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“La leggenda del Vampa” e il Mostro di Firenze: la dubbia colpevolezza di Pietro Pacciani – PARTE QUARTA

 

 

Si torna a parlare del Mostro di Firenze. Davvero finora si è fatta giustizia? Ecco la conclusione dello speciale di Fronte del Blog, curato da Rino Casazza

IL PROCESSO AI COMPAGNI DI MERENDE

“La leggenda del Vampa” dedica ampio spazio alla vicenda giudiziaria che ha portato, dopo conferma nei tre gradi di giudizio, alla definitiva condanna di Mario Vanni e Giancarlo Lotti in quanto complici di Pacciani nei delitti del Mostro ( non tutti, e già questa è una contraddizione).

Alessandri si mostra convinto della piena bontà dell’impianto accusatorio alla base di tale pronuncia.

Bisogna dire che è troppo benevolo.

La colpevolezza di Vanni e Lotti, che coinvolge necessariamente quella del ( defunto e perciò formalmente intoccato dalla sentenza) Pacciani continua a non persuadere.

Dal punto di vista logico, la condanna dei “compagni di merende” si fonda su due presupposti:

a) la piena credibilità del reo confesso, e pentito, Giacarlo Lotti, l’unico del “malefico” terzetto ad aver ammesso la propria responsabilità nei delitti del “Mostro”, raccontando la dinamica degli ultimi quattro.

b) l’esistenza di un “legante” tra Pacciani, unico portatore dell’odio verso le coppiette isolate, e i due complici.

Riguardo al primo punto, bisogna osservare che Lotti, in qualità di testimone-correo, ha ottenuto l’equiparazione a”collaboratore di giustizia”. Per i vantaggi che derivano da questa condizione, è noto il principio, sancito dalla Corte di Cassazione in occasione del “caso Tortora”, che le testimonianze dei pentiti devono essere sempre confermate da precisi riscontri di fatto.

In altre parole per un pentito non basta la semplice valutazione discrezionale da parte del giudice sulla sua attendibilità.

Riguardo a Lotti, soprannominato dai compaesani “Katanga”, le argomentazioni di Alessandri, coincidenti con quelli dei giudici del processo ai ” compagni di merende”, presentano una contraddittorietà di fondo.

Da un lato si evidenzia che Lotti era un soggetto con un accertato deficit intellettivo, un emarginato pieno di complessi che viveva ai confini della società.

Ricordiamo che Francesco Ferri, Presidente della Corte di Assise, quando seppe l’identità del testimone chiave che aveva indotto la Procura fiorentina a chiedere di rinviare la sentenza di primo grado, liquidò la questione sostenendo che a sentir parlare di Lotti come complice del “Mostro” i suoi compaesani si sarebbero messi a ridere.

Un minorato psichico, dunque, con un Q.I. pari alla metà di quello di un individuo normale, abbandonato da tutti, senza fissa dimora, che viveva di carità ed espedienti.

Eppure questo vero e proprio reietto, con gravi difficoltà ad esprimersi sia a voce che per iscritto, riesce a sopportare sulle sue spalle il carico di raccontare, in modo coerente e plausibile, una vicenda complessa e intricata come quella dei delitti del Mostro.

Infatti, lo fa per gradi, modificando via via la propria versione, che parte dall’ammettere un’improbabile presenza casuale, assieme a un amico parimenti balordo, sulla scena dei delitti degli Scopeti, fino a giungere a confessare, sotto il pungolo degli investigatori, un ruolo di “basista” al seguito dell’assassino, Pacciani, e del suo “macellaio” improvvisato, Vanni, colui che effettuava con un coltellaccio le macabre escissioni sui cadaveri femminili.

L’incalzare degli inquirenti finisce per indurlo ad ammettere anche un marginale ruolo di sparatore in un delitto.

Si ritrova questa “doppia faccia” del buffo “Katanga” nella perizia effettuata su di lui dagli psicologi forensi Fornara e Lagazzi su incarico per Pubblico Ministero. Negli ampi stralci che nel libro Alessandri dedica alla loro relazione, gli illustri professori, pur confermando i noti limiti intellettivi e relazionali di Lotti, concludono per la sua piena lucidità, sotto cui si cela addirittura un fondo di astuzia.

Non tutti sanno nel suo libro “La verità sul Mostro di Firenze” Antonio Segnini, facendo leva su queste insospettabili qualità di Lotti, arriva a identificare in lui l’unico Mostro che, vistosi scoperto e messo alle strette, avrebbe scelto il male minore di una chiamata di correo nei confronti degli innocenti Pacciani e Vanni piuttosto che confessare.

