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I Mondiali in Qatar, la festa dello sport nella patria delle violazioni del diritto

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Quali sono i motivi per i quali l’Occidente tace sui diritti violati in Qatar e, anzi, ci va pure a giocare i mondiali? Perché si indigna a singhiozzo, a seconda di chi è il dittatore? Qualche spiegazione ve la diamo noi

 

I mondiali di calcio sono al via. Il fatto che si giochi d’inverno non costituisce l’unica anomalia di quest’edizione. Si gioca infatti in Qatar, nei nuovi stadi che grondano del sangue di qualcosa come 6500 lavoratori migranti morti per costruirli e trattati come schiavi.

Lo raccontò lo scorso anno il Guardian, ma siccome l’Occidente è molto elastico quando si tratta di diritti umani da difendere, non solo non fiatò. Ma si prepara ora a mandare lì 1,2 milioni di turisti a fare festa.

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In questa “culla del diritto” è in vigore la Sharia, la legge islamica. Tra le “perle” del codice penale troviamo la fustigazione per rapporti sessuali “illeciti”, la pena di morte per apostasia, ovvero l’abbandono della propria religione e, già che c’erano, dal 2014 sono consentite flagellazione e lapidazione.

Sei anni fa il Sun raccontò il caso di una donna che aveva denunciato uno stupro di gruppo avvenuto dopo che era stata drogata in un locale: venne condannata ad un anno di carcere per aver fatto sesso fuori dal matrimonio.

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A ottobre il cronista sportivo Maurizio Pistocchi ha pubblicato su Twitter le restrizioni per i tifosi che arriveranno per i mondiali: «Saranno vietati: Alcool, Omosessualità, Abbigliamento indecente, Volgarità, Comportamenti non rispettosi nei luoghi di culto, Ascoltare musica e parlare a voce alta, Incontrarsi, Foto senza autorizzazione». E ha commentato, a ragion veduta: «Benvenuti nel Medioevo».

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La scorsa settimana, uno degli ambassador qatariano della competizione, Khalid Salman, ha detto alla tv tedesca Zdf che l’omosessualità è «un danno psichico», che è «haram» ossia proibita e che lui ha personalmente problemi nel far vedere ai bambini dei gay.

Ed è stato piuttosto esplicito: «Durante i Mondiali di calcio arriveranno molte cose nel nostro Paese. Parliamo dei gay. La cosa più importante è la seguente: tutti accetteranno che vengano nel nostro Paese. Ma loro dovranno accettare le nostre regole».

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Nel rapporto di Amnesty del 2020-2021 si legge nelle pagine dedicate al Qatar: «Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sul razzismo ha sollevato serie preoccupazioni riguardo a “forme strutturali di discriminazione razziale contro coloro che non sono cittadini” e ha invitato il governo a “intraprendere misure urgenti per smantellare quello che di fatto è un sistema simile a quello delle caste, basato sulle origini nazionali”, anche all’interno del settore privato».

E sulle donne: «Il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria, nel suo rapporto seguito alla visita in Qatar, ha rilevato che le donne sotto i 25 anni dovevano ottenere il permesso del loro tutore maschile per intraprendere attività quotidiane, come firmare contratti e lasciare il paese. Di conseguenza, ha affermato che “alle donne viene impedito di lasciare la casa di famiglia senza il permesso del loro tutore legale, causando una privazione de facto della libertà da parte delle loro famiglie”».

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Infine «dopo 20 anni d’interruzione, sono riprese le esecuzioni». Il ritratto di una civiltà tra le più barbare del pianeta. Si tratta dello stesso rapporto di Amnesty in cui venivano denunciate in Ucraina impunità per i crimini di guerra, e poi torture, sparizioni, violenze tutte regolarmente avvenute anche per mano del governo del paladino dell’Occidente Volodymyr Zelensky, in carica dal 2019.

Solo che ci sono, per i campioni della “democrazia da esportare”, crimini e crimini. Crimini da ignorare e crimini da additare urbi et orbi. Sicchè, su chi è amico, si tace.

D’altra parte il Qatar vanta il secondo Pil pro capite più ricco del mondo dopo il Lussemburgo, è una delle patrie del gas naturale e soprattutto esporta la sua principale risorsa, il petrolio, per il 90% negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Germania e in Giappone: non è dunque il caso di far indignare l’opinione pubblica mondiale per i diritti civili calpestati come avviene per l’Iran, dove invece si esulta per le rivolte (sacrosante) per l’omicidio di Mihsa Amini e per gli altri che ne sono seguiti.

Perchè la sostanziale differenza tra i due Stati è che Teheran è invisa agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna. E dunque alla Nato. Mentre in Qatar ci sono le basi aeree dell’esercito americano e inglese, o meglio la più grande base militare del Medio Oriente, quella di Al Udeid, da dove partirono nel 2003 i jet per l’invasione dell’Iraq e più tardi quelli contro l’Isis di Al Baghdadi. Infatti, invece di denunciarlo e sanzionarlo, celebriamo in cotanto emirato la più grande di tutte le feste dello sport, una festa colorata di rosso. Come il sangue di chi è morto costruendo gli stadi.

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