978 ha sancito anche altri importanti cambiamenti, tra cui il passaggio da una sola lingua ufficiale (lo spagnolo, detto anche “castigliano”) a quattro, con l’aggiunta di basco, catalano e galiziano. Ma, da circa sei secoli la lingua comune a tutta la Spagna è il castigliano (teniamo presente che l’italiano, come nostra lingua nazionale, è molto più recente).

I catalani sono un popolo oppresso? No, la Catalogna gode, a seguito della Costituzione del 1978, di un’autonomia superiore a quella delle regioni italiane a statuto speciale. Ha un suo Parlamento e un suo Presidente. Dal 1979 cartelli stradali e nomi delle vie sono in catalano; ma anche sotto la dittatura, quando le lingue locali erano proibite pubblicamente, c’erano premi letterari per le opere in catalano. Nelle scuole catalane oggi tutte le materie sono insegnate in catalano. Va ricordato però che lo spagnolo è la seconda lingua più diffusa del mondo dopo il cinese mandarino ed è parlata da 572 milioni di persone, quindi almeno una sua conoscenza di base è di enorme importanza per i rapporti non solo interni, ma anche internazionali.

Il catalano è l’unica vera lingua della Catalogna? Nient’affatto. Occorre notare che la popolazione della Catalogna ammonta a poco meno di sette milioni e mezzo di persone, ma che solo una parte è di origine e lingua catalana; tra le lingue della regione, oltre allo spagnolo, ci sono l’aranese e l’occitano. Vanno considerati anche tutti i cittadini di lingua spagnola provenienti da altre parti della Spagna, che ha avuto una forte immigrazione interna analoga a quella avvenuta in Italia, o dall’America latina, con cui la Spagna ha sempre mantenuto una forte osmosi.

Mentre tutti oggi ascoltano i lamenti di Carles Puigdemont da Bruxelles, i più sembrano ignorare le parole del gruppo “Catalunya somos todos, tots som España”, rappresentante di catalani che vivono in tutto il territorio spagnolo, di cui ignoro le tendenze politiche (posto che ne abbiano) ma di cui rilevo le posizioni sensate: la lingua catalana, dicono, «dev’essere utilizzata come mezzo di comunicazione tra le persone, non per separare, usandola come arma per l’incomprensione».

Il catalano è la lingua di una regione ben più ampia della sola Catalogna? Falso. Ha avuto un trattamento di favore, forse perché nel gruppo dei padri della Costituzione spagnola i catalani erano gli unici rappresentati tra coloro che avevano una propria lingua regionale, sia da un membro catalano del Partito Socialista, sia da un esponente delle formazioni politiche locali. Tanto che il catalano è stato attribuito come idioma dal 1978 ad altre regioni quali Comunidad Valenciana, Aragona e Baleari, ognuna dotata invece di una propria lingua (ancorché imparentata con il catalano), non accreditata però in tale contesto anche se di ampio uso presso la popolazione autoctona: in alcuni di questi territori l’iniziale bilinguismo spagnolo/catalano è divenuto sempre più un monolinguismo catalano, grazie a politici locali alleati dei secessionisti; un modo per espandere la presenza linguistica catalana anche al di fuori dei confini, soffocando gli idiomi locali.

Per esempio alle Baleari si parlerebbero lo spagnolo e il maiorchino (con relative varianti dialettali insulari), quest’ultimo evolutosi dal catalano del XIV secolo e da allora diversificatosi in modo netto per pronuncia, articoli e parecchi vocaboli, al punto da essere riconosciuto come lingua a sé dalla Real Academia Española nel 1952; ma oggi alle Baleari non si è ammessi a certi impieghi, per esempio il netturbino, se non si dimostra la conoscenza del catalano; i cartelli stradali sono solo in catalano; nelle scuole si insegnano le materie esclusivamente in catalano, creando seri problemi agli allievi di origine spagnola e ispanica, e persino casi di discriminazione di studenti da parte degli insegnanti, che ovviamente detengono il loro posto in virtù della lingua catalana. Oltretutto, per esigenze turistiche, nella regione sarebbe consigliabile un buon insegnamento dell’inglese, ma già lo spagnolo, benché parlato da tutti tranne i residenti britannici, viene trattato come una lingua estera. Tutto questo da oltre trent’anni viene definito dalla popolazione locale “dittatura catalanista”, un regime discriminatorio a cui nessuno si può opporre.

