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Lo scrittore Alex Rebatto: “Liberate Renato Vallanzasca, ha pagato il suo debito”

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Rifiutata ancora la semilibertà a Renato Vallanzasca. Un giovane scrittore, che lo conosce bene, scrive su Cronaca Vera perché sarebbe giusto farlo uscire

Alex Rebatto svela dettagli inediti sull’ex bandito, che da oltre mezzo secolo ormai è in prigione, salvo rare uscite (e qualche evasione)

renato vallanzasca

Alex Rebatto per Cronaca Vera

Ci risiamo. Per l’ennesima volta l’ex boss della Comasina Renato Vallanzasca, nemico pubblico numero uno negli anni settanta e colpevole di furti, omicidi e sequestri di persona, ha presentato ufficiale richiesta per ottenere la semilibertà. E, come da copione, questa è stata respinta.

Nel 2014 l’aveva ottenuta ma poi, in seguito al tentativo di trafugare un paio di mutande e delle cesoie da giardinaggio presso l’Esselunga di Viale Umbria a Milano, era stato revocata.

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renato vallanzasca

IL FURTO DI RENATO VALLANZASCA

Un fatto curioso in quella circostanza: Vallanzasca all’epoca lavorava in un vivaio in circonvallazione per poi ritornare nel carcere di Bollate la sera. Che motivo avrebbe avuto per fregarsi gli stessi attrezzi da giardinaggio che aveva avuto a disposizione fino ad un paio d’ore prima?

I filmati di sorveglianza che avrebbero dovuto riprenderlo durante il furto pare siano irreperibili. Ovviamente lui ha dichiarato di essere stato incastrato. Il settantaduenne Vallanzasca ad Agosto ha avuto un diverbio con un agente penitenziario in seguito ad un controllo delle urine. È scattato l’ammonimento e le scartoffie sono tornate sulla scrivania.

Accusato di avere ancora un “carattere intemperante” e di “non essersi mai ravveduto”, il vecchio boss azzoppato si è visto quindi nuovamente privare di quel sogno di libertà che ancora, a fatica, lo tiene in vita nonostante tutto.

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COME LO CONOBBI

Lo Stato, è ormai evidente, ha deciso che quello con Vallanzasca debba essere il braccio di ferro più rappresentativo di sempre. Per lui il “fine pena mai” dev’essere considerato tale. Faccenda chiusa.

Eppure, io che ho conosciuto e frequentato personalmente l’ex bandito per quasi un anno, mi permetto di considerarlo in maniera meno drastica. Seppure consapevole e disgustato dalle sue efferatezze passate, ho avuto modo di conoscerne meglio il carattere e le attitudini.

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Lo conobbi nel 2011 a casa della sua ex moglie mentre stavo collaborando con lei ad un libro sulla vita di Francis Turatello, il Re delle bische milanesi. Renato era in convalescenza per un’operazione avvenuta all’ospedale Galeazzi per un problema all’anca. Alto appena più di me (benché una volta, litigando, mi definì “nano schizzato”), con due occhi azzurri penetranti ed un sorriso beffardo scolpito in faccia, mi risultò subito simpatico. Non perdevo occasione per ricordargli tutte le stronzate che aveva combinato nella sua vita e ogni volta lui scuoteva il capo e si stringeva nelle spalle come a dire “Che cosa posso farci, ora?”

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Ricordo quando gli diedi un passaggio, lui abbassò il finestrino e si sporse fuori a bocca aperta. “Sembri un labrador”, gli dissi. Lui, ritirando la testa, confessò: “Non sai quanto mi mancano queste cose.” Adorava Nanni Svampa e Davide Van de Sfroos. Conosceva tutte le loro canzoni a memoria.

Quando qualche anno dopo conobbi Svampa glielo confessai. Il cantastorie mi guardò di sbieco: “Ma che gente frequenti?” mi chiese.

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EPISODI INEDITI SU RENATO VALLANZASCA

Vallanzasca, l’intemperante Vallanzasca, scoprii da testimoni diversi che, durante quella stessa convalescenza, si era trovato a difendere un uomo di colore da dei ragazzini che l’avevano accerchiato. Erano in pieno centro a Milano. L’unico che intervenne fu lui, mettendo a rischio il suo permesso e, caso più unico che raro, senza poi dirlo a nessuno. Un’altra volta ci ritrovammo a pranzo. C’erano i miei nipotini di tre anni che stavano litigando, se le stavano dando di brutto, lui si mise seduto tra loro, li divise, e poi disse sottovoce “La violenza non serve a nulla”.

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Quando si accorse che lo avevo sentito tornò ad indossare quella maschera che lo celebrava e tormentava da una vita. Un’altra volta io e il Vallanzasca che “non si è ravveduto” eravamo in un negozio di vestiti al Portello di Milano. C’erano dei ragazzini che si stavano imboscando delle magliette, roba costosa. Lui se ne accorse e li raggiunse invitandoli a “non fare stronzate”. Questi, probabilmente riconoscendolo, obbedirono e tagliarono la corda lasciando la refurtiva. “Ti sei accorto che la guardia li aveva visti?” gli ho chiesto quando siamo usciti. Lui si è limitato a sorridere.

Potrei andare avanti per ore a raccontare aneddoti su Renato, mio malgrado tutti positivi.

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FINE PENA MAI

Eppure, è notizia recente, la pm Adriana Blasco, ha chiesto per lui altri sei mesi d’isolamento diurno sulla base del calcolo sul cumulo pene. Quando Renato mi chiese di aiutarlo a scrivere una richiesta di grazia gli chiesi: “Ma perché non dici che ti penti e basta?” lui ha scosso la testa e ha sospirato. “A cosa serve? Io lo so quello che penso ma non farò una dichiarazione ufficiale solo per potermi salvare il culo.” Questo è Renato Vallanzasca. Un uomo irrimediabilmente sconfitto che non avrà mai la possibilità di scrollarsi di dosso la maledetta fama che lo ha condannato per sempre ad assomigliare al personaggio che si è, e gli hanno, cucito addosso.

“Se avessi saputo di dover restare tutta la vita in galera, avrei preferito la pena di morte” mi confessò una volta in ascensore. Aveva appena smesso di fumare. Di nuovo.

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