Teoria suggestiva, e sicuramente troppo ardita, ma che forse permette di superare meglio l’obiezione più forte , di cui tra poco parleremo, all’accusa contro i “compagni di merende”.

Comunque, nelle rivelazioni di Lotti imprecisioni e incongruenze non sono mancate, alimentando il dubbio sulla genuinità del suo pentimento.

Eclatante, a tal proposito la dichiarazione da parte di Lotti di aver ascoltato gli strilli della ragazzina uccisa nel delitto di Vicchio, in un momento in cui secondo i rapporti autoptici risultava già in coma. Ma anche nel delitto di Baccaiano la dinamica del delitto da lui riferita sembra troppo complessa per adattarsi alla stretta finestra temporale tra i due ultimi avvistamenti dell’auto da parte dei testimoni.

Veniamo al punto b)

L’esperienza non ha ancora fornito esempi di “gruppi di serial killer “.

Si registrano solo casi di serial killer che hanno coinvolto nei propri crimini un partner amoroso o uno stretto famigliare, condizionandolo in un tipico rapporto incube-succube.

Per sostenere la tesi che a commettere gli omicidi del “Mostro di Firenze” sia stata la banda dei “compagni di merende” bisogna riclassificarli da omicidi seriali a omici commessi dagli stessi autori.

Ma la ripetitività e ritualità delle sanguinarie gesta del “Mostro”, e il loro legame con motivazioni personali di origine psicopatologica, tratti tipici dell’azione di un serial killer, sono chiare.

Dovendo continuare ad attribuire al solo Pacciani la coazione a ripetere l’omicidio di una coppia che sta facendo l’amore in auto, si è reso necessario individuare un movente plausibile all’aggregarsi dagli altri due.

Giustificarlo con la dominanza psicologica di Pacciani avrebbe potuto reggere in un rapporto a due ( Pacciani-Vanni o, meglio ancora, vista la labilità psicologica del secondo, Pacciani-Lotti), ma in un terzetto sarebbe stata difficile da sostenere.

Ha fornito lo spunto per la quadratura del cerchio il fatto che Pacciani, tra le molte pecche rivelate da chi lo conosceva, direttamente o di fama, aveva anche la frequentazione con un personaggio misterioso, dedito a pratiche esoteriche, il “mago” Salvatore Indovino.

A ciò si è aggiunta la scoperta del “tesoro” occulto di Pacciani, un bel gruzzolo di qualche centinaia di milioni investito in buoni postali, affidato a una suora che si prendeva cura di lui dopo l’abbandono da parte della moglie.

En passant annotiano che questo “tesoro” potrebbe spiegarsi, ragionevolmente, con introiti in nero per attività illecite ( bracconaggio o contrabbando per esempio) che un “trafficone” borderline con la legalità come Pacciani avrebbe potuto accumulare e mettere da parte grazie alla sua “biblica” ( anche questa accertata) taccagneria.

Ha preso invece forma l’ipotesi, confermata dalle rivelazioni di Lotti circa gli incontri di Pacciani con un misterioso dottore, mai identificato , e la parallela scoperta di un  “tesoro” , anche se meno ingente, in liquidità posseduto da Vanni, che il pactum sceleris che univa  l’anomala banda dei “compagni di merende” fosse il “commercio” delle parti femminili asportate, particolarmente appetite da una setta di satanisti, anche questa mai individuata, per i loro blasfemi riti.

Questa ipotesi ha il pregio di rendere superflua la traballante teoria circa il trauma subito da Pacciani in conseguenza del tradimento di Miranda Bagli, sfociato poi dell’assassinio del rivale, nel 1951.

Il “contadino di Mercatale” muta geneticamente la sua natura: non più serial killer di coppiette, ma “fornitore” di pezzi di cadavere per circoli esoterici. E i suoi complici diventano soci in affari.

La sentenza sui “compagni di merende”, nel condannare Lotti e Vanni, e implicitamente anche Pacciani, ha sposato questa teoria, rinviando espressamente a future indagini il disvelamento del cosiddetto ” secondo livello”, ovvero i mandanti degli omicidi dei “compagni di merende”.

Costoro potrebbero aver suggerito ai tre incolti popolani le specifiche di tempo e di luogo e le modalità rituali con cui commettere i delitti.

Tutto molto suggestivo, ma i dubbi restano tanti.

Come mai Lotti non ha accumulato nessun tesoretto? Perché “Katanga”, giudicato meno sprovveduto di quel che appare, partecipava a quegli omicidi mercenari senza nessun tornaconto?