L’indipendentismo rispecchia la volontà dei catalani? Falso a giudicare dai risultati del referendum. La maggioranza dei catalani sembra proprio voler conservare la situazione attuale, dato che solo il 36% di loro ha votato al cosiddetto referendum e tra questi meno dell’81% si è espresso a favore dell’indipendenza: vale a dire che un milione e ottocentomila catalani si sono dichiarati secessionisti, su oltre sette milioni. Resta da vedere se gli oltre cinque milioni di catalani silenziosi – la maggioranza, se la matematica non è un’opinione – reagiranno andando a votare il 21 dicembre alle nuove elezioni in Catalogna, fissate dal governo centrale una volta applicato l’articolo 155 della Costituzione e sciolto il Govern di Barcellona. Ovvero, se più di cinque milioni di persone vinceranno quella che è una paura diffusa e inconfessata: perdere lavoro, posizione e ruolo sociale se si esprimono in pubblico idee non secessioniste, ovvero contro il regime in atto fino all’intervento del governo centrale.

Come scrive sempre il gruppo catalano non secessionista, “Catalunya somos todos, tots som España”: «Denunciamo il nazionalismo [catalano] che esclude, che cerca solo la differenza e non ammette la possibilità di una società di integrazione in cui ci sia spazio per l’amore verso la Catalogna come per la Spagna, l’Europa e il resto della famiglia umana… Denunciamo la mancanza di libertà che si soffre in Catalogna, dove il discorso del nazionalismo sembra essere l’unico corretto per rappresentare i catalani. L’invasione di questa politica del pensiero unico nei mezzi di comunicazione ufficiali e nelle amministrazioni pubbliche locali e autonomistiche va contro il dovere più elementare di neutralità e pluralità democratica.»

Il referendum catalano era di sinistra? Inesatto, anche se era sostenuto da alcune formazioni che si proclamano di quell’area. È stato stupefacente quando al Parlament catalano Anna Gabriel della CUP (Candidatura de Unidad Popular, movimento politico di estrema sinistra favorevole alla secessione), in un suo accorato discorso prima dell’approvazione forzata della legge sul referendum, ha definito i padri della Costituzione del 1978 individui dalle “mani sporche di sangue”, come se fossero stati un’orda di franchisti: almeno uno di loro, oltretutto catalano, proveniva da una formazione politica di sinistra, il Partito Socialista Operaio Spagnolo. Il PSOE attualmente è a favore di una revisione della Costituzione, ma non del separatismo.

Ma sulla secessione l’estrema sinistra catalana vive in una perenne incoerenza: dalla sua posizione anticapitalista, la CUP sostiene l’indipendenza come se fosse un atto rivoluzionario, insieme a En Comù Podem (la variante catalana di Podemos) e l’ERC (Esquerra Republicana de Catalunya). La stessa ideologia seguita a suo tempo dal gruppo terrorista chiamato Terra Lliure (“terra libera”), attivo dal 1978 sul modello dell’ETA basca e dissoltosi dal 1991, i cui simpatizzanti sono passati all’ERC.

In realtà il secessionismo è un fenomeno legato a interessi politico-finanziari verniciati di populismo. Chi ci guadagna in particolare sono gli esponenti del gruppo chiamato Convergencia i Uniò, ora ribattezzatosi Partito Democratico della Catalogna, (PDeCat): il suo leader storico Jordi Pujol è ancora sotto processo per i conti clandestini all’estero, mentre i suoi successori Artur Mas e Carles Puigdemont, sono sotto inchiesta rispettivamente per appropriazioni indebite e tangenti. Beninteso, da parte della giustizia spagnola, perché i magistrati cambierebbero in una Catalogna indipendente.

I secessionisti catalani difendono la libertà dei popoli? Drammaticamente falso. Alcuni politici catalani non hanno fatto mistero dei loro piani successivi alla secessione: la conquista dei territori vicini. Soffocare la volontà della maggioranza silenziosa della popolazione in Catalogna è stato solo il primo passo.

La seconda fase consiste nella creazione di una nazione di fantasia chiamata Paesi Catalani – un po’ come l’immaginaria Padania del Nord Italia – che colonizzi sotto il regime e la lingua catalani le comunità autonome di Aragona, Valencia e Isole Baleari, queste ultime forse la preda più facile e anche più ambita, per le sue risorse turistiche da sottrarre alla Spagna.

I potenti di Barcellona non hanno peraltro ancora spiegato alla CUP e alla sua organizzazione giovanile Arran, di recente balzata sul carro populista del movimento antituristico, che boicottando il turismo e riportando le isole del Mediterraneo a una condizione rurale non solo la popolazione farebbe la fame, ma il regime avrebbe meno tributi da incassare dalle colonie.

