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“THANATOS, PULSIONE DI MORTE” DI LAURA VERONI: L’AFFASCINANTE FEROCIA DEL SERIAL KILLER

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Laura Veroni è una talentuosa scrittrice varesina distintasi, negli ultimi anni, per la serie della magistrata Elena Macchi, dura “mangiauomini”dal cuore tenero con una intelligenza investigativa alla Poirot e un piglio determinato alla Mike Hammer.
Le inchieste della Macchi hanno dato vita, finora, a tre romanzi : I delitti di Varese, Varese non aver paura e Concerto di morte, tutti editi da Fratelli Frilli, ma in questo post non mi occuperò della saga “elenamacchiana” della Veroni, bensì di un suo romanzo senza personaggi fissi ( almeno per ora), recentemente pubblicato, dal titolo emblematico : “Thanatos, pulsione di morte”. Thanatos, per i pochi che non lo sapessero, è appunto il termine del greco antico con cui si indica la morte.
Com’è facile prevedere, ci troviamo dentro una storia di delitti  crudi, per la precisione in un’indagine per far luce sulle gesta sanguinarie di un omicida appartenente alla categoria di assassini più sfuggente ed angosciosa: i “serial killer”, che nella nostra lingua si dovrebbe dire “assassini compulsivo-ripetitivi”.
Diciamo subito che Laura non è nuova ad occuparsi di “serial killer”, visto che in due delle sue tre inchieste la Macchi da’ la caccia ad uno di loro.
In Thanatos l’interesse per questo tipo di criminale si esplicita ancor più chiaramente, dato che al centro della storia sta proprio lui: un’assassino dalla mente oscura e distorta che uccide nello stesso modo rituale lo stesso genere di vittima, nella fattispecie giovani e belle accompagnatrici.
Per la verità in Thanatos ci sarebbe anche una coppia di investigatori accattivanti, il Commissario Micheli e l’Ispettrice Bruni, che prova a prendersi un po’ di scena e s’intuisce poter ritornare in altre storie, ma l’autrice si attiene al progetto di esplorare soprattutto la figura e le torbide motivazioni di un “assassino compulsivo-ripetitivo”assai emblematico.
Emblematico ma anche molto sui generis, aggiungiamo subito, fermandoci qui nel parlare della trama, per il rischio di fornire indebite anticipazioni.
Parleremo, invece, della scelta, mirata prima ancora che azzeccata, di aprire ogni capitolo con citazioni tratte dalla cinematografia dei serial killer.
Crediamo di aver capito che l’autrice si sia riproposta di mettere un di più in questo genere che, tradizionalmente, ha sfondato sul grande schermo, dove l’angoscia nel non riuscire a prevedere chi l’assassino, in apparenza privo di qualsiasi movente, possa colpire e l’orrore per la sua disumana spietatezza trovano nella visività un potente moltiplicatore.
Così la Veroni, senza trascurare di tradurre sul piano letterario le classiche atmosfere thrilling del cinema sui serial killer, lavorando molto dell’incertezza che deriva dalla tipica “plurisospettabilità”del colpevole, si propone soprattutto di far luce sul perché il suo “assassino compulsivo-ripetitivo”ammazza innocenti, un approfondimento in cui l'”immagine in movimento”paga dazio rispetto alla parola scritta.
Sarà perché Laura viene da studi psicologici?
Non sono sicuro che il solo motivo sia questo, e siccome condivido con lei l’imbarazzante “passionaccia”letteraria per i serial killer, ho pensato di intervistarla sull’argomento.