Posto che per lungo tempo l’ ‘assassino Pacciani e il “macellaio” Lotti avevano agito con successo da soli, perché ricorrere a un “palo”?

Quale bizzarro rito satanico prevede di procurarsi il pube e il seno di una donna ammazzata a pistolettate insieme all”amante su un’auto infrascata, di notte, in campagna?

Possibile che una raffinata setta di cultori del satanismo si servisse di una manovalanza tanto rozza, che operava con enorme, certo indesiderabile clamore?

L’elenco delle domande senza risposta è destinato ad accrescersi finché i misteriosi committenti dei delitti del Mostro non verranno smascherati.

IL SECONDO LIVELLO

L’ultima parte del libro di Alessandri è dedicata alle indagini sulla enigmatica “cupola” che manovrava i tre “compagni di merende”.

Anche questo capitolo, come il resto della vicenda del Mostro, è fatto di appassionanti misteri.

Le indagini sul “secondo livello” sono state condotte, all’inizio, del Commissario Michele Giuttari in veste di Capo del Gides ( Gruppo Investigativo Delitti Seriali), costituito nel 2003.

Il grosso di questo filone d’inchiesta ha riguardato il caso del medico perugino Francesco Narducci, morto sul Lago Trasimeno, in circostanze misteriose, all’indomani dell’ultimo delitto del Mostro, nel 1985.

L’ipotesi, avvalorata da alcune clamorose intercettazioni, è che Narducci, spesso in soggiorno nel fiorentino, sia stato il, o uno dei mandanti dei “compagni di merende”, in qualità di membro di una setta satanista di cui avrebbero fatto parte personaggi importanti, con legami con la Massoneria.

In questa eventualità la morte del dottore, considerata inizialmente un suicidio, sarebbe in realtà un omicidio, compiuto dai “compagni” di setta, analogamente a quanto si dice sia avvenuto per Pacciani.

Anche sulle cause naturali della morte del “contadino di Mercatale”, infatti, sono stati manifestati dubbi.

Le indagini legate alla figura di Narducci si sino trascinate, con vicende alterne, sino a al 2014, quando è intervenuta la definitiva archiviazione della pista.

Significativo il caso riguardante il giornalista Spezi, incriminato e arrestato nel 2006 per un presunto tentativo di “turbativa” nei riguardi delle indagini sulla morte del medico fiorentino.

Spezi, sostenitore di una tesi alternativa a quella di una pluralità di serial killer, è stato poi prosciolto.

I “veleni” della vicenda Narducci ( che ha portato anche all’incriminazione, poi non concretizzarsi in condanna, del Capo del Gides, ora passato ad altro incarico, per abuso d’ufficio e indagini irregolari) rivelano il conflitto tra quanti, all’interno della stessa magistratura, ritengono improduttiva la pista del “secondo livello” e quanti , compreso Alessandri, la reputano invece basilare.

La circostanza che, a 17 anni di distanza dal passaggio in giudicato della sentenza sui “compagni di merende”, le indagini, nonostante l’impegno, non abbiano dato alcun frutto, rafforza le perplessità sulla condanna di Lotti e Vanni e, di conseguenza, sulla responsabilità di Pacciani.

La possibilità, adombrata da taluni, che l’insuccesso della pista del “secondo livello” sia dovuto all’intervento “insabbiatore” dei potentissimi membri della setta esoterica sovrastante ai “tre Mostri”, è per ora indimostrata.

(fine)

Rino Casazza

Vedi anche dello stesso autore, di argomento analogo:

Il caso di Yara Gambirasio: il D.N.A. e la pistola fumante

“La leggenda del Vampa” di Giuseppe Alessandri: la dubbia colpevolezza di Pietro Pacciani:- PARTE TERZA

“La leggenda del Vampa” di Giuseppe Alessandri: la dubbia colpevolezza di Pietro Pacciani- PARTE SECONDA

La leggenda del Vampa” di Giuseppe Alessandri: la dubbia colpevolezza di Pietro Pacciani- PARTE PRIMA

L’eterno ritorno del Mostro di Firenze 

La leggenda del mostro muratore

La condanna di Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara: la logica e la giustizia

TUTTI I THRILLER DI RINO CASAZZA:

Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Ha pubblicato diversi thriller, tra cui "La logica del Burattinaio", scritto con Daniele Cambiaso ed edito da Algama, ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli. Specializzato sui romanzi apocrifi sugli investigatori più noti di sempre, il suo ultimo giallo è "Sherlock Holmes, Padre Brown e l'ombra di Dracula"

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