L’unica regione che verrebbe risparmiata è lo stato indipendente di Andorra, ma solo perché è il paradiso fiscale in cui i politici catalani sono soliti depositare il denaro delle loro tangenti; anche se l’ex President Jordi Pujol e la sua ricca famiglia affermano che tutti quei conti bancari clandestini sono frutto di un’eredità.

I catalani avevano democraticamente il diritto di celebrare il referendum, come gli scozzesi? Frase incompleta e tendenziosa. Un referendum dev’essere celebrato quando rispetta le leggi dello Stato in cui si tiene, quando tutte le parti sono d’accordo, quando è garantita la correttezza del voto e si rispetta la volontà della maggioranza, come è avvenuto nel caso del referendum scozzese del 2014. Da questi punti di vista, il referendum catalano non rientrava nei termini.

Un referendum secessionista di una regione autonoma non è contemplato dalla Costituzione spagnola; per autorizzarlo sarebbe necessaria un’apposita modifica del testo costituzionale, che andrebbe elaborata con procedimenti democratici e quindi rischierebbe di non essere accettata, vanificando i piani dei secessionisti, che avevano invece fretta di cogliere l’aria populista che spira in tutta Europa. Quindi il referendum è stato imposto (illegalmente, in base a quanto appena illustrato) nel Parlament presieduto da Carme Forcadell, ossequioso alla volontà del President Carles Puigdemont; ed è stato votato da una limitata maggioranza (settantadue parlamentari, contro dieci astenuti e cinquantadue che hanno lasciato l’aula dopo avere cercato invano di farsi ascoltare dai banchi dell’opposizione). Varie autorità spagnole e catalane hanno negato la legittimità del referendum, ma sono state ignorate. I secessionisti lo hanno voluto celebrare lo stesso, anche se il risultato avrebbe potuto al massimo equivalere a una simbolica raccolta di firme in favore di una modifica della Costituzione, non certo a una solida base politica per dichiarare l’indipendenza in modo unilaterale.

Il risultato del referendum è stato un plebiscito in favore della secessione? Falso: è stato l’esatto contrario. Intanto le schede potevano essere scaricate e stampate da Internet in quantità a discrezione, il che non è esattamente una garanzia del conteggio dei votanti e del rispetto della volontà del popolo, specie se è in gioco una secessione dalle gravi conseguenze che indicherò più avanti. E non si può parlare di plebiscito se la netta maggioranza della popolazione non è andata a votare: non perché gli sia stato impedito da legioni di sbirri armati per le strade, ma perché non ha attribuito legittimità al referendum e non ha voluto presentarsi ai seggi.

In un paese democratico, un referendum di questa portata dovrebbe tenere conto della maggioranza degli aventi diritto, non della maggioranza dei votanti, che guarda caso erano anche, per l’ottanta per cento, gli stessi sostenitori del referendum. La maggioranza degli aventi diritto non vuole la secessione e ha dovuto scendere a sua volta in strada per fare sentire la propria voce. Ma due milioni di fanatici secessionisti fanno più rumore di più di cinque milioni di persone che pensano a sopravvivere. E un referendum in cui la maggioranza non va a votare non solo non è un plebiscito, ma non è neanche valido.

La polizia ha reagito con eccessiva violenza il giorno del referendum? Sì, è un fatto vergognoso. Ma tristemente prevedibile e forse auspicato dai politici secessionisti. Sia prima sia durante il cosiddetto referendum, la polizia autonoma catalana (i Mossos d’Esquadra) si è astenuta dall’intervenire: stiamo parlando della stessa forza di polizia che in maggio ha ignorato l’avviso da parte degli Stati Uniti dell’imminente attentato sulle Ramblas poi avvenuto in agosto, e il cui capo Josep Lluis Trapero è stato per questo decorato dal Parlament qualche settimana dopo, in modo da accreditarlo come eroe catalano prima del referendum, laddove forse in un paese civile avrebbe dovuto dare le dimissioni.

Il compito di far rispettare la legge il giorno del referendum, ampiamente dichiarato illegale, ricadeva pertanto sulle forze nazionali spagnole: la Policia Nacional (equivalente della nostra Polizia di Stato) e la Guardia Civil (l’equivalente dei nostri Carabinieri), quindi su elementi in buona parte non-catalani: gente vista e trattata ogni giorno come “truppe d’occupazione”, disprezzata come “straniera”.

Fate ribollire per qualche anno la collera di un poliziotto discriminato, poi mettetelo in una situazione in cui ha in mano un manganello e facoltà di usarlo, con davanti un gruppo di fanatici lamentosi e vittimisti che lo insultano una volta di troppo… e poi “stupitevi” se questo comincia a spaccare qualche testa. Scommetto che certi individui in qualche stanza del potere a Barcellona sono rimasti delusi che ci sia stato “solo” un migliaio di feriti: per qualcuno sarebbe stato più opportuno se ci fosse scappato il morto. Un martire fa sempre comodo, tanto non è la testa del potente di turno quella che viene spaccata.