RINO: Cara Laura, ti prego di sgomberare subito il campo da un equivoco rispondendo alla domanda che, tra il serio e il faceto molti, pongono a me riguardo al “pallino”, che ci accomuna, sui “serial killer”: non è che scrivere storie in cui li metti in campo è una valvola di sfogo per non trasformarti in uno di loro nella realtà?
LAURA (risata) : io serial killer? Non c’è pericolo. Al contrario, potrei piuttosto essere una vittima. Per essere serial killer bisogna possedere sangue freddo e conservare sempre la lucidità nelle situazioni estreme. Io non sono coraggiosa: ho paura della mia ombra. Possiamo dire che scrivere di serial killer è un buon metodo per esorcizzare la paura.
RINO: Ne ero sicuro. Anche io sono simile a te: pensa che ancora non riesco a rivedere l’Esorcista dopo l’angoscia provata vedendolo la prima volta, e malgrado sia attratto dal genere horror, non mi azzarderei mai a guardare un film di paura mentre sono solo in casa. Acclarato che siamo entrambi innocui, ti chiedo a questo punto se ritieni che i serial killer siano oggetti sconosciuti e incomprensibili, oppure, pur nella loro alienità, si comportano in quel modo distorto per ragioni in qualche modo ricostruibili .
LAURA: Anch’io, Rino, non mi azzarderei mai a guardare un horror da sola, infatti li guardo in compagnia. Sono sempre stata attratta e affascinata da film che incutono paura, sin da bambina.
Come te, c’è un film che mi ha profondamente turbata e che ho rivisto una seconda volta, a distanza di oltre vent’anni, rimanendone scossa più della prima: La casa dalle finestre che ridono, di Pupi Avati. Quanto all’Esorcista, confesso di non avere mai visto il film, ma ho tentato di leggere il libro. Avevo circa undici anni. Lo stava leggendo mio padre e lo riponeva sopra una mensola della libreria. Mi aveva proibito categoricamente di leggerlo, ma io lo facevo di nascosto. Non lo lessi tutto: mi terrorizzava. Credo che le parole scritte abbiano un potere maggiore rispetto alle immagini: si insinuano profondamente nell’inconscio, ti trascinano dentro alla storia, te la fanno vivere come se ne fossi il protagonista, quindi l’angoscia è veramente potente. Venendo ai serial killer, ti dirò che la loro mente mi intriga parecchio, quasi una torbida attrazione verso il mondo del male. Mi piacerebbe sapere come siano diventati “mostri”, quali siano gli eventi che hanno segnato la loro vita, e ancor più la loro psiche, per indurli ad agire in modo così crudele verso i loro simili. Sono certa che non siano “oggetti incomprensibili”, bensì soggetti che si comportano in quel modo distorto per ragioni assolutamente comprensibili. Mi rifiuto di credere che quel tipo di crudeltà sia innata nell’individuo, c’è sicuramente una ragione che spinge questi soggetti ad agire come agiscono. Ho letto di recente “Una stanza piena di gente”, che tratta di un soggetto con ben ventiquattro personalità diverse, di cui due deviate. E’ tratto da una vicenda vera. L’ho trovato un libro sconvolgente e al contempo affascinante. Qualche anno fa, lessi “Serial killer” di Lucarelli e Picozzi e, sempre degli stessi autori, “Tracce criminali”. Una delle vicende, da loro riportata, mi ispirò la stesura di un racconto, “Delirium”, pubblicato nell’antologia “Nudi e Crudi”, edita da Eclissi. Il mio interesse per la cronaca nera è nato ai tempi del terribile massacro del Circeo. All’epoca ero solo una bambina di dodici anni. Rimasi sconvolta dalle immagini del ritrovamento del corpo senza vita di Rosaria Lopez e dalla testimonianza dell’amica Donatella Colasanti, miracolosamente scampata alla morte.
RINO: C’è chi sostiene che i serial killer ci affascinano perché sono lo specchio di ciò che noi siamo nel profondo, e che potremmo diventare se non funzionassero a dovere i freni inibitori. Che ne pensi?
LAURA: Penso ci sia un fondo di verità. In effetti, confesso, tante volte avrei desiderato strozzare qualcuno. Credo che, quando certi sentimenti, come la rabbia o l’eccessiva frustrazione, prendono il sopravvento, si scateni nel profondo di ognuno l’impulso di compiere un gesto “estremo”, per non dire sconsiderato. La differenza tra una persona normale e una che devia dalla normalità sta proprio, come dicevi tu, nei freni inibitori. Il Super Io, termine della psicoanalisi, rappresenta proprio le regole che ogni individuo apprende dal momento in cui viene al mondo grazie agli insegnamenti dei genitori e che sono quelle che aiutano a distinguere il bene dal male, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ciò che si può fare da ciò che non si può fare. Il Super Io di un serial killer è debole di fronte all’Es, sede degli istinti primordiali, territorio delle pulsioni, dove non vige alcuna regola, dove la morale non esiste. Se tutti noi dovessimo agire seguendo gli istinti, penso che ci sarebbero molti più criminali nel mondo di quanti ce ne siano in realtà.
RINO: C’è un film, credo tu lo conosca, che mi ha sempre spiazzato: “Il profumo. Storia di un assassino”. Il serial killer protagonista, Jan Baptiste Grenouille, dotato di un olfatto miracoloso, a un certo punto, all’inquisitore che gli chiede perché abbia ucciso una serie di giovani ragazze, risponde, semplicemente, “mi serviva”. Ecco: questa è un po’ l’altra scuola di pensiero sui serial killer, su cui vorrei un tuo parere: l’“assassino compulsivo-ripetitivo” come un individuo di un’altra razza, che vive l’omicidio come un bisogno di cui non si vergogna, e deplora che tutti i gli altri, i normali, non glielo lascino tranquillamente soddisfare…
LAURA: Questa volta ti dico che non ho visto il film, ma ho letto il libro, che ho trovato perversamente affascinante. Mi risulta difficile rispondere, però, a questa domanda, non essendo né una psichiatra né una serial killer. Ti darò quindi un parere del tutto personale. Trovo sia una motivazione moralmente e socialmente inaccettabile quella di giustificare l’assassinio come la risposta a un bisogno: se così fosse, cadrebbe la barriera che separa il bene dal male con conseguenze veramente drammatiche. Ma io faccio parte dei “normali” e non posso che pensarla in questo modo.
Gianluca Massaro ne “La ricostruzione del profilo psicologico-comportamentale del serial killer”, spiega come l’infanzia sia un momento fondamentale per la salute fisica e mentale del futuro adulto e sottolinea quanto sia importante la formazione di un buon “legame di attaccamento” fra il bambino e chi si prende cura di lui. La frantumazione o la mancata formazione del “legame di attaccamento” può produrre un individuo incapace di provare empatia, affetto o rimorso per un altro essere umano, caratteristiche queste comuni anche agli assassini seriali. Io ritengo che proprio in quanto incapaci di provare empatia nei confronti del prossimo, gli assassini compulsivo ripetitivi non possano comprendere chi non accetta il loro bisogno.
RINO: Hai qualche anticipazione da farci sulla tua prossima produzione letteraria? Sono in arrivo altre storie che ci terranno col fiato sospeso?
LAURA: Sì. Tra Gennaio e Febbraio è prevista l’uscita del quarto libro della serie Elena Macchi sempre con i Fratelli Frilli Editori. Anche qui è presente un serial killer spietato e perverso, proprio come piace a noi. Il titolo non è ancora stato deciso, per cui non posso fare rivelazioni in merito. Anche questa storia è ambientata nella mia Varese e vede la presenza di una psicologa che collabora nella soluzione delle indagini.
Grazie per l’intervista. Ho trovato le domande molto interessanti. Spero di averti dato risposte sufficientemente esaurienti.

