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“La leggenda del Vampa” e il Mostro di Firenze: la dubbia colpevolezza di Pietro Pacciani – PARTE TERZA

 

Si torna a parlare del Mostro di Firenze. Davvero finora si è fatta giustizia? Continua lo speciale di Fronte del Blog, curato da Rino Casazza

IL SECONDO PROCESSO PACCIANI

Malgrado Alessandri si profonda in elogi alla sentenza “Ognibene” e in pesanti critiche alla “sentenza Ferrari”, la sconfessione in appello della pronuncia di primo grado non è stata né sorprendente né scandalosa.

Che la condanna di Pacciani da parte della Corte di Assise nel 94 fosse tutt’altro che convincente lo dimostrano, oltre che la divisione di opinione pubblica e commentatori tra colpevolisti e innocentisti, due fatti illuminanti.

Nel processo di primo grado, l’ avvocato di parte civile Santoni Franchetti, pur concludendo comunque per una richiesta di condanna, manifestò espressamente, e clamorosamente, tutto il suo disagio per la natura incerta, e meramente indiziaria dell’impianto accusatorio.

Inoltre la stessa procura fiorentina, all’indomani della sentenza “Ognibene” diede una decisa accelerazione alle indagini supplementari, culminate nella incriminazione dei “compagni di merende”, nella evidente consapevolezza che gli elementi a carico di Pacciani fossero deboli, col forte rischio di una bocciatura in appello.

L’indagine supplementare, che lo stesso Alessandri definisce “sprint” , ha ingaggiato una sorta di gara contro il tempo col processo di secondo grado, giungendo in extremis a portare in questo ( o meglio a tentar di portare, visto che la Corte di Assise di Appello non accettò le prove aggiuntive) più sostanziosi elementi, ovvero dichiarazioni, raccolte da testimoni oculari dei delitti, che individuavano almeno un complice, Mario Vanni.

Come si è detto, i giudici di secondo grado vissero con insofferenza il colpo a sorpresa, sul filo di lana, della richiesta di valutare prove “fresche”.

Al di là della diatriba , in punta di diritto, se il diniego della Corte di Assise di Appello ad un supplemento di dibattimento fosse corretto o no ( la Corte di Cassazione poi si espresse per il no, riaprendo la causa) resta il fatto che non solo il collegio giudicante si trovò d’accordo sull’assoluzione di Pacciani, ma questa fu addirittura richiesta dal Pubblico Ministero, Piero Tony.

Se è ingiusto e comunque indimostrato sostenere che alla base della condanna in primo grado ci fossero le distorsioni e finanche gli inquinamenti dell'”inchiesta Pacciani”,  ciò deve valere anche per l’assoluzione in appello, sulla quale Alessandri adombra condizionamenti dovuti al clima politico contrario agli eccessi inquisitori della magistratura.

Penso di potermi sbilanciare sostenendo che, senza l’individuazione dei complici di Pacciani attraverso l'”inchiesta bis”, la condanna del “contadino di Mercatale” non avrebbe retto nemmeno in Cassazione.

Vediamo perché riesaminandone i presupposti più importanti, indicati nella SECONDA PARTE.

1) e 2) La psicologia e il comportamento di Pacciani

Come involontariamente mette in evidenza il libro di Alessandri, pur intendendo sostenere l’opposto, la personalità del “contadino di Mercatale” che emerge dal quadro accusatorio presenta troppe sfaccettature, contraddittorie tra di loro.

Se ci si passa l’espressione, Pacciani come “Mostro” deve sostenere troppe parti in commedia.

Sarebbe un individuo rozzo e primordiale, bugiardo impenitente e maldestro al limite della macchietta, e al tempo stesso un criminale freddo, astuto e pianificatore, tanto da aver tenuto in scacco gli inquirenti per tren’anni, architettando anche macchiavellici depistaggi.

Sarebbe un sessuomane pervertito e disinibito, tanto da aver commesso la trasgressione più spregevole, ovvero l’incesto nei confronti delle figlie, e al tempo stesso un individuo scatenato dalla libera sessualità altrui sino a sopprimere brutalmente chi la pratica ( le coppiette che si appartano in auto per amoreggiare) e infierire sul corpo della donna, da cui è così prepotentemente attratto, senza minimamente sfogare la sua eccitazione erotica.

3) 4) e 5) Le testimonianze

Tutti i testimoni a carico di Pacciani rievocano episodi avvenuti a distanza di molti anni, sotto la potente suggestione dell’immagine che dell’imputato viene diffusa: un contadino violento che maltratta moglie ( anche di questo c’è prova) e figlie, disinibito sino alla perversione, autore in gioventù di un efferato delitto passionale.

Confesso di trovar difficile ricordare esattamente la dinamica di fatti accadutimi una settimana fa e la fisionomia delle persone che vi ho incontrato.

È risaputo che la memoria umana, col passar del tempo, soprattutto sui dettagli, tende all’errore involontario.

Penso sia ragionevole assegnare un valore molto relativo alle testimonianze che, nel processo di primo grado, attribuiscono a Pacciani il possesso della famosa pistola, lo dipingono come un’ ombra in giro per la campagna in cerca di coppiette che amoreggiano in disparte, e lo mettono in prossimità di tempo e di luogo ai delitti.

Si tratta, in ogni caso, di ricordi che non entrano nel vivo dell’azione del mostro.

I testimoni diretti, veramente decisisivi, verranno, appunto, dopo.

6) La pallottola riapparsa

A prescindere dalla questione se il proiettile di marca “long rifle” rinvenuto nell’orto di Pacciani sia stato o meno messo lì a bella posta da qualcuno che voleva male dell’imputato, non si è riusciti a dimostrare con certezza che quella pallottola apparteneva alla scorta di munizioni del mostro, né tanto meno che appartenesse a Pacciani.

7) L’asta “tiramolla”

Per il celebre meccanismo interno alle rivoltelle, spedito con lettera anonima, va precisato che, analogamente al proiettile, non si è mai potuto stabilire se fosse stato estratto , o meno, dalla Beretta del “Mostro”.

Non vi è neppure certezza che l’oggetto sia passato per le mani del “contadino di Mercatale”.

Se il pezzo di straccio che lo avvolgeva, infatti, proveniva per certo dalla casa di Pacciani, la possibilità di impadronirsene all’insaputa dell’imputato, anche senza pensare a una macchinazione messa in atto durante le perquisizioni, è stata pacificamente riconosciuta.

 

(continua)

Rino Casazza

 Vedi anche dello stesso autore, di argomento analogo:

“La leggenda del Vampa” di Giuseppe Alessandri: la dubbia colpevolezza di Pietro Pacciani- PARTE SECONDA

La leggenda del Vampa” di Giuseppe Alessandri: la dubbia colpevolezza di Pietro Pacciani- PARTE PRIMA

L’eterno ritorno del Mostro di Firenze 

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Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Oltre a numerosi romanzi brevi (tra cui quelli che hanno come protagonista il prete detective Don Patrizio Bruni) e racconti su pubblicazioni, riviste e collane varie, ha pubblicato cinque romanzi, tra cui, lo scorso giugno, il giallo Bergamo sottosopra, 0111 Edizioni. E a luglio il thriller, scritto con Daniele Cambiaso "La logica del Burattinaio", edito da Algama e ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli

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