Ma, mentre tutti pensavano ai due milioni che passavano per povere vittime del perfido governo spagnolo, nessuno pensava ai cinque milioni in ostaggio dei secessionisti che stavano giocando dispoticamente con il loro futuro. In altri tempi o in altre aree geografiche, per proteggere i milioni di cittadini silenziosi, un governo non si sarebbe limitato a mandare qualche squadra di poliziotti, ma avrebbe spedito l’esercito, i cannoni e i carri armati.

La Catalogna è vittima di criminali europeisti? Falso, a meno che per “criminali europeisti” non si intenda proprio… il governo catalano. I politici secessionisti – o almeno quelli del PDeCat – si dichiarano europeisti e si sono sempre comportati come se la Catalogna indipendente fosse destinata a un ingresso automatico nell’Europa unita. Non a caso Puigdemont è fuggito a Bruxelles.

Peccato che la loro fosse solo una promessa elettorale. L’uscita della Catalogna dalla Spagna comporterebbe infatti l’uscita dall’Europa. E dall’euro, con la creazione di una nuova moneta catalana e tutti i traumi che questo implica. È bene ricordare che in Spagna l’ingresso nell’euro non ha comportato tutti i problemi che si sono avuti in Italia. Ma, soprattutto, contrariamente a quanto raccontano i populisti, eliminare l’euro non è il toccasana dei problemi economici di un paese, così come abbandonare l’Europa – Brexit docet – crea più difficoltà che soluzioni. L’uscita dall’Europa comporterebbe anche che l’importante snodo aeroportuale di Barcellona non si troverebbe più nell’area Schengen, sconvolgendo i trasporti in tutta l’area perché la Catalogna diverrebbe un paese extra-comunitario.

Ma l’aspetto più grave è che le aziende catalane, che costituiscono la ricchezza della regione, diverrebbero straniere per la Spagna ed extracomunitarie per l’Europa, perdendo per i loro prodotti quelli che oggi sono i mercati nazionali e continentali. Chi può si trasferisce, come avevo previsto tempo fa in un mio articolo su Fronte del Blog. L’esodo è cominciato subito e non si tratta di un’imposizione dei malvagi nazionalisti spagnoli, come ha affermato qualcuno, bensì della necessità di sopravvivenza delle aziende e della tutela dei posti di lavoro, anche di coloro che non si rendono conto delle conseguenze di un’indipendenza catalana. Chi non può staccarsi fisicamente dalla Catalogna – per esempio le aziende vinicole – trasferisce almeno la sede legale. Per chi non lo fa, la perdita dei mercati potrebbe significare il fallimento e la disoccupazione per i dipendenti. Disoccupazione per la quale i catalani non potrebbero più contare, beninteso, sui sussidi fino a oggi pagati da Madrid.

La Catalogna viene derubata e disprezzata dal governo centrale di Madrid? Anche se – a imitazione dei nostri leghisti lombardi della prim’ora a proposito di Roma – i secessionisti catalani parlano di una Madrid ladrona, la loro Comunità autonoma è tra quelle che ricevono maggiori finanziamenti dal governo centrale. Scrive ancora il gruppo catalano non secessionista “Catalunya somos todos, tots som España”: «Denunciamo la menzogna del nazionalismo [catalano] quando dice che la Spagna deruba la Catalogna, e il presunto disprezzo [degli spagnoli] nei confronti dei catalani».

Chi mostra disprezzo nei confronti di qualcuno sono i più fanatici secessionisti catalani verso gli spagnoli non-catalani. Nella primavera del 2017 mi è bastata mezz’ora di transito all’aeroporto di Barcellona per assistere a una scena di sprezzante razzismo da parte di un catalano nei confronti di un viaggiatore che dall’accento poteva essere di Madrid. Purtroppo l’esaltazione indipendentista ha acceso anche l’arroganza di individui che passano dall’atteggiamento di superiorità al più viscido vittimismo.

Ed è ancora da chiarire quanta parte delle operazioni volte all’indipendenza catalana siano state finanziate con denaro pubblico proveniente da Madrid e sottratto dai potenti di Barcellona alle vere necessità degli abitanti della Catalogna, necessità di cui nessuno si è occupato per oltre tre anni perché il Govern si dedicava esclusivamente alla secessione.