RINO: Sì, credo che sia venuta fuori una bella panoramica sull’argomento!

Rino Casazza

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Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si è trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora al Teatro alla Scala Di Milano. Ha pubblicato una cinquantina di racconti e undici romanzi che svariano in tutti i filoni della narrativa di genere, tra cui diversi apocrifi che vedono rivivere come protagonisti i più grandi detective della letteratura di genere. Gli ultimi romanzi pubblicati sono Il serial killer sbagliato, Algama, 2018; Al tempo del Mostro, 2018, rivisitazione in chiave fantascientifica della vicenda del Mostro di Firenze; il libro per ragazzi Lara e il diario nascosto, Fratelli Frilli, 2018, scritto insieme a Daniele Cambiaso e, sempre in collaborazione con lo stesso autore, L’Angelo di Caporetto, 2017, uscito prima per Algama e poi in allegato a Il Giornale nella collana “Romanzi storici”, Gli enigmi di Don Patrizio, Algama, 2016. Per la collana Gli apocrifi di Algama sono usciti: Sherlock Holmes, Padre Brown e l’ombra di Dracula ; Padre Brown, Philo Vance e l’Angelo della Morte, ; Sherlock Holmes, Padre Brown e il delitto dell’indemoniata ; Sherlock Holmes, Auguste Dupin e il match del secolo ; Sherlock Holmes, Charlie Chan e il salvataggio del Titanic salutati con grande favore dalla critica per l’originalità delle trame. L'ultima fatica è un trittico di romanzi apocrifi su Auguste Dupin, l'investigatore inventato da Edgar Allan Poe Sempre per Algama ha pubblicato l’antologia Il trucco dei due poliziotti, 2019.

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