Quali altre conseguenze ha il secessionismo catalano? La prima è stata la crisi politica spagnola, che ha portato al consolidamento del Partido Popular, costato due tornate elettorali nazionali in sei mesi e il rischio di una terza, perché l’ostinato Mariano Rajoy, benché alla testa di un partito con seri problemi di corruzione, è apparso come un baluardo contro il separatismo e contro la demolizione di una Spagna appena riemersa con molti sacrifici dalla crisi economica globale. Ne ha fatto le spese il Partito Socialista, che avrebbe dovuto alternarsi nel governo da Madrid al Partido Popular, ma è stato eroso oltretutto da sinistra dal movimento Podemos, che invece ha strizzato l’occhio alla secessione catalana. Poco ha potuto fare l’altra forza politica di nascita recente (di centro-destra), Ciudadanos, il cui leader è il catalano Albert Rivera e la cui esponente Inés Arrimadas, capo dell’opposizione al Parlament di Barcellona, si è battuta invano contro un voto pro-referendum già deciso fuori dall’aula.

La seconda conseguenza sono i danni già procurati alla vita e all’immagine della Catalogna da più di tre anni di fanatismo secessionista, cui si è aggiunto, per quanto molti sembrino essersene dimenticati, l’attentato jihadista in agosto sulle Ramblas. Il resto dipende dal futuro: se il separatismo dovesse vincere il 21 dicembre e tornare alla carica, la regione avrebbe come alternative una dittatura catalanista, un’inevitabile repressione spagnola o una guerra civile. La Spagna si disgregherebbe: perché la Catalogna sì e non i Paesi Baschi? In Europa si darebbe origine a un pericoloso precedente, che inciterebbe alla dissoluzione delle nazioni, in ossequio agli interessi di dittatori sempre più piccoli, in cerca di denaro, potere e impunità sulla pelle di masse pronte a credere a promesse inconsistenti dagli effetti disastrosi.

(Foto. Barcellona, 1979, copyright Andrea Carlo Cappi)

Andrea Carlo Cappi

DA ALGAMA IN DIGITALE, DI ANDREA CARLO CAPPI:

Chi è Andrea Carlo Cappi

Andrea Carlo Cappi, nato a Milano nel 1964, vive da anni tra l'Italia e la Spagna. È uno dei più attivi scrittori italiani di letteratura di genere, spaziando fra thriller, avventura e fantastico. Dal 1993 ha pubblicato cinquanta titoli fra narrativa e saggistica e più di un centinaio di racconti. È anche traduttore di numerosi bestseller dall'inglese e dallo spagnolo e ha curato varie edizioni italiane dell'agente 007. Ha scritto i racconti e romanzi del "Kverse", l'universo thriller che riunisce le serie "Nightshade" (da Segretissimo Mondadori, firmata a volte con lo pseudonimo François Torrent), "Medina" (Il Giallo Mondadori, Segretissimo Mondadori) e "Black" (Cordero Editore). Sono riapparsi di recente in libreria "Medina-Milano da morire" (Cordero), "Nightshade-Obiettivo Sickrose" (Cento Autori), cui si aggiungono le novità "Black and Blue" e "Back to Black" (Cordero). Algama Editore (www.algama.it) sta pubblicando in ebook parecchi titoli editi e inediti di questo ciclo: "Malagueña", "Dossier Contreras", il serial "Missione Cuba", "Black Zero", "Black and Blue". Cappi ha dato vita anche a una saga horror-erotica con il romanzo "Danse Macabre-Le vampire di Praga" (Anordest). Ha collaborato al serial di RadioRAI "Mata Hari" e ai fumetti di "Martin Mystère", personaggio cui ha dedicato racconti e romanzi originali, tra cui "L'ultima legione di Atlantide" (Cento Autori). Ha scritto poi quattro romanzi originali con protagonisti Diabolik ed Eva Kant, ora ripubblicati da Excalibur/Il Cerchio Giallo. Per Algama è autore dell'ebook "Fenomenologia di Diabolik", saggio autorizzato sul Re del Terrore e il suo mondo in tutte le loro declinazioni, ora riproposto in un volume illustrato a colori da Edizioni NPE. Sono disponibili in ebook anche il saggio "Le grandi spie" (Vallardi), il mystery "Il gioco della dama" (dbooks.it), le storie erotiche de "La perfezione dell'amore" (Eroscultura) e il racconto fanta-erotico "Nuova carne" scritto a quattro mani con Ermione (Eroscultura); con lei Cappi ha pubblicato inoltre per Algama gli ebook "Tutto il ghiaccio del mondo" e "Cosplay". Gestisce con Giancarlo Narciso il webmagazine Borderfiction.com e con Fabio Viganò il blog "Il Rifugio dei Peccatori".

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